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L'abbazia di Viboldone

Nel 1176 veniva costruita a Viboldone un'imponente abbazia, per volontà dell'ordine degli Umiliati. Tuttora è uno dei complessi architettonici medioevali più importanti della Lombardia, noto per la sua chiesa romanico-gotica intitolata a San Pietro.

Abbazia di Viboldone

Il 1176 fu un anno importante per Milano che, sul finire di quella primavera, sconfisse l’imperatore Federico Barbarossa nella leggendaria battaglia di Legnano. In quell’anno del Signore morì il beato Galdino, l’amato arcivescovo,  e sempre allora venne edificata la primitiva chiesa di Viboldone nell’omonimo villaggio a sud della città, in quel di pieve di San Giuliano.  La sua fondazione si deve agli Umiliati, ordine religioso composito, di laici e chierici, che fiorì in Lombardia predicando un ritorno ad un’etica religiosa più austera e sincera.  Questa abbazia fu senz’altro la loro casa più importante, attorno alla quale condussero una vita di preghiera e lavoro, prevalentemente dediti alla fabbricazione e alla tessitura della lana. Almeno fino alla loro soppressione decretata dal Borromeo nel 1571.

Oggi Viboldone è uno dei complessi architettonici medioevali più importanti tra quelli presenti sul territorio lombardo. La chiesa, da sempre intitolata a San Pietro, fu completata solo nel 1348, data che giustifica l’inserto di elementi gotici in una struttura sostanzialmente romanica.  Sulla facciata a capanna, dove il rosso dei mattoni a vista è intercalato dal bianco della pietra e dell’intonaco, si aprono due bifore a vento ed un portale, in marmo bianco, la cui lunetta è occupata dal gruppo scultoreo della Madonna con Bambino tra Santi.

L’aula interna è a tre navate suddivise da archi a sesto acuto e scandite da campate la cui chiave di volta è una croce iridata, dove i colori dell’arcobaleno rimandano all’alleanza e all’amicizia tra l’uomo e Dio. L’estrema essenzialità dell’ambiente fa risaltare ancora di più lo splendore della decorazione di ispirazione giottesca, a lungo ricoperta da scialbo e solo all’inizio del secolo scorso riportata alla luce. La Maestà della parete trionfale del tiburio è l’unica ad essere datata e risale al 1349, l’anno successivo la conclusione dei lavori architettonici.

Di fronte ad essa campeggia il Giudizio Universale, con il Giudice racchiuso nella mandorla, vestito di una tunica rossa, segno della Sua umanità. Schiere di beati convergono verso di Lui mentre alla Sua sinistra i dannati sono trascinati da un fiume di fuoco e sovrastati da una figura mostruosa. Gli Apostoli affiancano il Cristo mentre due angeli arrotolano i cieli, lasciando intravvedere “nuovi cieli e terra nuova” e la Gerusalemme celeste.  La scena, che trova precisi  riscontri nel medesimo soggetto padovano di Giotto, è attribuita al fiorentino Giusto de’ Menabuoi. Storie della Vita di Gesù, di maestranze lombarde, rivestono volte e pareti della quarta campata e raccontano episodi dall’Annunciazione alla Pentecoste con un’unità che fa presupporre una profonda conoscenza teologica da parte dell’artista.

A Viboldone vive una comunità di monache benedettine, insediatesi per volere del beato Cardinale Schuster.