• DOPO IL GOLPE

La situazione gattopardesca dello Zimbabwe

Gli abitanti dello Zimbabwe vivono in condizioni molto peggiori che nel 1980, l’anno dell’indipendenza. Dall’inizio del secolo un quarto della popolazione è fuggita all’estero per sottrarsi alla povertà crescente e alla violenza di stato e un terzo dipende dagli aiuti internazionali per sopravvivere. È questo in sintesi il bilancio dei 37 anni di governo del presidente Robert Gabriel Mugabe. Ma il colpo di stato militare che il 15 novembre ha messo fine al suo regime non è stato dettato dall’esasperazione, dalla rivolta per l’abisso in cui è precipitato uno dei paesi più promettenti del continente africano a causa dell’irresponsabile politica economica del suo leader. 

Si è trattato di uno scontro all’interno del partito di governo, lo Zanu-PF, tra la generazione anziana guidata dall’ex vicepresidente Emmerson Mnangagwa e sostenuta dai militari veterani fedeli per decenni a Mugabe, e la “generazione dei giovani”, al seguito della moglie di Mugabe, Grace, di oltre 40 anni più giovane del marito. Quando nei giorni precedenti il golpe Mugabe ha destituito il suo vicepresidente ed è stato chiaro che aveva scelto Grace come proprio successore alla guida dello Zanu-PF e del paese, i veterani hanno reagito prendendo in mano la situazione. 

Il loro leader, Emmerson Mnangagwa, alleato di Mugabe fin dagli anni 80 e suo delfino fino a pochi giorni prima, rifugiatosi all’estero per mettersi al sicuro in attesa di conoscere l’esito dello scontro politico, è rientrato in patria e ha assunto la carica di presidente di transizione. Dal 15 novembre del suo avversario sconfitto, Grace Mugabe, non si sa nulla, neanche dove si trovi. L’avevano soprannominata “Gucci Grace” per la sua passione per abiti e gioielli di lusso che l’ha resa impopolare tra la popolazione esausta. Il 22 novembre centinaia di persone hanno preso d’assalto una sua proprietà, la Arnold Farm, che Grace voleva trasformare in una riserva faunistica privata per la gioia dei suoi famigliari. Per realizzare il progetto decine di famiglie sono state espulse mentre, per impedirne il ritorno, dei miliziani al servizio dello Zanu-PF distruggevano le loro abitazioni e i loro campi e abbattevano i recinti del bestiame.  

Nessuno però ha avuto coraggio e interesse a intaccare l’immagine di Mugabe, il “padre della patria”, l’“eroe della lotta per l’indipendenza”. Il capo dei veterani, Chris Mutsvangwa, lo ha descritto come vittima delle trame della first lady ambiziosa che, approfittando della sua età avanzata, 93 anni, gli ha messo attorno una banda di ladri. Gli è stato risparmiato l’oltraggio dell’impeachment consentendo che si dimettesse “spontaneamente”. Il presidente Mnangagwa ha raccomandato che gli vengano tributati rispetto e riconoscenza per quel che ha fatto per il paese: “Personalmente – ha dichiarato il 24 novembre, durante la cerimonia della sua investitura – per me rimane un padre, un mentore, il compagno d’armi e il leader di sempre”. Ha quindi annunciato che, per rendere onore al contributo dato alla nazione in 37 anni, d’ora in poi il 21 febbraio, giorno del suo compleanno, sarà festa nazionale: si chiamerà Giornata Robert Gabriel Mugabe della gioventù. Nei giorni successivi si è sparsa la voce che al “padre della patria”, benchè abbia ridotto in bancarotta il suo paese e in miseria i suoi connazionali, sarebbe stata concessa una buona uscita pari a 10 milioni di dollari. Tuttavia il sacerdote gesuita Fidelis Mukonori, che ha svolto il ruolo di mediatore tra il presidente e l’esercito nei giorni della crisi, è intervenuto personalmente per assicurare che la notizia non è confermata da fonti ufficiali. 

Emmerson Mnangagwa ha promesso che lotterà contro la corruzione, creerà posti di lavoro, risanerà l’economia, darà al paese istituzioni realmente democratiche. 

Poi ha creato un governo composto da 22 ministri, quattro in meno rispetto al precedente, assegnando ai militari ai quali deve l’incarico i ministeri chiave, il che ha creato non poco scontento e allarme oltre a costringerlo nel giro di poche ore a un primo rimpasto perché la costituzione prevede che solo cinque ministri siano scelti al di fuori del parlamento mentre Mnangagwa ne aveva nominati otto. Inoltre si attendeva un governo di unità nazionale in cui tutte le forze politiche, incluse quelle all’opposizione, fossero rappresentate e anche questa speranza è stata delusa. Infine nel governo compaiono molti nomi già presenti nei gabinetti precedenti. 

I critici più severi sostengono che la composizione del governo spazza via le speranze di cambiamento: “sono state riciclate le stesse persone che hanno causato la crisi. La luna di miele è già finita – commenta dal Sudafrica l’editore Trevor Ncube, voce dell’opposizione – la realtà si fa evidente. Mnangagwa si è preoccupato solo di premiare chi l’ha portato al potere e di riunificare lo Zanu-PF”. Tendai Biti, leader di uno dei partiti di minoranza, il People’s democratic party, ha dichiarato che è stato un errore sperare in un cambiamento: “Avevamo dato ai golpisti il beneficio del dubbio, nella speranza forse ingenua che il paese potesse davvero migliorare. Abbiamo desiderato con tutte le nostre forze cambiamento, pace e stabilità per il nostro paese e quanto ci siamo sbagliati”. 

È in questo clima che il nuovo governo ha giurato il 4 dicembre.