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Non solo Asia Bibi. Il caso Nabeel Masih

Nabeel Masih, 16 anni, operaio, analfabeta, posta una foto della Kaaba (l'edificio al centro della moschea della Mecca) sul suo profilo Facebook. Basta questo e un "like" di troppo e gli ex amici lo accusano di blasfemia. Ora è nel girone infernale della giustizia pakistana in attesa di un processo dove potrebbe essere condannato a morte.

Nabeel Masih

Nabeel Masih è un ragazzo cristiano di 16 anni. Vive in Pakistan. Fino a un mese fa abitava a Dina Nath, un villaggio del Punjab, e lavorava come operaio in una fabbrica di ghee, il burro chiarificato usato in cucina in molti paesi asiatici. Il 19 settembre diversi agenti di polizia hanno fatto irruzione in casa sua e lo hanno arrestato. Il giorno prima Akhtar Ali, un suo coetaneo, era andato a una stazione di polizia e lo aveva denunciato, accusandolo di blasfemia, il reato di offesa alla religione islamica che, come è noto, in Pakistan, paese a maggioranza musulmana, è punito severamente, anche con la pena di morte. Poche ore prima, insieme ad alcuni amici, Akhtar stava navigando su Facebook: “quando abbiamo aperto il profilo di Nabeel Masih – ha raccontato agli agenti – abbiamo trovato un post che insultava e offendeva la Kaaba mostrandone una fotografia. Vedendola i nostri sentimenti religiosi sono stati feriti”. 

La Kaaba è l’edificio situato al centro della Sacra moschea della Mecca, il luogo più sacro dell’islam, dove ogni anno milioni di musulmani si recano in pellegrinaggio. A quanto pare pubblicarne una fotografia su un social network è di per sé irriverente e blasfemo. Nabeel non solo aveva cliccato “mi piace” a un post, ma lo aveva condiviso sulla sua pagina FB. Tanto è bastato per sconvolgere forse irreparabilmente la sua vita. Al World Watch Monitor, l’associazione che raccoglie le storie dei cristiani perseguitati nel mondo, un suo cugino ha spiegato che si è trattato di un malinteso, che il ragazzo, tra l’altro analfabeta, non voleva ferire nessuno, al contrario ha condiviso il post per deplorarlo. Ma scuse e chiarimenti non sono serviti. Nabeel è in carcere in attesa di giudizio. La prima udienza, fissata per il 1° ottobre, è stata rinviata di una settimana per consentire alla polizia di completare il dossier delle accuse a suo carico e l’8 ottobre è stata di nuovo rimandata a causa di una agitazione sindacale.

Anche la vita di Nabeel, come quella di Asia Bibi, è in pericolo, sostiene il ministro federale per i diritti umani, Kamran Michael, che in parlamento occupa il seggio che fu di Shahbaz Bhatti, il ministro per le minoranze, cattolico, assassinato nel 2011 per aver preso le difese di Asia Bibi e per aver proposto di mitigare le pene previste per il reato di blasfemia. Il ministro Michael ha dichiarato che farà tutto il possibile per assistere Nabeel. Diverse organizzazioni non governative si sono attivate. Chiedono un processo equo e garanzie che si impedisca un uso improprio della legge. L’organizzazione non governativa di ispirazione cristiana The Voice ne ha assunto la difesa. Ma la sua situazione è critica. Il presidente di The Voice, l’avvocato cristiano Aneeqa Maria Antony, ha spiegato all’agenzia di stampa italiana Fides che l’8 ottobre avvocati difensori e famigliari sono stati gravemente minacciati.  Persino il pubblico ministero ha attaccato gli avvocati incaricati della difesa di Nabeel: “questo è un caso di blasfemia, se non lo avete capito – ha detto – quest’uomo ha offeso l’islam e voi dovreste sapere che il Pakistan è uno stato islamico, noi tutti siamo musulmani e questo è un tribunale islamico. Non dovreste difendere l’autore di un crimine così odioso. Sappiate che tutti sono contro di voi e non ce la potete fare, fareste meglio a badare a voi stessi, piuttosto, e a starvene alla larga”. 

All’uscita dal tribunale dove avrebbe dovuto svolgersi l’udienza poi rinviata, avvocati e famigliari sono stati accolti da una folla furiosa, decine di persone di tutte le età, inclusi diversi studenti. “Gridavano che Nabeel ha commesso un crimine imperdonabile e deve essere impiccato – ha raccontato l’avvocato Antony – inoltre hanno detto che tutta la sua famiglia deve morire”. Gli avvocati e il personale di The Voice sono riusciti a stento a proteggere i famigliari di Nabeel e a portarli al sicuro lontano dal tribunale. “Preghiamo che questo processo non costi altre vite umane come succede di questi tempi – ha detto l’avvocato Antony rivolgendo un appello a cristiani di tutto il mondo – per favore, ricordateci tutti nelle vostre preghiere e non dimenticate che abbiamo bisogno di pressioni esterne sulle autorità governative pakistane per poter svolgere il nostro compito e far valere la giustizia”. 

Nel villaggio di Nabeel vivono almeno 300 famiglie cristiane. Molte, dopo il suo arresto, sono partite per paura dei fondamentalisti. Tuttavia per il momento non ci sono stati episodi di violenza e, secondo il capo della polizia locale, Shahbaz Ahmet Dogar, che incoraggia tutti a tornare a casa, la situazione sostanzialmente è sotto controllo: “per fortuna le moschee non hanno lanciato accuse e chiamato a raccolta la gente tramite gli altoparlanti e non ci sono stati raduni di folle in cerca di vendetta”. Tuttavia in passato in diverse occasioni i quartieri cristiani sono stati saccheggiati e dati alle fiamme in seguito ad accuse di blasfemia. La preoccupazione dei concittadini di Nabeel è fondata. 

Questo è il clima in cui inizia forse un nuovo calvario, per un altro cristiano innocente perseguitato. Quello di Asia Bibi, arrestata nel 2009 e condannata a morte per blasfemia nel 2010, dura da più di sette anni.