• WIMBLEDON 2013

Murray e un maestro «con la mia stessa fame»

Andy Murray e Ivan Lendl: la storia incrociata di due campioni che non avevano mai vinto a Wimbledon. E proprio per questo han dato il meglio di sé domenica scorsa, portando a casa la coppa.

Andy Murray bacia la coppa di WImbledon

Questa è una storia che possiede e mixa tutti gli elementi giusti. Un giovane, eterno secondo, che non riesce a sbocciare. Un mondo – e in particolare l’Inghilterra – che lo tratta come un fallito, uno che nei momenti topici non riesce mai a concretizzare. Gli tremano le gambe, gli si appanna la vista. È la maledizione di tanti giocatori ancora inesperti. Questa storia, poi, è perfetta perché c’è un obiettivo, una sfida, un compito. Si chiama Wimbledon, ed è il torneo di casa. Quello dove Andy Murray proprio non arriva a vincere. Per farlo, si è dovuto affidare a un maestro, Ivan Lendl, un ex tennista non certo migliore di lui. Anche Ivan Lendl non è mai riuscito ad aggiungere al suo palmares la coppa inglese. Eppure, tra tutti, Andy Murray ha voluto proprio il ceco, alla prima esperienza da coach. «Forse non è il migliore – chiarirà lo scozzese – ma lui ha la mia stessa fame».

Aveva ragione, Murray. Lo ha dimostrato domenica 7 luglio. Un secco 3 set a 0. 6-4, 7-5, 6-4. Una partita sudata game su game, ritmata come un metronomo. Una sequenza – corsa, ricezione, slancio – che si ripete specularmente nelle due metà del campo. Finché non si alza l’urlo scomposto di una folla solitamente così discreta e raffinata (almeno quella di Wimbledon: ogni Slam ha il suo pubblico di riferimento, più british in Europa, più “nazional-popolare” all’estero). Andy Murray ha riconquistato il suolo di Wimbledon, dove nessun inglese aveva mai vinto per 77 anni. Togliendosi, tra l’altro, la soddisfazione di annullare l’amico e rivale Novak Djokovic, il primo del ranking ATP, che stila la classifica di tutti i giocatori mondiali .

Adesso si gioca da fondocampo: un’innovazione che inizia attorno agli anni 70-80 del secolo scorso e che, tra creatori della dottrina e neofiti eterodossi, ha plasmato lo stile di oggi. Tra i fautori della tecnica compare proprio Ivan Lendl. Figlio d’arte, fin da subito si scopre che il suo talento maggiore è la costanza. Cura ogni allenamento fin nei minimi dettagli, prova e riprova combinazioni e traiettorie, disegna figure geometriche con la scia gialla della pallina. Eppure, Lendl subisce la stessa sorte di Murray: nei suoi anni la scena era ingolfata da alcune delle più grandi autorità: Bjorn Borg, Boris Becker, Jimmy Connors e John McEnroe. Gli spazi di manovra erano ridotti al minimo.

Ma Ivan Lendl continua a giocare: «Ho ritenuto fondamentale l’allenamento e la cura dei dettagli. Nel tennis la testa conta più di tutto il testo». Si dedica a sessioni intensive sfiancanti, cura con trigonometrica eleganza le parabole e i movimenti. E nel 1984 riesce a togliersi il primo sfizio. A Parigi va in scena la finale del Roland Garros, Ivan Lendl fronteggia una divinità del tennis d’oltreoceano, John McEnroe. Lo statunitense è più bravo, costruisce architetture complesse con i moti della racchetta, è veloce sotto rete e qualunque azione pare essere stata sottoposta a un estremo labor limae. Lendl invece è più robotico, composto, potente. Subisce, ma non si scompone. Dopo due set persi, inizia la rimonta. E vince il suo primo Slam.

Ma i campi in terra rossa del “santuario” francese sono ben diversi dall’erba umida e spelacchiata di Wimbledon. Nel campo centrale dell’All England la pallina schizza veloce, rimbalza sulla superficie irregolare del manto verde, modifica la traiettoria. Per vincere è necessario lavorare sui tocchi, smorzare le imperfezioni, spostarsi bene sotto rete, essere agili nel prevedere il cambiamento dell’angolo di riflessione del colpo. Il ceco è impacciato, cerca di adeguarsi a uno stile non suo – lui, primo fondista puro della storia del tennis, sempre in cerca delle linee – e la scabrosità del fondo d’erba contribuisce a creare la “maledizione” di Lendl. Vincerà otto Grandi Slam, ma a Londra perderà due finali consecutive – nel 1986 e nel 1987 – contro Boris Becker e Pat Cash. Tutte sconfitte impietose. E Lendl si ritira con l’amaro in bocca.

Così, Lendl appende la racchetta al chiodo e veste i panni del giocatore di golf professionista. Si trasferisce in America e si dedica a qualche match di beneficenza. In occasione di uno di questi, contro lo storico rivale svedese Matt Wilander, a vederlo c’è proprio Andy Murray, cui viene in mente la pazza idea di rivolgersi proprio alla meticolosità di Lendl per vincere l’agognato torneo dell’All England.

