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L'investitura americana di Salvini ci avvicina al voto

In caso di ritorno anticipato alle urne in Italia, c’è da scommettere che dalla Casa Bianca arriverebbe un imprimatur all’investitura salviniana per la premiership. L’asse Usa-Italia rinsaldatosi con il viaggio negli Usa di Salvini potrebbe rappresentare un argine contro quella parte di Unione europea che vorrebbe tenerci sotto scacco nel rigore e nell’austerità.

Si sono sprecate le interpretazioni sul viaggio di Matteo Salvini negli Usa. Le più entusiastiche lo hanno addirittura accostato ad Alcide De Gasperi. Certo è che il successo leghista alle europee 2019 ha accelerato l’avvicinamento dei vertici statunitensi al vicepremier leghista, che è stato ricevuto dal vicepresidente Mike Pence e ha avuto un meeting bilaterale con il segretario di Stato Mike Pompeo. Ormai l’alleato americano guarda con crescente fiducia al Capitano, mentre nutre scetticismo verso le recenti mosse del premier Giuseppe Conte per la sua adesione entusiasta al programma geopolitico di egemonia di Pechino chiamato “Cintura Strada”, osannato anche dall’altro vicepremier Luigi Di Maio.

Da Washington, forte del proscenio internazionale guadagnato forse insperatamente fino a qualche settimana fa, Salvini ha cercato e trovato la sponda di Trump nella sfida all’Europa sull’austerità finanziaria. Non a caso, il leader del Carroccio ha subito rilanciato la flat tax, assicurando che si farà. Come a dire che la comune visione sovranista con la Casa Bianca lo legittima ad alzare la voce, in Italia e in Europa, per realizzare il suo pallino programmatico, che è molto in linea con le riforme fiscali portate avanti da Trump.

La cosa però preoccupa Di Maio, che sente aria di elezioni anticipate e non vuole cadere nel tranello dell’alleato leghista, il quale sulla flat tax potrebbe anche rompere il patto di governo, e magari sarebbe anche apprezzato per questo dal suo elettorato. Il capo pentastellato sa che su questo non può nulla e che le risorse per la tassa piatta bisognerà trovarle. Si gioca, invece, la carta del salario minimo, peraltro già bocciata dall’Ocse, proprio per non dare l’impressione di essersi definitivamente arreso alla supremazia leghista e per dimostrare di voler proporre anch’egli qualche ricetta più focalizzata sui lavoratori.

Rumors accreditati riferiscono che Matteo Salvini avrebbe già promesso agli Usa un allontanamento dal Movimento Cinque Stelle, che strizza l’occhio ai cinesi, anche sulla tecnologia 5G, appoggia la giunta Maduro in Venezuela ed è ondivago nella gestione dei rapporti con Iran e Siria. Inoltre, il leader del Carroccio sarebbe riuscito nel suo intento di allontanare dalla Cia i sospetti di un suo appiattimento su Putin.

In caso di ritorno anticipato alle urne in Italia, c’è da scommettere che dalla Casa Bianca arriverebbe dunque un imprimatur all’investitura salviniana per la premiership. L’asse Usa-Italia potrebbe rinsaldarsi e porre un argine contro quella parte di Unione europea che vorrebbe tenerci sotto scacco a colpi di procedure di infrazione, avallando la linea del rigore e dell’austerità portata avanti principalmente dai tedeschi.

Va poi detto che i grillini hanno vinto la loro battaglia per la riduzione della spesa militare italiana, scesa all’1% del Pil, contro il 2% chiesto da Trump a tutti i Paesi alleati e previsto dalle “linee guida” Nato. Di qui l’astio crescente degli americani verso il Ministro Elisabetta Trenta, la prima a “saltare” in caso di rimpasto.

Ora Salvini, forte di questa ritrovata sintonia con gli Stati Uniti, potrebbe anche decidere di forzare la mano, puntare sulla completa sottomissione programmatica del debole alleato grillino e, in caso di contrasti insanabili, su elezioni anticipate. Da una parte c’è per lui la necessità di diventare premier entro il 2020, quando negli Usa si tornerà al voto e i democratici proveranno a contendere a Donald Trump la presidenza. Dall’altra c’è l’attuale debolezza del Presidente Sergio Mattarella, assai preoccupato per la piega che sta prendendo l’inchiesta sul Consiglio Superiore della Magistratura. Ben difficilmente il Capo dello Stato potrebbe opporsi al disegno egemonico salviniano e sbarrare la strada verso le urne anticipate, proponendo improbabili governi tecnici o istituzionali. L’establishment Usa sembra pronto ad accettare, anzi ad appoggiare, l’ascesa a Palazzo Chigi di Matteo Salvini, magari a capo di un governo pienamente sovranista con Fratelli d’Italia e con quello che resterà di Forza Italia. D’altronde anche i risultati delle elezioni amministrative di domenica in Sardegna (vedi soprattutto il risultato di Cagliari) confermano che il centrodestra è maggioranza nel Paese.