• GUERRA ETNICA

Myanmar, non solo Rohingya: Ta'ang nel mirino

Un crimine orrendo, nel Myanmar: sei dottoresse di etnia Ta’ang, una minoranza che abita nel Nordest del paese, sono state barbaramente uccise dai militari. La vicenda accende il riflettore su una guerra dimenticata nella ex Birmania, oscurata anche dall’attenzione esclusiva dei media sulla tragedia dei Rohingya.

Separatisti Ta'ang

Un crimine orrendo, nel Myanmar: sei dottoresse di etnia Ta’ang, una minoranza che abita nel Nordest del paese, sono state rapite torturate, violentate e assassinate da militari dell’esercito regolare. Lo denuncia la Lega per le Donne Birmane, dopo il ritrovamento dei sei corpi senza vita. La tesi della Difesa è differente: sarebbero morte durante uno scontro a fuoco fra governativi e ribelli Ta’ang. Eppure le prove portano a pensare che sia vera la versione non ufficiale, perché vi sarebbe la prova della tortura e dello stupro. La vicenda accende il riflettore su un’altra guerra dimenticata nella ex Birmania, oscurata anche dall’attenzione esclusiva dei media sulla tragedia dei Rohingya.

Il ritrovamento dei corpi delle sei dottoresse è avvenuto, come riporta l’agenzia Asia News, nei pressi del villaggio di Oi Law, lo scorso 14 luglio. La notizia ha trovato conferma solo questa settimana. Secondo la ricostruzione dei fatti fornita da testimoni, l’aggressione al personale medico è avvenuta lo scorso 11 luglio. Secondo alcuni civili presenti sul luogo, i militari del battaglione 301 hanno bloccato un mezzo nei pressi della città di Namkhan. A bordo vi erano le dottoresse, che trasportavano medicinali destinati ai ribelli. I testimoni confermano l’arresto delle donne, che sono poi state portate via. I corpi sono stati ritrovati tre giorni dopo. Appunto, vi sarebbero i segni di una lunga agonia, ferite e tracce di stupro. Il portavoce dei ribelli Ta’ang, il maggiore Mine Aik Kyaw, contesta la tesi governativa, secondo cui le dottoresse sarebbero state uccise durante uno scontro a fuoco e ha accusato il governo di aver violato la Convenzione di Ginevra, che proibisce atti di crudeltà gratuita contro prigionieri di guerra. “Sappiamo che le dottoresse sono state violentate per giorni. Sui corpi avevano segni inequivocabili. Dobbiamo aspettare i risultati dell’autopsia, ma siamo certe che la Convenzione Onu sia stata ignorata dai militari”, ribadisce anche la Lega per le Donne Birmane.

Ma perché rapire, torturare e uccidere donne di etnia Ta’ang? Perché, molto probabilmente, visto che portavano medicine all’esercito ribelle sono state considerate automaticamente complici dei ribelli, quindi dei bersagli “legittimi”. L’esercito di liberazione nazionale Ta’ang (Tnla, l’acronimo inglese) combatte dal 1992 per l’indipendenza dello Stato di Palaung (altro nome dato all’etnia Ta’ang). E’ nata dalla scissione dal precedente Esercito dell’Organizzazione per la Liberazione dello Stato Palaung, che aveva firmato un accordo di cessate il fuoco nel 1991 con la giunta militare birmana. Nell’accordo del 2005 sul disarmo di tutte le formazioni separatiste, non è stato incluso il Tnla che ha continuato a combattere. La questione Ta’ang, come tutte le altre cause separatiste in Birmania, nasce con l’indipendenza dall’impero britannico, la presa del potere della giunta militare e la requisizione delle terre delle minoranze. Il Tnla combatte assieme alla minoranza cristiana dei Kachin e ad altre formazioni di guerriglia nel Nordest del paese. Assieme formano l’Alleanza del Nord.

In questo particolare momento storico, si assiste a una recrudescenza dei combattimenti fra il Tnla e un’altra milizia locale fedele al governo del Myanmar, l’esercito del Consiglio per la Restaurazione dello Stato Shan (Cssa). I primi scontri a fuoco sono avvenuti a giugno, poi altri tre a luglio (nel corso dei quali è avvenuto il rapimento delle dottoresse) e anche questa settimana sono avvenuti combattimenti nell’area di Namtu. La popolazione locale è in fuga: circa 800 civili hanno trovato rifugio nei monasteri buddisti dell’area. Le violenze si sprecano. Gli attivisti locali per i diritti umani denunciano torture e uccisioni arbitrarie commesse in modo sistematico dall’esercito regolare e dalle milizie sue alleate.

Le vicende del Nord del Myanmar, sebbene drammatiche, attirano meno le attenzioni degli attivisti dei diritti umani rispetto alle vicende del Sud, dove è in corso la repressione e conseguente fuga dei Rohingya musulmani, che abitano al confine con il Bangladesh. Senza nulla togliere alla tragedia vissuta da questi ultimi, sarebbe da capire perché certe vittime del Myanmar facciano meno notizia di altre.

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