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Le molte conversioni di Marco Rubio

Marco Rubio, uno dei candidati repubblicani alla presidenza degli Usa, si è convertito molte volte e alla fine è sempre tornato cattolico. Ha compiuto escursioni nel mormonismo e nel protestantesimo battista, per tornare poi nella Chiesa di Roma. Opportunismo? No, è ricerca sincera della verità.

Marco Rubio

Quella che segue è una storia strana. Un C’era una volta in America che però accade proprio mentre la si sta leggendo. È per stomaci forti e palati fini. Mescola il diavolo e l’acqua santa, cioè la sociologia e la fede. E vale tutto il valore unico e profondo che hanno le testimonianze, mentre i dogmi, intangibili, a quelli ci si può solo inginocchiare devoti e silenziosi.

La storia inizia con Donald Trump, che il 18 gennaio ha parlato alla Liberty University di Lynchburg, in Virginia ‒ la roccaforte dei fondamentalisti protestanti fondata dal “mitico” Jerry L. Falwell Sr. (1933-2007) ‒ dicendo «Due Corinzi» invece di «Seconda Lettera ai Corinzi», e prosegue con la fede cristiana granitica di Marco Rubio, il 44enne senatore Repubblicano di belle speranze che annaspa dietro l’irresistibile trombone Trump e l’unico oggi in grado di sfidarlo, il senatore Ted Cruz.

La storia la racconta Michael Kruse sull’influente The Politico ed è una storia da manuale del giornalismo d’inchiesta, corposa, ben scritta, ampiamente documentata e rispettosissima senza essere lecchina. Parla del tormentato viaggio di Rubio alla ricerca della verità, dal cattolicesimo al mormonismo poi ancora al cattolicesimo poi al protestantesimo dei battisti del Sud e finalmente ancora una volta al cattolicesimo, nonché del suo singolare tenere i piedi in due scarpe: dottrina cattolica e scappatelle tra gli evangelical.

Rubio è nato nel 1971 a Miami, da genitori immigrati da Cuba prima della rivoluzione comunista. Battezzato e cresciuto cattolico, nel 1979, a 8 anni, si trasferisce con i suoi a Las Vegas, nel Nevada, dove, per influenza di una zia, prendono tutti a frequentare i mormoni. Per la sua famiglia è una cosa social, per lui invece è seria. Un Natale gli regalano una enciclopedia per ragazzi e lui va leggersi del cattolicesimo. In tivù vede la Messa di Pasqua celebrata dal Pontefice romano e decide di tornare alla fede di Roma. Portandosi dietro i suoi, anzi “strappandoli” al mormonismo. Aveva 13 anni; successe dopo la Prima Comunione ricevuta forse per mera pratica sociale da “ispano-cattolici”, ma meno male che da qualche parte certe pratiche sociali resistono ancora.

Cresciuto, muove i primi passi in politica. Il 17 ottobre 1998 sposa la fidanzatina del liceo, Jeanette Dousdebes. Della politica fa una professione e la professione si mangia la sua fede. Diviso tra “occupazioni” e “pigrizia”, si raffredda. Lui lavora a Tallahassee, lontano da casa, nella Camera dei deputati della Florida dov’è stato eletto nel 1999, e più giù, a Miami, Jeanette frequenta i battisti del Sud con i figli. Ora del 2003 è uno di loro anche lui. Ma non era finita. Nel 2005 la politica lo porta alla presidenza della Camera della Florida e dal 2004 la questione religiosa torna ad arrovellarlo. Ha “nostalgia” delle “radici”, del cattolicesimo e del suo fervore. Va a Messa ogni mattina, si (ri)forma sulla buona stampa cattolica. Nell’autobiografia del 2012, An American Son: A Memoir, scrive: «Bramavo, letteralmente, il Santissimo Sacramento, la Santa Comunione, il punto sacramentale di contatto tra l’essere cattolico e la liturgia del Cielo». Ama l’immediatezza dell’approccio biblico evangelical, ma ha fisicamente bisogno «del vero corpo e del vero sangue di Cristo». Ritorna cattolico. Nel maggio 2008 tiene l’ultimo discorso da presidente della Camera della Florida senza immaginare che nel 2009 sarebbe poi stato eletto al Senato di Washington sull’onda dei “Tea Party”.

