• L'INTERVISTA

L'ambasciatore: «In Ucraina, la rivoluzione è ancora in corso»

Fabrizio Romano, ambasciatore italiano in Ucraina, ci aiuta ad orientarci in mezzo alla matassa di informazioni e interpretazioni sulla rivoluzione. Un moto poderoso che, secondo il diplomatico, non è ancora finito.

Fabrizio Romano

L'ambasciatore italiano in Ucraina, Fabrizio Romano, è un volto noto anche al pubblico televisivo, perché è stato responsabile a Roma - prima dell'attuale incarico - dell'Unità di crisi del Ministero degli Esteri, quella che interviene quando italiani all'estero sono coinvolti in attentati, rapimenti e simili. Prima ancora, Romano - grande esperto dell'area ex-sovietica - è stato ambasciatore in Georgia, dove ha organizzato importanti iniziative sulla libertà religiosa. Infine - il che non guasta - è anche lettore della «Nuova Bussola quotidiana», di cui talora commenta gli articoli su Facebook. L'ho raggiunto a Kiev, ponendogli alcune domande sulla situazione in Ucraina.

Com'è nata la rivolta ucraina. Assomiglia alle "rivoluzioni colorate" di qualche anno fa? O è diversa?
A mio avviso non è semplice dare una risposta definitiva a questa domanda. In primo luogo gli eventi sono ancora in corso, basta guardare agli sviluppi delle ultime 48 ore in Crimea, o alle dichiarazioni di alcuni responsabili degli attivisti di Maidan secondo i quali la rivoluzione continua. In secondo luogo, non sono ancora state combinate organicamente da analisti qualificati tutte le tessere di quel mosaico complesso che è la rivolta, o rivoluzione ucraina, consentendone una lettura coerente. In terzo luogo, perché neppure le rivoluzioni colorate sono state finora seriamente approfondite da un punto di vista storico, al di là delle letture o interpretazioni interessanti e più o meno esaustive che pur ne sono state date. In quarto luogo, le rivoluzioni colorate che si sono svolte nello spazio ex sovietico o ex comunista non avevano fatto registrare fatti gravissimi come la perdita di un centinaio di vite umane tra manifestanti e forze dell'ordine. Io ho l'impressione che si tratti di un fenomeno, quello ucraino - che, ribadisco, è ancora in divenire - che presenta alcuni tratti delle rivoluzioni colorate, altri della cosiddetta primavera araba, altri ancora che rimandano ad eventi più lontani nel tempo, come la Comune di Parigi o l'esperienza di Fiume se vogliamo richiamarci anche alla storia italiana. In sintesi, al momento vedo piú differenze che analogie.

Qual è, se c'è, il ruolo della religione in questa rivolta?
Chi sta seguendo la questione ucraina, anche senza necessariamente approfondirla, ha potuto probabilmente constatare che i media hanno riferito dei molti sacerdoti presenti nella Maidan, sia nei momenti di minore tensione sia in quelli purtroppo drammatici degli scontri. Ora, a me è sembrato che il fattore religioso abbia davvero giocato un ruolo in queste vicende. L'ho constatato personalmente le tante volte che, per rendermi conto di quello che stava accadendo, sono andato in Maidan, dove molti attivisti, pur di diverse appartenenze, ostentavano simboli religiosi della tradizione cristiana. Crocefissi, rosari, icone. Messe sono state sovente celebrate dalla stessa tribuna della Maidan dalla quale intervenivano i politici. I feriti, negli scontri, sono stati ospitati in chiese e istituzioni religiose limitrofi alle aree interessate dagli eventi. Non pochi responsabili delle diverse confessioni, hanno fatto sentire assertivamente la propria voce. Se mi chiede a quale delle denominazioni appartenessero questi religiosi non sono in grado di andare oltre all'affermazione che si trattava delle varie denominazioni delle Chiese cristiane presenti in Ucraina. In piazza non sempre è facile distinguere un sacerdote ortodosso da un cattolico, e uno ortodosso di un patriarcato o di un altro. Un osservatore più preparato di me sull'argomento le darebbe senz'altro una risposta più scientifica. Certo è che il denominatore comune delle Chiese, e questo a mio parere è stato l'aspetto più visibile del fattore religioso, è stato l'appello alla non violenza ed il richiamo alla conciliazione. Ovviamente tenore e contenuti degli interventi hanno riflesso le tradizioni e la cultura delle singole denominazioni, oltre che il grado di sensibilità dei singoli sacerdoti. Questo è quanto mi sembra di aver notato, ma la prego di considerare la mia un'opinione basata sull'osservazione dei fatti dal mio osservatorio, quindi con ovvi limiti.

