• CONTINENTE NERO

L'Africa insanguinata da attentati e scontri politici

L'attentato a Mogadiscio

Un attacco jihadista, contro un noto hotel frequentato da funzionari e uomini politici, ha sconvolto la capitale della Somalia, Mogadiscio, sabato 28 ottobre, appena due settimane dopo l’attentato che il 14 ottobre, sempre a Mogadiscio, ha ucciso 358 persone, quasi tutti civili (altre 56 risultano ancora disperse). L’albergo Nasahablod 2 si preparava a ospitare un incontro di alto livello, con la partecipazione di leader provinciali, funzionari di polizia e dei servizi segreti, ministri, convocato per discutere le strategie da adottare contro al Shabaab, il movimento armato legato ad al Qaida che dal 2006 controlla una parte del territorio somalo e minaccia il governo, nonostante la presenza ormai da dieci anni di oltre 22.000 militari e agenti di polizia Amisom, la missione militare dell’Unione Africana finanziata dall’Unione Europea.

Proprio al Shabaab è l’autore dell’attacco, rivendicato dal gruppo mentre era ancora in corso. Tutto è iniziato sabato pomeriggio quando un terrorista ha guidato un’autobomba fino all’ingresso dell’hotel e l’ha fatta esplodere. Subito dopo un’altra esplosione ha seminato il panico a pochi metri di distanza, vicino all’ex sede del parlamento. Altri terroristi, che indossavano divise dell’esercito somalo, ne hanno approfittato per entrare sparando all’impazzata nell’albergo dove si sono asserragliati al primo e al secondo piano, prendendo in ostaggio una cinquantina di persone.

Le prime notizie, mentre i militari sopraggiunti circondavano l’albergo, parlavano di 13 poliziotti uccisi e diversi feriti. Ma il bilancio dei morti era destinato a salire. Quando, 15 ore dopo, le forze di sicurezza sono riuscite a fare irruzione nell’hotel uccidendo tre dei terroristi e catturandone due vivi, hanno trovato cadaveri dappertutto. I jihadisti nella notte hanno ucciso almeno 25 persone. Tra le vittime si contano anche tre fratellini, uno dei quali neonato, gli altri due forse di tre e quattro anni, uccisi insieme alla mamma con un colpo di fucile alla testa. Circa 20 persone si sono salvate nascondendosi in un’ala dell’albergo che i terroristi non hanno raggiunto o trovando in tempo una via di fuga.

Nelle stesse ore, oltre confine, in Kenya, altri bambini venivano coinvolti in episodi di violenza. A Homa Bay sul lago Vittoria, tre ragazzini sono stati travolti e feriti, per fortuna non gravemente, da una folla di manifestanti che avevano appena attaccato la residenza di un uomo politico. L’intervento di alcuni agenti di polizia li ha salvati da conseguenze peggiori. Altri disordini e scontri tra sostenitori dell’alleanza di governo, Jubilee, e quella dell’opposizione, Nasa, si sono verificati in alcuni quartieri della capitale Nairobi e nei suoi dintorni, degenerati in atti di vandalismo: negozi saccheggiati e incendiati, automobili distrutte. In tutto hanno perso la vita almeno cinque persone, tre uccise dalla polizia che a Dagoretti, un’area amministrativa di Nairobi, ha sparato per fermare le violenze.

Il 26 ottobre il Kenya è tornato alle urne dopo che le presidenziali dell’8 agosto, vinte secondo la Commissione elettorale dal presidente in carica Uhuru Kenyatta, erano state annullate dalla Corte suprema per gravi irregolarità nel conteggio delle schede, irregolarità che la Commissione elettorale non aveva rilevato. Quello che molti osservatori avevano celebrato come un segno di democrazia matura in realtà era il risultato di uno scontro politico che vede la Commissione elettorale schierata con il presidente Kenyatta, e il suo Jubilee, e la Corte suprema con il leader dell’opposizione, Raila Odinga, e la Nasa. Odinga aveva chiesto che prima di andare al voto la Commissione elettorale venisse rinnovata. Ma la richiesta è stata respinta. Allora Odinga ha deciso di non candidarsi e ha invitato i suoi sostenitori a non votare. Così è stato. Il 26 ottobre ha votato meno del 34% degli aventi diritto, contro un’affluenza l’8 agosto dell’80%. Inoltre non sono stati aperti i seggi, e quindi non si è votato, in 30 circoscrizioni su 290. La conclusione della consultazione era stata fissata per sabato, ma i seggi sono rimasti chiusi, “per motivi di sicurezza” sostengono le autorità, e la Commissione elettorale ha annunciato che il voto è rimandato a data da destinarsi.  

Il fine settimana in Africa è stato funestato inoltre da un fatto e da una notizia entrambi allarmanti. Il 27 ottobre il parlamento del Burundi ha votato l’uscita del paese dalla Corte penale internazionale. È la risposta del presidente Pierre Nkurunziza alle accuse di crimini contro l’umanità rivolte al suo governo dall’Onu che a settembre aveva chiesto alla Cpi di intraprendere quanto prima un’azione penale contro di lui. Meditano di lasciare la Cpi anche il Sudafrica e il Kenya, quest’ultimo da quando il presidente Kenyatta e il suo vice William Ruto sono stati accusati dalla Cpi di crimini contro l’umanità per aver istigato le violenze post elettorali del 2007, costate oltre 1.200 morti e 600.000 profughi.

Infine il 29 ottobre, domenica, David Beasley, il direttore del Programma alimentare dell’Onu, ha diramato un comunicato relativo alla situazione disperata del Kasai, una provincia della Repubblica democratica del Congo, dove i combattimenti tra gruppi armati in corso da oltre un anno hanno reso profughi 1,5 milioni di persone. Centinaia di migliaia di bambini rischiano la morte per fame e stenti nei prossimi mesi – sostiene Beasley – e l’emergenza riguarda complessivamente tre milioni di persone.