• IL DIBATTITO/2

No, non si deve cedere. Occorre continuare a lottare

Vale ancora la pena lottare per la parità scolastica? Non sarebbe meglio “uscire dallo Stato” e – pur rinunciando a qualche diritto- godere di una vera libertà? Io dico che qualcosa di positivo è stato fatto e adesso nion bisogna arrendersi. 

Vale la pena lottare per la parità scolastica?

Vale ancora la pena lottare per la parità scolastica? Non sarebbe meglio “uscire dallo Stato” e – pur rinunciando a qualche diritto- godere di una vera libertà? Qualcuno inizia a domandarselo, e non senza ragioni. C’è una legge, la 62/2000, che ha istituito il "sistema pubblico integrato" (ossia la scuola statale insieme alle paritarie in un unico sistema educativo pubblico), grazie alla caparbietà dell’allora ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer, ma a distanza di 15 anni le famiglie non possono ancora esercitare una effettiva libertà di scelta educativa. O, meglio, possono esercitarla solo pagando e facendo sacrifici che non sono alla portata di tutti: che libertà è?

La parità è giuridica, ma non economica, e l’invadenza dello Stato quanto a obblighi di gestione (sicurezza, privacy, igiene, procedure amministrative, assunzione dei docenti, etc…) e di conformità ai piani di studio nazionali, rende spesso affannosa e soffocante la vita di molte scuole paritarie. Al massimo dello sforzo, dopo aver visto in questi ultimi anni tagliare progressivamente i già esigui fondi stanziati per le non statali (non dimentichiamo che a fronte dell’11,2% degli alunni, le paritarie ricevono meno dell’1% del bilancio Miur), nel ddl sulla “Buona scuola” sono state introdotte le detrazioni per chi iscrive i figli alle scuole paritarie: il 19% su un tetto massimo di 400 euro all’anno, pari a 76 euro di detrazione effettiva. Una beffa? I politici che si sono spesi anima e corpo per ottenere questo magro risultato, cantano vittoria, e hanno ragione a farlo, perché dal punto di vista del valore giuridico è stato raggiunto un risultato straordinario, che rafforza sotto molteplici profili la legittimità di esistenza della scuola paritaria e di sostegno a chi la sceglie. 

Le famiglie (e molti gestori di scuole) che si attendevano un risultato di ben altra portata (almeno il tetto massimo di 4mila euro proposto inizialmente dal Miur, che significherebbe una detrazione fino a 760 euro all’anno) esprimono invece grandissima delusione e rabbia, perché col risultato simbolico non si va da nessuna parte. E anche loro hanno ragione. Pare una situazione paradossale. Al problema economico, inoltre, si sta aggiungendo il rischio che anche le scuole paritarie debbano piegarsi ai diktat dell’ideologia gender, come previsto nel ddl Fedeli, inserendo obbligatoriamente nei programmi –pena la revoca della parità- l'insegnamento che l’identità sessuata, cioè essere uomini e donne, è solo una costruzione sociale. Il quadro, insomma, è a tinte fosche, inutile negarlo, e quanto provocatoriamente scritto da Stefano Fontana nel suo interessante articolo non pare affatto privo di fondamento. 

Ma c’è un “però”, ed è questo: conosco tante scuole paritarie –e tante altre ce ne sono che pure non conosco io- che fanno un lavoro educativo e formativo eccellente e, nel rispetto degli obblighi di legge, hanno imparato a muoversi con grande intelligenza nelle maglie delle condizioni imposte dallo Stato, facendo diventare opportunità quello che spesso nella scuola statale viene vissuto solo come inutile formalità (un esempio su tutti: gli organi collegiali). E sempre le medesime scuole, per far fronte alle difficoltà economiche e offrire anche alle famiglie meno abbienti la possibilità di frequentarle, si sono date da fare per realizzare progetti e attività di ricerca fondi, reti di solidarietà e di rapporti sul territorio che sono davvero un esempio per tutti (e in particolare per la scuola statale…) di lungimirante imprenditorialità e di autonomia scolastica. Finalmente, poi, inizia a circolare più diffusamente la voce che la maggior parte dei Paesi europei (e non solo) ha realizzato sistemi realmente paritari, in alcuni casi rinunciando radicalmente alla gestione centralistica dell’istruzione, ritenuta ormai superata e inefficace. Anche per questo, è ragionevole sperare che il risultato quantitativamente minimo ottenuto con le detrazioni venga usato come grimaldello per scardinare anche nel nostro Paese le ultime accanite resistenze ad una reale parità economica, in virtù del grande significato giuridico che rappresenta. Il ddl Fedeli, in ultimo, non è ancora stato approvato e non è detto che questo accada, o quantomeno non è detto che diventi obbligo anche per le paritarie.

Insomma, le difficoltà certamente non mancano e, con esse, anche i dubbi, particolarmente per quei gradi scolastici (come le secondarie) che davvero con la parità non hanno acquisito alcun beneficio, se non la possibilità di rilasciare il titolo di studio. Però è meglio muoversi con prudenza e continuare, in attesa degli sviluppi, a combattere per la parità, perché non vogliamo correre il rischio di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca. Sarebbe un vero peccato.