• FRANCIA

Macron straccia la Le Pen, ma l'astensionismo è da record

Stavolta, in Francia, non c’è stata alcuna nottata elettorale, non c'è stata alcuna partita. Il risultato è stato chiaro fin da subito: vittoria netta di Emmanuel Macron al secondo turno delle presidenziali. Il primo dato che balza all'occhio, però, è l'alto tasso di astensionismo, indice di sfiducia nei confronti di entrambi i candidati. Nessun entusiasmo per Macron, dunque: è la Le Pen ad essere risultata un'alternativa non percorribile.

Emmanuel Macron

Stavolta, in Francia, non c’è stata alcuna nottata elettorale, non c'è stata alcuna partita. Il risultato è stato chiaro fin da subito: vittoria netta di Emmanuel Macron (66,1%) al secondo turno delle presidenziali. Il nuovo presidente, alle 21, ha tenuto il suo discorso alla nazione, toccando anche tutti i temi cari al Fronte Nazionale: sicurezza, lotta al terrorismo interno e internazionale, una politica dalla parte dei “fragili” e degli “ultimi”. Poco prima, con un discorso brevissimo (appena 3 minuti), Marine Le Pen annunciava la sua sconfitta (col 33,9% dei voti), si complimentava con Macron e tracciava le linee per la riforma del suo partito. In futuro, stando a quel che ha detto, dovrà essere più inclusivo, comprendere tutte le anime della destra francese. Si conclude così, con tanto fair play da entrambe le parti, una delle campagne elettorali più violente (verbalmente) e polarizzanti della storia della V Repubblica francese.

Il primo dato che balza all’occhio, prima ancora di conoscere i risultati degli exit polls, è la bassa affluenza. Si è recato alle urne il 75% dei francesi aventi diritto al voto. E’ un dato storico: il più alto tasso di astensionismo dal 1969. Ma allora, quasi mezzo secolo fa, i francesi erano chiamati a scegliere fra Pompidou e Poher, un gollista che sfruttava l’onda lunga del successo di De Gaulle contro un centrista appartenente a una formazione minore. Dunque i francesi erano rimasti a casa per fiducia passiva. In questo caso è diverso. I francesi erano chiamati a scegliere, per la prima volta in assoluto, fra due inediti. Cioè fra un giovane candidato indipendente, fondatore della sua personale formazione En Marche (un’incognita, sotto molti aspetti, anche se era già stato ministro dell’Economia nel governo socialista Valls) e la leader del Fronte Nazionale, la destra anti-sistema demonizzata dalla stampa di tutta Europa. Questa avrebbe dovuto essere una battaglia "epocale", ma i francesi sono rimasti a casa a guardare, privi di entusiasmo. E’ stato un astensionismo per sfiducia. E il 12% di coloro che si sono recati alle urne ha scelto di votare scheda bianca o di annullare il voto in segno di ostilità contro entrambi i candidati. 

Il secondo dato che balza all’occhio è la grande distanza fra il vincente Macron e la perdente Le Pen. Il giovane leader di En Marche ha praticamente doppiato la sua avversaria. Pur con tutto lo sforzo di far uscire il Fronte Nazionale dalle secche del nazionalismo del padre Jean Marie, la Le Pen non è riuscita a costruire un'alternativa credibile. Ha conquistato una parte dell’elettorato di estrema sinistra che nel primo turno aveva votato Mélenchon, il candidato post-comunista. E in questo modo, come in Grecia, ha dimostrato che può esserci una convergenza elettorale fra un elettorato di estrema sinistra e uno nazionalista contro i comuni nemici dell’Ue, della Nato e della globalizzazione intesa in senso lato. Sono soprattutto questi i temi su cui la Le Pen ha insistito nella sua volata finale, presentando il suo avversario come “tecnocrate”, “uomo delle banche” e dei “poteri forti”. Ma proprio questi atteggiamenti da antagonista non hanno convinto l’elettorato moderato. Quel 35% di francesi che ha optato per la Le Pen, considerando gli astenuti e i voti nulli, non è molto distante dalla percentuale del primo turno dalla candidata del Fronte Nazionale.