Andy Murray è scozzese, ed è forse questa la ragione per cui il pubblico di casa stenta a dargli fiducia (mentre si disputava la Coppa del Mondo in Sudafrica, nel 2010, Andy ebbe la malsana idea di dichiarare in un’intervista che avrebbe «tifato per qualunque squadra giocasse contro l’Inghilterra»). Cresciuto a Dunblane, nella periferia di Glasgow, Andy nasce in una famiglia dall’antica tradizione sportiva. Il nonno militava nell’Hibernian, squadra cattolica di Edimburgo con quattro scudetti in teca, mentre la madre Judy era un’abilissima tennista. Durante l’adolescenza, Murray è in perenne conflitto tra le due strade, tanto che svolge persino un promettente provino per le giovanili dei Glasgow Ranger. Ma Andy è destinato al tennis, e molla il pallone. 

Nel 1996, a nove anni, Murray scampa per miracolo alla strage di Dunblane. Thomas Hamilton, capo scout e insegnante di educazione fisica della scuola frequentata dal tennista, uccide sedici bambini e una maestra, sparandosi poi un colpo. Andy si barrica nell'ufficio del preside, si nasconde sotto la cattedra e attende che finiscano gli spari. Un evento che lo segnerà per tutta la vita. «Spero che Dunblane possa superare quella tragedia» dichiarerà più tardi alla stampa.

Nel 2012, quando Lendl accettò di seguire lo scozzese, Andy Murray a quel tempo faticava non poco per mettere in cassaforte risultati talora mediocri. Tennista potente, dal grande servizio (superava di netto i duecento chilometri orari), Murray era portatore di uno stile che non aveva nulla a che fare con quello del ceco: poetico, ricco di arabeschi e traiettorie inusuali. Il giovane è un talento naturale, incapace però di dare il meglio di sé sotto pressione. Aveva la fama di uno che mancava agli appuntamenti più importanti. Così Lendl capì che «l’unico modo per arrivare lontano, con Andy, era lavorare sulla sua testa, che in questo sport è la cosa più importante». Il rapporto, inizialmente, è pieno d’incomprensioni: Lendl è molto pretenzioso, mentre Murray è uno spirito libero, volenteroso ma lunatico. Pian piano, però, entrambi trovano la quadratura del cerchio. «Mi ha portato a mettere in discussione molte cose del mio tennis» dirà Murray. E i risultati, a ben vedere, non sono mancati.

La grande sfortuna dello scozzese – come fu, in tempi diversi, quella di Lendl – è di essere incappato in un periodo della storia del tennis particolarmente saturo di campioni: continua l’ascesa dell’astro svizzero Roger Federer, che a trentadue anni non smette di mietere vittime come un qualsiasi ventenne. Tra le sue fauci sono già passati idoli della stazza dell’australiano Mark Philippousis, dello statunitense Andy Roddick e di un certo Andre Agassi. L’unico che riesce a ostacolare in qualche modo la sua esuberanza è il mancino di Maiorca Rafa Nadal, che si prende lo sfizio di negargli ben sei finali di Slam. Ma ad oggi, il rivale più difficile da battere è Novak Djokovic, suo coetaneo e amico fin dai tempi dei tornei Junior.

Ma andiamo con ordine. 2012. Wimbledon. Andy Murray partecipa sotto l’attenta supervisione di Lendl, che lo segue da gennaio. Lo scozzese inizia a macinare ottimi risultati. È più rilassato, consapevole delle sue potenzialità. Alle semifinali si scontra con Jo-Wilfred Tsonga, all’epoca sesto nel ranking mondiale, e di lì raggiunge lo scontro decisivo, dove ad aspettarlo c’è Roger Federer. Una leggenda vivente, al quale David Foster Wallace ha dedicato parole al miele nel saggio Federer come esperienza religiosa: «Quasi tutti gli amanti del tennis che seguono il circuito maschile in televisione hanno avuto, negli ultimi anni, quelli che si potrebbero definire “Momenti Federer”. Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi […]. I momenti sono tanto più intensi se un minimo di esperienza diretta del gioco ti permette di capire l’impossibilità di quello che gli hai appena visto fare». Murray viene surclassato.

Tuttavia il 2012 è un anno speciale. Wimbledon ospita per due volte un torneo di tennis. Il secondo rientra nel più grande palcoscenico delle Olimpiadi, per cui Lendl e Murray hanno la possibilità di riprovarci. Giocare per la Gran Bretagna non è semplice, soprattutto se si arriva da uno Slam perso in finale, con la stampa londinese che ti sussurra all’orecchio: «Se vinci, sei britannico. Se perdi, scozzese». Stavolta, in semifinale lo attende Novak “Nole” Djokovic. Murray è bestiale e lo distrugge. In finale c’è ancora lui, Roger Federer. Il quale, però, ha appena disputato un match sfiancante, durato più di cinque ore. È la sua occasione. Il 5 agosto 2012 Murray spazza via Djokovic (6 2 , 6 1 , 6 4) e consegna alla Regina una medaglia che mancava dal 1908, quando Josiah Ritchie la conquistò lì, proprio a Wimbledon, Londra.