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Occhi puntati sul Sudan ad un passo dalla crisi

Non dichiarata, lo stesso devastante la guerra che oppone da mesi Khartoum, al Sud Sudan, con capitale Juba. Si profila uno scontro senza rimedio.

Sudan

Un nuovo colpo di stato militare in Africa, dopo quello in Mali del 22 marzo: è la volta della Guinea Bissau dove, proprio come in Mali, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali – un ballottaggio, in questo caso – l’esercito ha preso il potere sospendendo le istituzioni democratiche. È successo il 12 aprile. Per il momento si hanno poche notizie e incerte. Sicuro è però l’arresto del presidente ad interim Raimundo Perreira e dell’ex primo ministro Carlos Gomez Junior, il favorito al secondo turno delle presidenziali avendo conquistato al primo turno quasi il 50% dei voti.

Ma in queste ore, più ancora che alla Guinea, è ai due Sudan che il mondo guarda con apprensione per i recenti sviluppi di una crisi tanto annunciata quanto, si direbbe, senza rimedio. Una guerra non dichiarata, ma non per questo meno devastante, oppone da mesi il Sudan, con capitale Khartoum, al Sud Sudan, con capitale Juba, il nuovo stato nato a luglio per volontà delle popolazioni meridionali del Sudan che in tal senso si sono espresse nel referendum del gennaio 2011: una consultazione prevista dall’Accordo globale di pace che nel 2005 ha messo fine alla pluridecennale guerra del governo sudanese per arabizzare il sud, sterminarne e marginalizzarne le etnie cristiane e animiste e porre sotto saldo controllo le regioni centromeridionali ricche di giacimenti di petrolio.  

È così che la ricchezza di un paese diventa la maledizione di due. Il Sudan, con la secessione del Sud, ha perso circa tre quarti dei giacimenti di petrolio, e quindi dei proventi, che fino ad allora avevano garantito al paese un PIL in crescita e vantaggiosi rapporti con le potenze industriali del pianeta avide di materie prime. Ha tentato di recuperare almeno in parte le perdite imponendo al Sud tariffe astronomiche  per consentire il trasporto del greggio sudsudanese fino a Port Sudan tramite i propri oleodotti, per ora l’unico modo per Juba di commercializzare il petrolio in attesa di costruire altri oleodotti e almeno un porto, in Kenya, che la renda autonoma da Kabul. Inoltre il Sudan contesta gli attuali confini che assegnano alcune regioni al Sud Sudan, rivendicando il diritto di annetterle.

In questi giorni Juba e Khartoum si contendono con le armi l’area petrolifera di Heglig, nel Sud Kordofan, che il Sudan è fermamente deciso a non cedere perché, in tal caso, perderebbe circa metà dei  giacimenti di cui ancora dispone; e si sono intensificati anche i combattimenti nello stato sudsudanese di Unity, più volte  bombardato dall’aviazione di Khartoum che ha colpito sia i pozzi che gli insediamenti urbani, incluso il capoluogo Bentiu.

Juba ha reagito alle richieste insostenibili del Sudan interrompendo l’estrazione di gran parte del greggio e difende il proprio territorio con l’esercito che, nei giorni scorsi, si è però spinto oltre frontiera fino a occupare appunto Heglig. Poiché però anche l’economia del Sud Sudan dipende dal petrolio, si può immaginare il danno enorme causato dai mancati introiti, a cui si devono aggiungere le spese militari e i danni materiali provocati dagli scontri e dai bombardamenti. Invece il paese avrebbe bisogno di concentrare tutte le proprie risorse finanziarie e umane nello sviluppo di infrastrutture e servizi, quasi del tutto assenti, nonostante che nei sei anni precedenti il referendum l’amministrazione di Juba abbia già potuto contare sulla metà dei proventi del petrolio: spesi evidentemente in maniera non abbastanza oculata.

Secondo l’Accordo globale di pace del 2005, nell’eventualità di una secessione del Sud, gli abitanti delle regioni di confine contese avrebbero dovuto decidere a quale stato appartenere con un referendum che però Khartoum ha rifiutato di indire temendo di perderle. Una parte delle popolazioni dei territori sudanesi di confine si era schierata con le etnie del sud nei lunghi anni di guerra civile e male sopporta di essere governata dal Sudan di cui teme a ragione la provata determinazione a reprimere il dissenso nei modi più crudeli, come sperimentano da quasi un anno le etnie dei Monti Nuba.

Come se non bastasse, dal 9 aprile 700.000 sudsudanesi ancora residenti in Sudan sono diventati a tutti gli effetti degli stranieri ai sensi delle nuove norme sulla cittadinanza. Rischiano l’espulsione se non saranno in grado di esibire contratti di lavoro o altre attestazioni che consentano loro di ottenere un certificato di residenza o un permesso di soggiorno. Al momento sono privi di documenti e di diritti il che li pone in una situazione a dir poco imbarazzante. Un loro eventuale rimpatrio comporterebbe problemi di accoglienza e inserimento che il governo e le comunità sudsudanesi per il momento non sono in grado di affrontare.