Una terza considerazione, proprio a proposito delle percezioni dell’elettorato, riguarda il Macron Leaks, il “dossieraggio” (come lo chiameremmo in Italia) ai danni del candidato di En Marche. La pubblicazione, avvenuta l’ultimo giorno della campagna elettorale, di numerosi documenti compromettenti nei confronti di Macron, non ha spostato voti. L’operazione, molto pompata dai notiziari russi RT e Sputnik News, ha fatto un buco nell’acqua, vuoi perché tardiva, vuoi perché sospetta (come nel caso di Trump si sospetta, in modo fondato, che i documenti pubblicati siano stati trafugati da hacker russi), vuoi perché le accuse erano tanto pesanti da risultare fin poco credibili. La Francia sarà ancora impegnata nelle prossime indagini per scoprire la fonte dei “leaks” e per accertare l’autenticità delle informazioni compromettenti contenute nei documenti, ma senza urgenza né clamore, a giochi ormai chiusi. 

Ma adesso che ha vinto Macron, che Francia ci attende? Di sicuro il vincitore, il più giovane della storia francese, proseguirà il processo di introduzione dei “nuovi diritti” avviato dal presidente Hollande. Sulle “famiglie” il neo presidente si esprime usando il plurale, e questo già dice tutto. C’è anche da dire che la Le Pen, in campagna, ha detto poco o nulla sui principi non negoziabili, lasciando ai francesi la sensazione di non avere vere alternative. Sull’economia il programma di En Marche, “né di destra, né di sinistra”, contiene riforme certamente più a destra di quelle del governo socialista (taglio della spesa pubblica di 60 miliardi di euro, taglio di 120mila posti pubblici, fine della concertazione con i sindacati, tasse più basse per le piccole imprese). Ma, contrariamente a quanto diceva la Le Pen durante la campagna elettorale, non siamo di fronte a una nuova Thatcher. L’impostazione dell’ex ministro socialista è ancora socialista e così vediamo, accanto alle riforme, anche il mantenimento dell’attuale età pensionabile, un gigantesco piano di spesa pubblica per i settori chiave dell’economia (50 miliardi), nuovi investimenti nella sanità e nella scuola di Stato, grande enfasi sulle energie rinnovabili. Facile prevedere quale delle due parti del programma prevarrà: le liberalizzazioni non sono riuscite al presidente Nicolas Sarkozy nemmeno quando aveva una maggioranza solida. All’Assemblea Nazionale, adesso, non esiste ancora un partito di Macron e alle prossime elezioni parlamentari dovrà partire da zero. Su quale maggioranza parlamentare potrà contare Macron? E' ancora tutto da vedere.

Tutti i punti chiave dei programmi di sinistra sono lì, esposti nel suo programma. E soprattutto: una grande fiducia nell’Europa unita, a cui Macron vorrebbe delegare anche la difesa e il controllo delle frontiere. Al tempo stesso, contrariamente alla Le Pen, si trovano poche idee ma confuse su come affrontare l’islamismo, che pure negli ultimi 2 anni ha provocato più di 250 morti in Francia, a colpi di attentati. Nel programma troviamo l’assunzione di nuovi poliziotti e lotta alla radicalizzazione nelle moschee, ma anche sì al velo nei luoghi pubblici e tanta enfasi sul multiculturalismo. Troviamo la lotta al terrorismo interno e internazionale, ma anche la riaffermazione del dogma delle frontiere aperte. Il voto compatto dell’islam francese (quello politico, soprattutto) per il candidato di En Marche, forse, non sono motivate solo dall’astio contro la sua avversaria.

Anche per questi motivi, il candidato dell’Europa, che nel suo comizio della vittoria al Louvre fa suonare l’Inno alla Gioia (la Marsigliese si è sentita solo in conclusione), non suscita affatto l’entusiasmo delle masse. Che si sono astenute in massa. Sarà la destra, d’ora in avanti, a doversi seriamente interrogare sul perché della sua sconfitta, prima quella di Fillon e poi quella della Le Pen. Ha cinque anni di tempo.