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L'Isis colpisce Parigi e interviene nelle elezioni

Champs Elysées presidiati

Un’auto Audi 80 si ferma di fianco a una pattuglia di polizia, sugli Champs Elysées, nel cuore di Parigi. Sono le 21 e i negozi del viale sono ancora aperti e pieni di clienti. A bordo dell’auto c'è un terrorista armato di fucile d'assalto Kalashnikov. Apre il fuoco, uccide un agente e ne ferisce gravemente altri due. L'attentatore viene abbattuto a sua volta. Si diffonde la notizia (non confermata) di un complice in fuga. Inizia la caccia all'uomo per "uno o più complici".

L’attentato avviene in un luogo strategico e nel momento peggiore, in centro a Parigi, sotto gli occhi dei media di tutto il mondo, e a soli tre giorni dalle elezioni presidenziali francesi. Come nei casi precedenti, stupisce la carenza nella prevenzione. Gli Champs Elysées erano fortemente presidiati. La polizia è stata essa stessa bersaglio dell’attentatore. L’Isis ha rivendicato l’attacco. Il nome del jihadista ucciso, diffuso nella  dall’agenzia del Califfato, Amaq, è Abu Yusuf al-Beljiki (“il belga”). Fonti francesi puntano su un immigrato siriano in Belgio, pregiudicato (per aver sparato a un poliziotto, proprio) che si sarebbe spostato in Francia in treno solo per condurre l’attacco. Fosse confermata, la dinamica ricorderebbe da vicino l’attacco a Parigi del novembre 2015, quando a colpire era stato un commando di jihadisti di Bruxelles. Belgio e Francia, con le loro numerose comunità musulmane, si dimostrano ancora una volta paesi a forte rischio terrorismo. In entrambi i paesi gli jihadisti possono nuotare indisturbati in una grande zona grigia, fatta di estremisti, predicatori di odio e fiancheggiatori. Questo fattore, più che le scelte politiche della repubblica d’Oltralpe, spiega la frequenza degli attentati condotti anche da singoli terroristi, non organizzati in cellule o movimenti armati.

Il terrorismo islamico in Francia sta diventando un problema cronico. Dal gennaio 2015 (massacro della redazione del Charlie Hebdo) ad oggi, i morti sono 238. Tutti i simboli della Francia sono stati colpiti: la stampa libera e irriverente (il Charlie Hebdo), la capitale Parigi (l’attacco multiplo del novembre 2015), la festa della Repubblica (il massacro di Nizza del 14 luglio 2016), la Chiesa cattolica (la decapitazione di padre Jacques Hamel) e ora anche le elezioni. La campagna elettorale, giunta al fotofinish, con undici candidati in lizza per il primo turno, si è interrotta. Tutti gli aspiranti presidenti si sono stretti attorno alla polizia con dichiarazioni accorate e, per rispetto, Fillon e la Le Pen hanno interrotto le loro tournée. L’attentato alla polizia di ieri, per altro, segue di appena 24 ore un altro allarme: l’arresto di due probabili jihadisti a Marsiglia, il cui intento, secondo le autorità francesi, era quello di colpire “un candidato”, probabilmente il conservatore François Fillon.

Questo continuo stillicidio di attentati in Francia può avvantaggiare un candidato di destra, o comunque un aspirante presidente che sappia promettere in modo convincente il ripristino di legge e ordine. Quel che lascia François Hollande è un paese estremamente vulnerabile, con una politica sia interna che estera che dimostra l’incapacità di dare una risposta chiara a una minaccia ormai esistenziale. I francesi, da due anni, non riescono a ripristinare uno stile di vita normale. Vivono come fossero in guerra, pur avendo un presidente eletto su un programma pacifista. Hollande ha distrutto il Partito Socialista, il cui candidato presidenziale Hamon è dato in coda a tutti i sondaggi, marginalizzato dalla nuova scena politica. Spetta al successore, chiunque sia, il non facile compito di ripristinare la fiducia e la sicurezza.

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