• CARNE, OSSA, MUSCOLI E TENDINI

La vera storia dell'aborto legale e di chi si oppose con fede

Carne, Ossa, Muscoli e Tendini

Non è certo sinonimo di imparzialità recensire un libro quando l’autore è stato un tuo maestro di vita e quindi di professione. E quando il suo collega, amico e compagno di battaglie è tuo padre (Luigi Frigerio). Ma, in questo caso, è forse meglio così, perché le pagine scritte dal ginecologo Leandro Aletti (per gli amici Leo) descrivono una vicenda, respirata da piccola in casa, e una personalità tutt’altro che imparziali. “Carne, Ossa, Muscoli e Tendini. In difesa della vita nascente” (Garibaudi, pagine 134, euro 13) racconta oltre che la vera storia della legalizzazione dell’aborto in Italia nei dettagli nascosti ai più, anche una personalità davvero cristiana, oggi così rara da far commuovere. E spingere ad implorare che l’Italia si riempia nuovamente di testimoni tanto eloquenti del Vangelo.

Medico alla Mangiagalli, insieme al collega e amico Frigerio e al movimento di Comunione e Liberazione, Aletti si trovò al centro della battaglia politica sull’aborto lavorando in trincea nella clinica milanese che allora era il simbolo delle spinte femministe e radicali. Quelle che al grido del “corpo è mio e lo gestisco io” hanno ingannato e ingannano ancora generazioni di persone convinte che l’omicidio del proprio figlio sia una conquista di civiltà. Mentre, come sottolinea Aletti, l’aborto legale non ha fatto che impoverire e deprimere l’Italia, rendendo le donne strumenti sessuali dell’uomo, deresponsabilizzato dalle conseguenze dell’atto unitivo. La vicenda Mangiagalli (fine anni ’80) cominciò quando Leo e mio padre denunciarono gli aborti illegali (mascherati come aborti “terapeutici”), anche se la loro battaglia quotidiana per la vita nascente durava già da 10 anni, tanto da essere invisi agli abortisti ma da essere stati benedetti dalla Gospa a Medjugorje attraverso un veggente (il libro dedica un capitolo al legame tra la Vergine e la battaglia dei due ginecologi). 

Fu dunque dopo circa dieci abbi dall’approvazione della legge 194 che Aletti e Frigerio finirono ingiustamente imputati per violazione del segreto professionale e sospesi dal lavoro, nonostante non avessero mai rivelato l’identità delle donne coinvolte nei fatti denunciati. Ma la campagna mediatico-politica, che attraverso inganni e slogan era già da tempo riuscita a far passare il divorzio e l’aborto come conquiste, si scagliò ferocemente contro i medici obiettori, provando addirittura a privarli del diritto all’obiezione di coscienza. Il processo si concluse con l’assoluzione dei colpevoli, mentre per i due ginecologi, condannati in primo appello, la vicenda si risolse solo per “intervenuta amnistia”. E’ impressionante accorgersi, leggendo questo volume, di come la tecnica per far apparire bene ciò che è male fosse identica a quella usata oggi. Anche se allora le ingiustizie contro la famiglia e la creazione erano capaci di provocare un dibattito di massa e di far reagire sia la politica, sia i movimenti sia la Chiesa e il Papa con parole forti e di fede, mentre ora si assiste ad un silenzio e un’indifferenza generali o al massimo a qualche esternazione ambigua e di carattere umanitarista. Per cui sei milioni di bambini abortiti (senza tenere conto di quelli clandestini) sono ormai digeriti come normali.

Perché nessuno parla né agisce più? Si chiede Raffaella Frullone nella postfazione. Perché anche i cattolici e la Chiesa si sono abituati al male e addirittura combatterlo li farebbe sentire cattivi e intolleranti? Come mai si sono ritirati credendo che sia meglio sorridere all’avversario nella convinzione che la propria gentilezza senza prezzo e priva di alcun credo, identità, personalità e proposta possa cambiare qualcuno? 

