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Olimpiadi, gli Usa non fanno l'inchino alla Corea totalitaria

Il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, stringe la mano alla sorella del leader dell’altra Corea, quella comunista, reclusa e ostile che minaccia il Sud con test missilistici e nucleari. Ma Pence no, resta in disparte. Sarà sicuramente un atteggiamento anti-olimpico. Ma il vice di Trump ha le sue buone ragioni.

Kim Yo Jong e Mike Pence

Con una suggestiva cerimonia di apertura, che riassume bene tutte le tradizioni della Corea, si sono aperti i Giochi Olimpici Invernali del 2018 a Pyeong Chang, Corea del Sud. Immersi in un gelo tremendo, con temperature a 15 gradi sotto zero e un forte vento, si sono riuniti spettatori e capi di Stato di tutto il mondo. Tutti gli occhi erano puntati su Kim Yo-jong, sorella del dittatore nordcoreano Kim Jong-un. E su Mike Pence, vicepresidente degli Stati Uniti.

Il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, stringe la mano alla sorella del leader dell’altra Corea, quella comunista, reclusa e ostile che minaccia il Sud con test missilistici e nucleari. Ma Pence no, resta in disparte. Il vicepresidente Usa e la donna della famiglia Kim, la prima in assoluto della dinastia rossa “regnante” del Nord a recarsi nel Sud: l’una alle spalle dell’altro, per tutta la cerimonia, senza degnarsi neppure di uno sguardo. Pence evita di partecipare al banchetto, in cui avrebbe dovuto sedere allo stesso tavolo dei membri della delegazione nordcoreana. Evita anche di stringere la mano a Kim Yong-nam presidente dell’Assemblea del Popolo di Pyongyang. Moon ha invitato entrambi i leader prima della cerimonia, ma, secondo quanto riferisce l’agenzia sudcoreana Yonhap, il vicepresidente americano se ne è andato dopo soli 5 minuti di orologio. Nessuna stretta di mano, neppure in questo caso. Secondo il presidente Moon, queste dovrebbero essere le “Olimpiadi in cui inizia la pace” fra le due Coree. A giudicare dal primo giorno, non pare proprio che lo siano. Ma è sempre e solo colpa degli americani? Perché tanta freddezza?

Invece di andare allo stesso banchetto della delegazione nordcoreana, il vicepresidente nordamericano ha preferito incontrare un suo concittadino: il padre di Otto Warmbier, anch’egli presente a Pyeong Chang. Otto Warmbier, gli americani lo ricordano bene, era un tranquillo studente universitario dell’Ohio che volle passare una vacanza diversa dal solito per il Capodanno del 2016, partecipando tramite un’agenzia turistica specializzata ad un viaggio organizzato in Corea del Nord. Non è più tornato vivo. Accusato di un reato che pare proprio un pretesto qualunque (l’aver rubato un poster nel suo hotel), processato senza prove e senza difesa, è stato incarcerato in condizioni terribili. Solo un anno e mezzo dopo si è saputo che era stato torturato, come raccontato dai genitori alla Tv Fox mesi fa, in un’intervista drammatica citata dallo stesso presidente Donald Trump. Benché altri media mettano in dubbio la veridicità del racconto, Otto è tornato in coma negli Usa, riconsegnato in extremis dalle autorità nordcoreane, giusto per morire in un letto d’ospedale americano, assistito dai genitori.

C’è anche un motivo legale dietro alla scelta di non stringere la mano alla signorina Kim: è nella lista di personalità colpite dalle sanzioni individuali statunitensi, per violazione dei diritti umani. E infatti, assieme a Mike Pence era presente anche il dissidente nordcoreano Ji Seong-ho, lo stesso che era stato ospitato in Congresso da Donald Trump nel suo discorso dello Stato dell’Unione. La storia di Ji Seong-ho è la dimostrazione dell’abuso subito dal popolo nordcoreano. Nato nel 1982, ha subito da ragazzino gli effetti della grande carestia degli anni ’90. Mezzo morto di fame, è svenuto sui binari di una ferrovia vicino a casa sua mentre raccoglieva carbone. Il passaggio di un treno gli portò via il piede sinistro e due dita della mano sinistra. Operato senza anestesia (perché queste erano e probabilmente sono tuttora le condizioni della sanità nordcoreana), rimase mutilato e passò dieci mesi in casa in convalescenza, con pochissime cure e senza riabilitazione, aiutandosi solo con un paio di stampelle di legno, che tuttora tiene come un caro ricordo. La sua famiglia finì nel mirino del regime, non perché fosse dissidente, ma perché cercò medicine per il ragazzo sul mercato nero. E poi perché lui stesso commise l’imprudenza di passare il confine con la Cina per procurarsi un po’ di cibo. Scoperto e arrestato, venne torturato dalla polizia. E fu a questo punto che decise di fuggire, assieme a suo fratello. Riuscirono a passare il confine cinese vivi. Suo padre, invece venne catturato e fu torturato a morte.

Ji Seong-ho attraversò tutta la Cina, con le sue stampelle di legno, aiutato da gruppi religiosi. Giunto in Corea del Sud si convertì al cristianesimo. E’ il fondatore della Nauh, la Now, Action, Unity, Human Rights, un’associazione che assiste i nordcoreani fuggiti al Sud e fa quanto può per aiutare quelli rimasti prigionieri del regime del Nord.

Sia i sudcoreani che gli osservatori europei possono accusare Pence di imprudenza, di sprecare un’occasione per riavviare il dialogo, o di sabotare lo spirito olimpico, che dai tempi degli antichi greci è uno spirito di pace, un periodo in cui si fermano le guerre e si accantonano anche i rancori più antichi. Ma con storie così alle spalle, con che spirito il vicepresidente Pence avrebbe potuto stringere mani e fare sorrisi ai gerarchi del regime che ha assassinato Otto Warmbier e torturato Ji Seong-ho? Che impressione avrebbe dato all’opinione pubblica americana? Il vicepresidente di un’amministrazione il cui motto è “America First” non poteva sacrificare i sentimenti della sua popolazione per ragioni diplomatiche. Non è affatto detto che non venga colta l’occasione per altri contatti, anche durante queste Olimpiadi, ma almeno non ci siano photo ops, i selfie con la Kim, i sorrisi e le strette di mano. Perché è un cinismo che si paga.