L'Ucraina è spesso descritta come spaccata: filo-europei a Ovest, filo-russi a Est, con la Crimea anch'essa filo-russa ma con caratteristiche diverse. Si rischia la secessione?
Non so quanto possa essere corretto parlare di spaccatura. Esistono sensibilità politiche diverse ed atteggiamenti differenti nei confronti della Russia o dell'Europa che vengono attribuite, non del tutto a torto, alle varie aree geografiche, Sudest e Ovest, ma sono da tenere in considerazione anche sensibilità trasversali che rendono la situazione più complessa di quanto la descriva la stampa non specializzata. Esistono differenze generazionali, ad esempio, oppure determinate dall'appartenenza a categorie professionali... solo per fare due esempi... e perfino fra gli attivisti della Maidan, in merito all'Europa, intesa come Ue, vengono nutriti sentimenti diversi, anche opposti. Direi anche che nella mia esperienza biennale ho potuto maturare la convinzione che il sentimento di appartenenza alla nazione ucraina accomuna gli abitanti di questo Paese più di quanto li dividano appartenenze geografiche linguistiche o religiose. La Crimea è un caso diverso, ha una storia di appartenenza alla Russia, essendo stata associata all'Ucraina solo negli anni Cinquanta del secolo scorso.

Rumori di armi russe in Crimea. Quanto è serio il rischio di un intervento militare?
Gli eventi sono in corso, e gli sviluppi appaiono così rapidi che il mio giudizio rischia di essere superato forse in questo stesso momento in cui mi sforzo di formularlo... quindi prospettare scenari mi pare poco prudente. Al momento va preso atto delle dichiarazioni del Ministro degli Esteri russo sulla determinazione a salvaguardare l'integrità territoriale dell'Ucraina.

C'è chi dice che l'Europa è intervenuta troppo, irritando i russi, e chi troppo poco. Come la vede?
Se ci riferiamo al solo periodo acuto della crisi, l'Alta responsabile dell'Ue per la politica estera Lady Catherine Ashton ha visitato Kiev quattro volte. Altri responsabili delle istituzioni europee hanno svolto numerose missioni in Ucraina. Senza contare i Ministri degli Esteri di diversi Paesi Ue i quali hanno concorso a far sentire la voce dell'Europa in Ucraina. Mi pare che, al di là della valutazione politica che si voglia dare a questo impegno, non vi siano argomenti che militino a favore di coloro che sostengono che l'Europa è stata solo un interlocutore di secondo piano. In prospettiva, tenuto anche conto delle annunciate priorità della politica estera ucraina, assisteremo con ogni probabilità a un proseguimento del dialogo fra Kiev e Bruxelles.

Infine, una parola sulla minoranza di origine italiana in Crimea, che ha origini varie ma che deriva soprattutto da un'immigrazione ottocentesca di italiani che cercavano terre e lavoro. Che cosa può fare l'Italia per questa minoranza di eredità italiana e cattolica?
Bisogna premettere che la minoranza di origine italiana che risiede in Crimea per lo Stato Ucraino è ucraina a tutti gli effetti. I membri di tale comunità non hanno passaporto italiano. Non esistono dunque strumenti per intervenire in caso fosse necessaria un'azione di tutela specifica. Ciò detto, siamo in ottimi rapporti con loro, due giorni fa mi sono sentito con la loro rappresentante per far sentire la nostra vicinanza in un momento difficile per questo Paese.