• DOPO LA STRAGE

Lo Sri Lanka scopre di essere terra di jihadisti

Persiste lo stato di massima allerta nello Sri Lanka, a una settimana dagli attentati jihadisti che il giorno di Pasqua hanno provocato 253 morti. I terroristi braccati stanno provocando tanti altri morti. Secondo i servizi segreti, gli jihadisti legati all'Isis sono almeno 130 e sono molto più potenti di quanto immaginato.

Islam nello Sri Lanka

Persiste lo stato di massima allerta nello Sri Lanka, a una settimana dagli attentati jihadisti che il giorno di Pasqua hanno provocato 253 morti e centinaia di feriti. Fino a nuovo ordine, la Chiesa cattolica ha sospeso tutte le messe domenicali e ogni altra funzione per timore di nuovi attacchi. Inoltre ha invitato i fedeli a pregare a casa. Anche molti musulmani hanno preferito rimanere a casa venerdì, giorno sacro dell’islam, e le moschee sono state presidiate durante le preghiere per timore di rappresaglie.

Intanto continuano le operazioni di polizia in tutto il paese. Gli ultimi raid risalgono a venerdì 26 aprile. Uno è stato effettuato ad Ampara Sainthamaruthu, una cittadina a maggioranza musulmana vicino a Batticaloa, la città dove domenica scorsa è stata attaccata la chiesa evangelica di Sion, e vicino alla città natale di Zahran Hashim, il predicatore radicale presunta guida degli attentatori. Il raid si è concluso con la morte di 15 persone, tra cui sei bambini, allorché tre miliziani si sono fatti saltare in aria per non essere catturati. Altri tre jihadisti sono invece stati uccisi dalla polizia e nel fuoco incrociato è stato colpito a morte anche un civile mentre una donna e un bambino sono stati feriti; soccorsi, sono stati portati in ospedale. Quasi contemporaneamente un’altra operazione ha preso di mira un'abitazione della stessa città. Qui gli agenti sostengono di aver trovato una gran quantità di esplosivo, migliaia di proiettili e una videocamera drone.

I raid hanno portato all’arresto di altre dieci persone il che ha fatto salire a 80 il numero dei presunti jihadisti finora arrestati. Il presidente cingalese Maithripala Sirisena ha riferito che secondo i servizi segreti i jihadisti legati all’Isis, lo Stato Islamico, residenti in Sri Lanka sono circa 130 e che sono 70 quelli ancora liberi ai quali la polizia sta dando la caccia. Inoltre sarebbero circa 32 i cingalesi che hanno combattuto nell’Isis in Iraq e Syria.

Le prime ipotesi sugli autori degli attentati hanno trovato nel frattempo conferma. I responsabili appartengono al National Thowheed Jamath (NTJ), un gruppo jihadista locale. Si ritiene altamente probabile che il gruppo abbia agito con il supporto di una rete internazionale, il che sarebbe confermato dalla rivendicazione fatta dall’Isis, lo Stato Islamico, nei giorni scorsi. Tuttavia resta da accertare se l’Isis abbia ispirato gli attentati, li abbia programmati o li abbia diretti.

Il predicatore Zahran Hashim, ritenuto il loro leader, è ben visibile in un video dell’Isis, diffuso dopo la rivendicazione degli attentati. Lo si vede mentre giura fedeltà ad Abu Bakr al-Baghadi, il leader dell’Isis. Di lui si sapeva poco in Sri Lanka fino al giorno degli attentati, ma la comunità islamica cingalese sostiene di aver messo in guardia le autorità contro di lui da anni: “è un isolato e ha radicalizzato i giovani – ha dichiarato Himly Ahmed, vice presidente del Consiglio Islamico dello Sri Lanka – nessuno però pensava che questa gente fosse capace di realizzare un attacco di questa portata”.

Le autorità affermano di aver identificato tutti i nove jihadisti, salvo uno, e sostengono che quasi tutti appartengono a famiglie di ceto medio o medio alto. Due erano figli di Mohammad Yusuf Ibrahim, uno dei più ricchi mercanti di spezie del paese, residente nella capitale Colombo. Si chiamano Inshaf e Ilham. Uno ha fatto esplodere le sue cariche nell’hotel cinque stelle Shrangri-La all’ora della colazione. L’altro ha preso di mira il ristorante dell’altrettanto lussuoso Cinnamon Grand Hotel, poco distante. Il padre è stato arrestato e si trova adesso sotto custodia. Sua nuora ha provocato una esplosione, probabilmente per evitare l’arresto, durante una azione di polizia presso la villa di famiglia. È costata la vita a molte persone tra cui dei bambini e dei poliziotti.

La situazione economica della famiglia dei due fratelli conferma il profilo dei jihadisti fatto delle autorità: “sono persone del tutto indipendenti dal punto di vista finanziario – ha spiegato il vice ministro della difesa Ruwan Wijewardene durante una conferenza stampa svoltasi il 24 aprile – e le loro sono famiglie in condizioni finanziarie molto stabili. Alcuni di loro hanno studiato in diversi paesi stranieri, sono diplomati e molto istruiti”. Di uno degli attentatori, Abdul Latif Jamil Mohammed, si sa che ha compiuto degli studi in Gran Bretagna. Tra il 2006 e il 2007 ha frequentato la facoltà di ingegneria aerospaziale della Kingstone University senza però laurearsi. In seguito, prima di rientrare in patria, ha studiato in Australia. Lo ha confermato il primo ministro australiano Scott Morrison il 26 aprile precisando che il ragazzo ha lasciato il paese all’inizio del 2013 e non vi ha più fatto ritorno anche se disponeva di un visto per sé, una moglie e un bambino.

Anche per questo, per la loro situazione economica e sociale, i jihadisti non hanno dato nell’occhio, non hanno suscitato sospetti e hanno potuto superare i controlli persino negli alberghi di lusso della capitale. Rohan Karr, il direttore del Cinnamon Grand hotel, ha raccontato che l’attentatore suicida – uno dei figli del mercante di spezie – aveva preso alloggio nell’albergo la sera prima. Si era registrato alla reception, aveva bevuto una bibita di benvenuto offerta dalla direzione ed era salito in camera: “il mattino dopo è sceso, aveva uno zaino, si è diretto al ristorante, ha chiesto che gli fosse assegnato un tavolo proprio in mezzo al salone ristorante e nell’attesa camminava su e giù. Poi si è seduto, ha mangiato, ha aspettato che i clienti si affollassero al buffet. Quando ha visto che c’era ormai ressa di gente, è allora che si è deciso. Deve aver pensato che era il momento giusto per creare il massimo danno”.