Questa storia e la figura di Aletti spiccano anche per questo contrasto con il pensiero maggioritario non cattolico prevalente nella Chiesa, predetto da Paolo VI e citato nel libro. Non solo, perché questo racconto e la figura di un uomo che ogni giorno della sua vita (ancora oggi che ha oltre settant’anni) ha messo a repentaglio se stesso pur di difendere la creazione di Dio (e quindi la fede, direbbe lui) fanno ardere il cuore, svelando cosa significhi davvero essere uomini di fede: incontrando Leo (i suoi interventi con i colleghi, i bambini salvati e battezzati, le sue risposte ai giornalisti) l’anima capisce quale sia la posizione realmente umana, vera e quindi cristiana. Lui che né in politica né nella vita ha mai accettato alcun compromesso, perché “la vita è Cristo e Cristo non si può mettere ai voti, se andiamo a compromesso su questo ci illudiamo di fare battaglie cattoliche ma diventiamo come tutti”. 

Questo mi insegnò Leo quando lo rincontrai nel 2010, mentre tutta una classe politica cattolica aveva ormai digerito la fecondazione assistita e voleva una legge sulle Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) spacciandole per norme migliori di quelle che avrebbe scritto la sinistra e introducendo l’idea di una fecondazione e delle Dat “cattoliche”, sebbene tutto ciò sia in netto contrasto, oltre che con la ragione, anche con la fede. All’inizio non capivo Aletti, perché pareva un folle dinnanzi al mondo cristiano che ormai ragionava con la logica del compromesso, ma ogni volta che lo incontravo insieme alla sua famiglia era come ricevere ossigeno. Ogni volta che guardavo a sua moglie Maria e alle vicende legate ai suoi 8 figli (di cui 3 sposati e 5 consegnati a Dio) mi rendevo conto di essere al cospetto di santi, per cui la Verità incontrata dovrebbe plasmare tutti gli aspetti del vivere, persino la piega del letto. Perciò, finché frequentandoli non feci completamente mia la loro mentalità (cambiatela, dice il Signore), uscivo da quella casa ripetendo: “Non comprendo ancora perfettamente, tutti dicono l’opposto, ma da qui dove riprendo vita non posso andarmene”.

Non ci si può non innamorare di una fede integrale guardando a questi testimoni o leggendo questo libro. Aletti infatti continuò a lottare, pur ricevendo successive denunce e pagando come un martire per aver salvato tanti innocenti. Grazie al suo fare, poi, per nulla affettato o sentimentale (usava parole forti, come del resto fecero i citati Padre Pio o madre Teresa) se non convertì i suoi nemici, lasciò segni profondi nei loro cuori, accettando di subirne l'odio perché convinto che “la verità prima o poi viene a galla”. Di Leo, abituato a guardare anche l’ultimo chicco di riso nel piatto come un dato (“chi non lo mangia non va in paradiso”, ripete da sempre), scrisse bene su Avvenire l’allora presidente del Movimento per la vita, Francesco Migliori: “…le conseguenze giuridiche penali del suo agire erano e sono del tutto secondarie rispetto all’imperativo della sua coscienza. Per lui la vita di un bambino è un dono di Dio da proteggere a qualunque costo, anche quello di non conservare la propria situazione professionale e di compromettere il sobrio livello di sussistenza della sua famiglia”. 

Così svuotato di sé da non scandalizzarsi né nascondere i suoi limiti o il suo temperamento tutt’altro che cheto, e unicamente preoccupato di volere concretamente bene a Gesù (“che è la cosa più importante della vita”), cioè alla carne, alle ossa, ai muscoli e i tendini della Sua incarnazione, si può dire che Leo sia un segno di contraddizione costante. Un santo insopportabile a chi vuole vivere tranquillo. Non di quelli edulcorati dal buonismo, ma di quelli chestertoniani (fra i suoi autori preferiti). E quindi cattolici. Perché, come gli scrisse don Massimo Camisasca, oggi vescovo di Regio Emiglia, dopo l’ennesimo calvario giudiziario “c’è una semplicità che non conosce il distinguo e gli arzigogoli dei sapienti di questo mondo e ci riporta a Gesù”.