• EDITORIALE

L'irresistibile ascesa della lobby gay

Padre James Martin

C’è una questione omosessualità nella Chiesa, e si sta ponendo in maniera sempre più diretta. Ne è un esempio padre James Martin, gesuita molto noto, firma di punta della rivista dei gesuiti “America”, le cui uscite omosessualiste si stanno moltiplicando da quando nell’aprile scorso è stato nominato consultore del Segretariato per le Comunicazioni.

A garantirgli passaggi tv e recensioni sui giornali è il suo libro recentemente uscito: Building the bridge – How the Catholic Church and the LGBT Community can enter in a relationship of respect, compassion and sensitivity (Costruire il ponte – Come la Chiesa cattolica e la comunità LGBT possono relazionarsi con rispetto, compassione e sensibilità).

Non passa settimana che non si debba registrare un qualche suo appello o provocazione. L’ultima è un’intervista nei giorni scorsi alla CNN, in cui padre Martin invita i sacerdoti gay a fare coming out «per mostrare come è una persona gay e come le persone gay possono vivere castamente». Non solo, padre Martin afferma che c’è un cambiamento nel modo in cui la Chiesa affronta il tema dell’omosessualità, e i motivi – dice il gesuita americano – sono essenzialmente due.

Il primo è Papa Francesco, ovvero la sua “apertura” sull’argomento: padre Martin ricorda il «Chi sono io per giudicare?»; l’incontro pubblico con Yayo Grassi, il suo ex studente gay, durante la visita negli Stati Uniti; le aperture contenute nell’Amoris Laetitia; la nomina di vescovi negli Stati Uniti più gay friendly. A questo proposito si noti che il libro di Martin gode della prefazione e post-fazione proprio di due cardinali americani: James Tobin, arcivescovo di Newark, e Kevin Farrell, neo-prefetto del Dicastero per Laici, Famiglia e Vita.

Il secondo fattore, dice ancora padre Martin nell’intervista alla CNN, è il crescente numero di cattolici LGBT che fa coming out e impone alla Chiesa di prendere in considerazione questa realtà. Da qui l’invito alle migliaia (numeri offerti da Martin) di parroci con tendenze omosessuali a venire allo scoperto. Sarebbe la svolta decisiva nella Chiesa.

Svolta verso cosa? Lo aveva spiegato perfettamente l’allora cardinale Ratzinger nella lettera scritta da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1986 sulla “cura pastorale delle persone con tendenza omosessuale”: sovvertire l’insegnamento della Chiesa, vale a dire lo stesso progetto di Dio che creò l’uomo maschio e femmina.

L’obiettivo vero non è l’accoglienza e il rispetto che sono dovuti alle persone con tendenza omosessuale così come a ogni altra persona, ma la legittimazione degli atti omosessuali e la normalizzazione di certi stili di vita “oggettivamente disordinati”, come dice il Catechismo.

Ciò che non può lasciare indifferenti e costringe a farsi delle domande è questa ascesa di personaggi come padre James Martin, il cui attivismo pro-gay era ben noto prima della nomina in Vaticano. Lo stesso era successo due anni fa con il domenicano padre Timothy Radcliffe, chiamato da papa Francesco a consultore del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, malgrado sia un altro noto sostenitore dell’agenda gay nella Chiesa. Per padre Radcliffe l’omosessualità è «espressione dell’auto-donazione di Cristo e simbolo della fedeltà reciproca», per cui figurarsi se può essere un ostacolo al sacerdozio.

A questi esempi se ne potrebbero aggiungere molti altri, e la NBQ in questi ultimi anni ha registrato e indicato la crescita di una lobby gay nella Chiesa, ma ciò che non può passare inosservato è il fatto che, mentre a sacerdoti e prelati vari basta esprimere dubbi su alcune affermazioni contenute in Amoris Laetitia per ritrovarsi puniti in vari modi, questi personaggi che apertamente si oppongono al Catechismo della Chiesa e alle Scritture si ritrovano a fare carriere ecclesiastiche sorprendenti. Ovviamente aiutati dalla stampa “di regime”.

Per fare un esempio di queste ultime settimane basta mettere a confronto il trattamento da “mostro” riservato al cardinale George Pell, accusato di abusi sessuali tutti da dimostrare e tornato in Australia accompagnato da un coro di disapprovazione, con la sordina messa allo squallido caso di monsignor Luigi Capozzi, segretario personale del cardinale Francesco Coccopalmerio, beccato nel mezzo di un’orgia gay alimentata dalla cocaina nel suo appartamento a due passi da San Pietro.

Del resto, malgrado le continue affermazioni eterodosse, nessuno a Roma si è mosso anche solo per correggere le posizioni di padre Martin e chiarire quanto insegna la Chiesa in materia; così come nessun intervento si è ancora sentito per riportare nel giusto binario il crescente numero di preti e vescovi che assumono posizioni da gay pride. È allora azzardato ritenere che quelle lobby gay che vogliono sovvertire l’insegnamento della Chiesa, denunciate dal cardinale Ratzinger più di trenta anni fa, siano arrivate in alto e godano almeno della compiacenza di chi comanda in Vaticano?