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Nomine di Trump, un ponte per il mondo conservatore

Donald Trump procede molto lentamente nella formazione del suo governo. Perché ha rotto con quasi tutti gli ambienti del Partito Repubblicano ed ora deve necessariamente ricostruire quei rapporti. ha compreso che, senza conservatori, non potrà tornare a rendere Grande l'America Ancora.

Mnuchin

Il presidente eletto Donald J. Trump sta centellinando le nomine del proprio governo con una parsimonia inusuale, tanto per lui quanto per i suoi predecessori, e questo per un motivo principale: perché durante la campagna elettorale è riuscito a farsi nemici praticamente ovunque. 

Quella che però appare lentezza e ad alcuni persino titubanza è in realtà misura, perseguita nell’unica direzione possibile: ricucire i rapporti con un mondo politico, culturale ed economico con cui ha voluto rompere, salvo poi rendersi conto di non poterne farne a meno. E, onde evitare passi falsi, Trump procede ancorandosi alle poche certezze su cui può contare: vale a dire alcuni dei più collaudati quadri dirigenti della sua dirompente campagna elettorale contra mundum.

Le nomine di Elisabeth DeVos al ministero dell’Educazione e di Nikki Haley come ambasciatrice alle Nazioni Unite (ottime per chi ha a cuore i “princìpi non negoziabili” e la politica del bene comune) sono un ponte gettato verso componenti decisive di quel movimento conservatore che in parte rilevante aveva maturato la scelta “No Trump” (fra la stessa Haley e Trump non correva certo buon sangue). La Haley è stata eletta governatrice del South Carolina nel 2010 spinta dal mondo barricadero dei Tea Party. Mentre la DeVos è da sempre legata al mondo del conservatorismo più classico (Acton Institute for the Study of Religion and Liberty) e persino tradizionalista (quello raccolto attorno all’eredità dello storico delle idee Russell Kirk [1918-1994]), al contempo rappresentando pure un’anima sobria ma non per questo meno conservatrice di quel Partito Repubblicano con cui Trump è giunto ai ferri corti. Entrambe sono anche espressione di quel mondo protestante anti-liberal che su questioni decisive sa collaborare con i cattolici. Discorso simile vale per Reince Preibus scelto da Trump come Chief of Staff della Casa Bianca. Repubblicano doc (era presidente del Republican National Committee), è un conservatore specchiato. Nomine così sono dovute al Trump che tende la mano agli ex nemici.

Il Trump che invece conferma i vecchi amici è quello che ha scelto Stephen K. Bannon come Chief Strategist e Senior Counselor, e che oggi nomina l’ex banchiere Steven Mnuchin al ministero del Tesoro. Vecchi amici lo sono perché Bannon è stato il CEO della campagna elettorale di Trump e Mnuchin il suo gestore finanziario. 

Ma non è tutto. I vecchi amici Bannon e Mnuchin fanno da ponte pure loro verso un’altra galassia ex nemica, Wall Street. Mnuchin è infatti un ex executive della banca Goldman Sachs e così lo è pure l’“irriducibile” Bannon, dato, questo, che rende propizio un piccolo excurus: è infatti ridicolo accusare di antisemitismo, com’è stato di fatto, un ex alto dirigente di Goldman Sachs, difeso da rabbini e da ebrei praticanti, per di più cofondatore nel 2005, assieme al giornalista Andrew Breitbart (1969-2010), del gruppo editoriale che oggi possiede, Breitbart News, incubato durante un viaggio a Gerusalemme come strumento di difesa della libertà di espressione e dello Stato d’Israele. Tornando a Wall Street, è di questo lotto anche il miliardario Wilbur Ross cui Trump ha affidato il ministero del Commercio, così come Todd Ricketts, il suo vice. 

Cosa sta dunque accadendo? Sta accadendo che il presidente eletto si sta preparando a governare il Paese più importante del mondo non avendo assai probabilmente avuto davvero la speranza concreta di farlo per mesi, rendendosi adesso conto che l’arte del governo è in gran parte una scala di grigi ben diversa dalla retorica del mondo esclusivamente in bianco e nero. Bene inteso, i bianchi e i neri ci sono e sono fondamentali. Tenere distinto il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, è inderogabile. Ma il passaggio da questa chiarezza e distinzione sui fondamentali alla loro messa in opera concreta deve fare i conti con delle vischiosità che nessun semplice idealismo può sconfiggere. E che da vischiosità diventano sabbie mobili se non le si affronta adeguatamente. 

Conta per esempio molto meno sapere se al confine tra Messico e Stati Uniti si proseguirà la costruzione del muro di separazione inaugurato dal presidente Bill Clinton nel 1994 che non dichiarare guerra alla criminalità e al narcotraffico alimentato negli Stati Uniti da immigrati clandestini che non hanno alcun diritto di restare nel Paese. Conta molto meno sapere ? sempre per esempio ? quanti e quali meccanismi dell’“Obamacare” possano essere modificati o aboliti che non eliminare completamente l’obbligo imposta ai datori di lavoro di pagare per la contraccezione, l’aborto e la sterilizzazione dei propri dipendenti, impedire che la sicurezza sanitaria diventi un’arma per alimentare la cristianofobia come avviene adesso e fermare l’impennata dei costi della sanità che la riforma ha causato. 

A proprie spese, Trump sta cioè rapidamente imparando che senza in conservatori i suoi progetti di rifare grandi gli Stati Unti sono destinati a fallire, che schierarsi contro il Partito Repubblicano (oramai un buon partito conservatore) è assolutamente controproducente e pure che “Wall Street” è un’astrazione massimalista con poco fondamento. Ovvero che ci sono banchieri e banchieri, finanzieri e finanzieri, i George Soros e i non George Soros. Sta imparando che per provare a cambiare davvero la storia occorre con la storia fare anzitutto i conti. E sta addirittura imparando che ottenere qualcosa è meglio che perdere tutto. Quello che sta studiando da presidente è cioè un Trump più realista.