Su The Politico Kruse riporta la scena così: «“Lasciatemi concludere con un ultimo pensiero, e si tratta della verità, e spero che nessuno si senta offeso perché nessuno deve sentirsi offeso”, disse Rubio. “Ed è questo”. Sorseggiò dell’acqua fresca da un bicchiere di polistirolo, come per prepararsi a una cosa grande. Oggi Rubio corre per la Casa Bianca ed è bizzarro pensare che questa potrebbe anche essere la sua ultima affermazione da politico. L’unica cosa che allora sapeva era che, scaduto il mandato, se ne sarebbe tornato a Miami a fare l’avvocato. Personaggio pubblico, Rubio voleva dirlo in pubblico. “Dio è reale!”, disse. La voce gli tremava per l’emozione. Con l’indice destro puntò i colleghi parlamentari. “Dio è reale”, ripeté. “Non m’importa quello che dicono i tribunali del Paese”. Stava per commuoversi? “Non m’importano le leggi che approviamo. Dio è reale! Non si può approvare una sentenza che esclude Dio da questo edificio. Non si può”». Il 2 novembre 2010 divenne senatore degli Stati Uniti. Aprì la giornata con la Messa e chiuse la serata con il discorso di vittoria: «Permettetemi di cominciare stasera riconoscendo una verità semplice ma profonda: siamo tutti figli di un Dio potente e grande». Per tutti Rubio è il cattolico che non si vergogna mai di esserlo.

Ma c’è quel ma. Rubio va a Messa nella chiesa del Piccolo Fiore di Coral Gables e frequenta i battisti del Sud nella Christ Fellowship di West Kendall, entrambi nell’area metropolitana di Miami, dove abita con Jeanette e i loro quattro figli, battezzati e cresciuti cattolici.

Negli Stati Uniti gli andirivieni religiosi sono comuni tanto quanto le conversioni. Molto è dovuto alla grande mobilità degli americani e ai diffusissimi matrimoni interconfessionali. Nonostante tutto, nella vecchia Europa è più che unico che raro (e per i buoni cattolici scioccante), ma nel Nuovo Mondo accade che cattolici tutti d’un pezzo vengano considerati influenti predicatori evangelical ‒ come nel 2005 fece Time con il sacerdote cattolico “ratzingeriano” ex luterano Richard John Neuhaus (1936-2009) ‒, che diventino evangelical “nostalgici” del cattolicesimo ‒ come l’ex enfant prodige del reaganismo Dinesh D’Souza ‒ o che come Rubio si dicano «pienamente, teologicamente e dottrinalmente fedeli alla Chiesa Cattolica di Roma» pur frequentando anche gli evangelical.

La buona sociologia (perché mica tutta è buona) indaga. Thomas S. Kidd, che fa parte del comitato sulla libertà religiosa di cui Rubio ha voluto dotarsi e che è direttore associato dell’Institute for Studies of Religion della Baylor University di Waco, in Texas (i suoi colleghi sono, per intenderci, “mostri sacri” come Rodney Stark, J. Gordon Melton e Philip Jenkins), dice che Rubio «rappresenta il tipico modello religioso degli Stati Uniti del Secolo XXI». La buona sociologia dice che ciò non significa “parlamento delle fedi”, melting-pot e melassa religiosa, sincretismo misto a confusione, bensì un nuova puntata del “mistero uomo”. La puntata che parla della leadership di fatto esercitata dai cattolici statunitensi sulle altre fedi nella difesa dei princìpi non negoziabili, delle conversioni al cattolicesimo (molte e poche che siano, sono sempre “di peso”), del “momento cattolico” che fa passi da gigante in politica, del pastore carismatico anglicano che porta il Papa cattolico alla convention degli evangelical. E sì, anche dei “piedi in un due scarpe” di Rubio, da non consigliare, ovvio, né da esaltare, ma da registrare sì. Sembra infatti la parabola della storia di tutto quel Paese, sempre sanamente tormentato dal cattolicesimo.

Qualcuno maligna che quella di Rubio sia solo strategia elettorale, ma è vero il contrario. La fede sincera e pubblica nella dottrina cattolica e nella Chiesa di Roma gli sta alienando le simpatie protestanti. Alla viglia delle primarie è evidente in Stati come l’Iowa (si vota il 1° febbraio), dove gli evangelical conservatori non pensano che la fede di Rubio sia un male in sé ma pensano che sia un male la sua fede “sbagliata”, e come il New Hampshire (si vota il 9 febbraio), dove i liberal e i cattolici adulti spadroneggiano. Tant’è che il favorito in ambito Repubblicano è Ted Cruz, figlio integerrimo di un pastore battista. A Rubio sembra non importare. Osserva Kruse che «Rubio vuole la salvezza più di quanto voglia la presidenza. E la prima potrebbe costargli la seconda». Perché allora è in corsa? Forse proprio solo per testimoniare questo. Come in un racconto sui protestanti della cattolica Flannery O’Connor, dove la realtà quotidiana supera il surrealismo degli scrittori.