• FUORI DALL'UE

Londra si prepara a una Brexit dura

Parole molto forti da parte di Boris Johnson sulla Brexit. Dopo tre anni di compromessi e di toni concilianti da parte di Theresa May, il nuovo premier cambia registro: niente compromessi sulla questione irlandese, uscire dall’Europa a costo di ripristinare la frontiera rigida in Irlanda e di rimandare a casa i cittadini dell’Ue

Il governo Johnson

Parole molto forti da parte di Boris Johnson sulla Brexit. Dopo tre anni di compromessi e di toni concilianti da parte di Theresa May, il nuovo premier cambia registro e dice chiaramente quel che gli chiede la base conservatrice: uscire dall’Europa, a costo di ripristinare la frontiera rigida in Irlanda e di rimandare a casa i cittadini dell’Ue residenti nel Regno Unito. Per tutti, sul continente, queste parole sono un campanello d’allarme.

Prima di tutto, Boris Johnson, ieri, ha cestinato anche ufficialmente l’accordo di uscita consensuale sottoscritto da Theresa May e dall’Ue, mai ratificato dal Parlamento che per quattro volte consecutive lo ha bocciato a gran maggioranza. L’accordo, non essendo mai stato ratificato dai parlamentare, da un punto di vista britannico, è ancora una vera e propria bozza. E ieri Boris Johnson ha chiesto di modificarla, cancellando il “backstop”, la soluzione provvisoria alla questione irlandese. Per Bruxelles, invece, l’accordo è già definitivo, perché già approvato da Commissione ed Europarlamento, dunque non può essere modificato. La risposta di Johnson è stata lapidaria: non ci sarà più alcun accordo che preveda il “backstop”, niente accordo entro il 31 ottobre vuol dire che dal 1 novembre prossimo sarà Brexit non consensuale (“hard” o “no-deal” Brexit): Ue e Regno Unito rimarrebbero legate dalle comuni regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e niente altro. Per rendere chiaro il concetto, dal 1 settembre, il Regno Unito non parteciperà più alla maggior parte degli incontri dell’Ue.

La questione irlandese è dunque il vero nodo finora mai sciolto: l’unico confine di terra del Regno Unito divide l’Irlanda del Nord (parte del Regno) dalla Repubblica d’Irlanda (membro dell’Ue). Finché c’era una frontiera comune europea, il problema non si è mai posto, ma adesso che c’è la Brexit si pone eccome. Perché il Regno Unito vuole essere libero di stipulare accordi commerciali anche con Paesi extra-Ue e anche cambiando gli standard di prodotti e servizi, ma l’Ue non può permettere (per le regole stesse del Mercato comune) che merci e servizi con standard differenti da quelli approvati da Bruxelles, possano passare da una frontiera aperta. Quindi, o il Regno Unito continua a far parte dell’Unione doganale e obbedire alle regole del Mercato comune (di fatto annullando tutti gli effetti pratici della Brexit), oppure deve ripristinare una frontiera rigida, con posti di blocco e caselli. La soluzione di compromesso concordata dal precedente governo e da Bruxelles, ora respinta da Johnson, prevedeva la permanenza del Regno Unito nell’Unione doganale e quella della sola Irlanda del Nord anche nel Mercato comune. Questa proposta è stata respinta dal Parlamento, a maggioranza conservatrice, ma con gli Unionisti irlandesi col ruolo di ago della bilancia. Come era prevedibile: avrebbe di fatto sancito la separazione dell’Irlanda del Nord dal resto del Regno e la sua unificazione commerciale con la Repubblica di Irlanda. Il backstop è concepito come misura temporanea, destinata a decadere una volta che sia trovata una soluzione definitiva alla questione irlandese. Ma il Parlamento a maggioranza conservatrice teme che diventi permanente, anche perché non c’è alcun modo possibile per fissare una sua data di fine.

I rischi del ripristino di una frontiera rigida in Irlanda sono piuttosto alti. Oltre all’impatto economico su una comunità ormai fortemente integrata (con doppie cittadinanze e lavori da una o dall’altra parte del confine), l’adesione sia della Repubblica di Irlanda che del Regno Unito all’Ue aveva creato la premessa di stabilità politica necessaria agli accordi del Venerdì Santo (1998) che posero fine a decenni di terrorismo e guerra civile fra Repubblicani e Unionisti nell’Irlanda del Nord. Il ritorno di una frontiera visibile fra i due Stati rischia di creare una recrudescenza di terrorismo. Le cui avvisaglie si sono già viste, con le prime azioni della Nuova Ira. Su questi timori sta speculando politicamente soprattutto l’Ue. Da Guy Verhofstadt (a nome del Parlamento Europeo) ad Angela Merkel (cancelliere tedesco ancora per due anni) hanno tutti fatto presente che la tenuta degli accordi del Venerdì Santo non è garantita. Per Verhofstadt, il “backstop” è “un’assicurazione sulla vita sostenuta dal popolo dell’isola irlandese (sia Nord che Sud, ndr)”. Angela Merkel: “Una volta che abbiamo una soluzione pratica che assicuri la continuità di applicazione degli accordi del Venerdì Santo, ovviamente non avremmo più bisogno del backstop”. Il governo britannico ha risposto ufficialmente che il Regno Unito è “pronto a negoziare, in buona fede, un’alternativa al backstop”. Ma è l’Ue che non ammette alternative.

Di qui al 31 ottobre sarà difficile trovare un altro accordo. Lo scenario futuro ormai più probabile sarà quello di una no-deal Brexit, con ripristino della frontiera rigida in Irlanda, delle dogane fra Ue e Regno Unito e delle tariffe su una più vasta gamma di prodotti e servizi. E’ difficile credere agli scenari più apocalittici, di cui si sente parlare a intermittenza, trapelati di volta in volta da report mai pubblicati, in cui si prevede carenza di cibo e medicinali, come in tempo di guerra. Ma l’impatto economico sarà quasi certamente più forte di quanto visto finora, dal 2016 (referendum sulla Brexit) ad oggi.

Oltre agli irlandesi, a temere il peggio dai nuovi sviluppi sono anche i cittadini dell’Ue, circa 3 milioni, che vivono e lavorano nel Regno Unito. Priti Patel, nuovo segretario dell’Interno, ha dichiarato, infatti, che il giorno dopo la no-deal Brexit cesserà anche la libertà di movimento. Boris Johnson, che si è dimostrato più sensibile al destino dei residenti non britannici, ha promesso di proteggere i loro diritti. Il governo dà loro tempo fino al dicembre del 2020 per ottenere un nuovo permesso (settled status) e continuare a vivere e lavorare dove hanno ormai casa. Ma si prevedono numerose situazioni personali e familiari difficili.