• IN RICORDO DEL 1915

Mozione sul genocidio armeno e le amnesie turche

Tra martedì e oggi alla Camera si vota la mozione unitaria per impegnare il governo "a riconoscere ufficialmente il genocidio armeno e a darne risonanza internazionale". Non si è fatta attendere la reazione del ministero degli Esteri di Ankara. La Turchia continua a negare il genocidio. Che pure ha fatto 1 milione e mezzo di morti.

Il memoriale del genocidio armeno, a Erevan

Tra martedì e oggi alla Camera si vota la mozione unitaria per impegnare il governo "a riconoscere ufficialmente il genocidio armeno e a darne risonanza internazionale". Non si è fatta attendere la reazione del ministero degli Esteri di Ankara che ha convocato già lunedì l'ambasciatore italiano, Massimo Gaiani, per invocare chiarimenti e per ribadire la posizione della Turchia.

Il genocidio avvenuto tra il 1915 e il 1916, infatti, non è riconosciuto dalla Turchia. La quale sostiene che i massacri del 1915 sono avvenuti nell'ambito di un conflitto e non su base religiosa, e contesta anche le cifre delle vittime - un milione e mezzo di armeni uccisi. Ma quella della protesta diplomatica è una prassi comune del governo di Ankara in circostanze analoghe. L'obiettivo è comunque quello di "onorare le vittime di questa atrocità", ha riferito il sottosegretario ai rapporti con il Parlamento, Vincenzo Santangelo, "serve lavorare ad un dialogo tra il popolo armeno e quello turco per evitare che simili atrocità" possano ripetersi, affinché si arrivi "ad una verità storica condivisa". 

Ma quali sono le ragioni che impongono un simile negazionismo? Possono essere tante. Anzitutto da un punto di vista identitario, perché riconoscere il genocidio vuol dire che i padri della Turchia sono stati degli assassini. Da un punto di vista "legale", il termine genocidio - neologismo inventato dal giurista Raphael Lemkin per descrivere quanto avvenuto agli armeni - ha una valenza appunto giuridica: non cade mai in prescrizione, neanche dopo 100 anni, e dà il diritto alle vittime di chiedere un risarcimento per quanto perduto e per ciò che è stato espropriato.

Da decenni, gli storici di tutto il mondo combattono una coraggiosa battaglia per rimuovere le persistenti incrostazioni di negazionismo riguardanti il genocidio armeno. Storici anche turchi costretti poi a pagare a caro prezzo la dimostrazione della inconfutabile responsabilità del governo dell’Impero Ottomano. Come Taner Akçam, per esempio, che nel 1976 fu condannato in patria a dieci anni di prigione per aver discusso pubblicamente del genocidio e dall’anno seguente, dopo la sua fuga dal carcere, svolge un'intensa attività di ricerca che lo ha portato in diverse università europee e statunitensi. Lo sforzo degli storici di tutto il mondo è e sarà fondamentale perché si sviluppi, in Turchia e ovunque, un dibattito scientifico sulle cause scatenanti di uno degli episodi più efferati del Novecento.

Che cosa successe di tanto grave da non poter esser ammesso? La storia racconta che l’obiettivo dei Giovani Turchi era fare della Turchia uno stato nazionale sul modello dei paesi europei ottocenteschi. L’ostacolo più evidente da eliminare per portare a termine questo sogno nazionalista erano proprio gli armeni, cristiani e indoeuropei, organizzati in millet, comunità religiose e nazionali, che secondo il progetto dei Giovani Turchi erano destinate, senza troppe pretese, a sparire dal territorio che doveva entrare a far parte della grande Turchia. L’ambizione dei Giovani Turchi era di conseguire con la forza ciò che la storia non aveva realizzato. E gli uomini e le donne da eliminare avevano la sola colpa di appartenere a una religione diversa da quella islamica.

Ma quale fu il pretesto che diede il là ad uno dei genocidi più rinnegati della storia? L'Armenia era sfuggita alla sorte toccata ad ebrei palestinesi e cristiani d'Oriente tra il VII e il X secolo, i quali furono annientati dalle invasioni imposte dal dar al-islam. La provincia armena non divenne oggetto di dominazione arabo-islamica, e nonostante le prove avverse e le persecuzioni varie, conservò la sua lingua, la sua cultura e persino l'autonomia amministrativa. Nel 1828 il governo russo, che controllava già le province armene della Persia, ne incoraggiò l'emigrazione nella loro patria e promosse la rinascita del monastero di Etchmiadzin, sede nazionale del catholicos. Presto gli armeni ottomani si avvicinarono ai loro connazionali russi nella speranza di riconquistare anch'essi l'indipendenza. Ma le simpatie filorusse ridestarono l'animosità dei popoli musulmani. 

La perdita delle province europee periferiche non rappresentava un problema per la Turchia come poteva esserlo la nascita di un'Armenia autonoma nel cuore dell'impero stesso che avrebbe minacciato la "reconquista" greco-russa a Ovest e a Nord. E nel frattempo nessuno Stato era disposto a collaborare a una conquista russa della Turchia attraverso gli armeni. Lo scoppio della prima guerra mondiale sembrò essere l'occasione propizia per eliminare il problema armeno. L'avanzata russa insieme ai rivoluzionari armeni, furono il pretesto per i Giovani Turchi perché il nazionalismo armeno fosse definitivamente schiacciato. Il genocidio s'impose sulla storia freddo e violento. Tutti i maschi dai dodici anni furono oggetto di uno sterminio a colpi di armi da fuoco, supplizi o li videro gettati dai burroni. La combinazione di massacri, deportazioni e riduzioni in schiavitù fu impietosa. Donne e bambini furono poi deportati nel deserto tra la Siria e l'Iraq. Chi sopravviveva ai pochi acqua e cibo e alla quasi mancanza di riposo notturno, veniva, nelle varie città e villaggi che attraversavano, sottoposto ai cittadini islamici che sceglievano schiavi tra loro. Per le donne una via di fuga offerta era il matrimonio immediato con un musulmano - il che comportava la conversione forzata all'islam. 

L'annientamento fisico di una nazione ribelle fu un mero jihad. Il genocidio rientrò nella strategia difensiva finalizzata a mantenere sotto la giurisdizione islamica un territorio conquistato con la guerra. Le quattro tappe dello sterminio - deportazioni, riduzione in schiavitù, conversione forzata ed eccidi - riproducono le condizioni storiche del jihad, applicate a partire dal VII secolo in tutto il dar al-harb. Il genocidio armeno fu il naturale esito di una politica insita nella struttura politica e religiosa della dhimmitudine. Eppure perché sembra proprio che non si arrivi mai ad una verità storica finita?