• IL CASO IGOR

Omicidio in diretta: barbaro giornalismo

Era davvero necessario – in nome del diritto di cronaca - trasmettere le immagini impietose dell'omicidio di Igor, nei confronti di un uomo che non c’è più e di una donna che d’ora in avanti dovrà sopravvivere anche a questo dolore? Accanirsi sul dolore della famiglia colpita da quella tragedia, spiattellando ai quattro venti scene di efferata violenza equivale a un esercizio di sadismo sterile e gratuito. Non c’è alcun merito professionale dei giornalisti che mandano in onda quel servizio.

Gli attimi concitati di una colluttazione, urla disperate che risuonano nella stanza e infine uno sparo che raggela il sangue. L’omicidio in diretta è andato in scena sui principali telegiornali italiani, anche il Tg1 Rai delle ore 20, ed è entrato nelle case degli italiani, come fosse un fatto normale. 

Del fuggiasco Norbert Feher, alias Igor Vaclavic, criminale di origini serbe con un passato militare, era ormai stato detto tutto. Ricercato per l’omicidio del barista Davide Fabbri – freddato nel suo locale la notte del primo aprile scorso durante una rapina – e per l’omicidio di una guardia provinciale di 62 anni, le sue tracce si sono perse da più di un mese. 

La sua ferocia, però, è stata mostrata in tutta la sua spietatezza dalle principali televisioni italiane, le quali non hanno esitato a mandare in onda le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza all’interno del bar di Riccardina di Budrio, nel Bolognese, che riprendono l’omicidio del barista, freddato da un colpo di pistola. 

Nel filmato mandato in onda dalle televisioni si vede il barista che si muove con lentezza, calmo, mentre tenta di ragionare con il rapinatore, il cui volto è parzialmente nascosto da un cappello da pescatore. Ad un certo punto si avvicina al malvivente, e sembra quasi fingere una specie di rassegnata accettazione. Con una mossa improvvisa, quindi, riesce a strappare il fucile dalle mani di “Igor il russo” e lo insegue mulinando l’arma come un bastone con cui picchia lo sconosciuto che indietreggia nel ripostiglio. Da questo punto in poi la scena cambia. La telecamera inquadra il locale vuoto. Pochi istanti dopo si sente un colpo di pistola, secco e improvviso. E’ il proiettile che Igor ha appena esploso per uccidere il barista, utilizzando un’arma che nascondeva evidentemente dentro la giacca.

La cronaca di questi attimi spaventosi, però, non è finita. Le immagini continuano, spietate, ad andare avanti. E mostrano la moglie del barista mentre supplica il killer di non ucciderla, impugna un cellulare e cerca di farlo indietreggiare con una scopa, che l’uomo però riesce a strapparle prima di andarsene dal locale e sparire come un fantasma nella nebbia. 

Era davvero necessario – in nome del diritto di cronaca - trasmettere immagini così crude e così impietose, nei confronti di un uomo che non c’è più e di una donna che d’ora in avanti dovrà sopravvivere anche a questo dolore? 

La messa in onda di quel servizio è sbagliata sia per ragioni giuridiche, sia per ragioni deontologiche sia per motivazioni di elementare buon senso.

Partiamo da queste ultime. Accanirsi sul dolore della famiglia colpita da quella tragedia, spiattellando ai quattro venti scene di efferata violenza equivale a un esercizio di sadismo sterile e gratuito. Non c’è peraltro alcun merito professionale dei giornalisti che mandano in onda quel servizio, che si limita a mostrare le immagini girate dalle telecamere interne. Sono gli stessi meriti, prossimi allo zero, del giornalista che pubblica integralmente contenuti di intercettazioni ricevute da una Procura e che si fa bello rispetto ai colleghi per essere riuscito ad averle. Nulla di più antiprofessionale.

Il giornalista, e qui arriviamo ai profili deontologici, non è una buca delle lettere, un professionista passivo e acritico chiamato a pubblicare tutto ciò che riceve o che gli viene dato. Al contrario, al pari dello storico, deve selezionare le fonti a disposizione e valutare caso per caso, con sano e maturo discernimento, l’opportunità di pubblicare notizie o particolari di notizie che spesso violano altri valori altrettanto sacri quanto il diritto-dovere di informare i cittadini. Ci riferiamo alla tutela della dignità umana, che all’art.8 del Codice deontologico dei giornalisti per il rispetto della privacy (1998) riceve una limpida definizione. Il giornalista deve tutelare la dignità dei protagonisti delle notizie e astenersi dal divulgare scene di violenza, ancor più se dal finale tragico. Il giornalista deve evitare la spettacolarizzazione del dolore, la drammatizzazione della sofferenza, la teatralizzazione della cronaca nera. Anche questo vuol dire essenzialità dell’informazione, principio alla base del buon giornalismo, come evidenzia in più punti anche il nuovo Testo unico dei doveri del giornalista, entrato in vigore l’anno scorso.

Ma poi c’è anche il diritto a suggerire al giornalista cautela in situazioni come quella del video di Igor. La Costituzione italiana, all’art.2, introduce la categoria dei diritti inviolabili dell’uomo, che la Repubblica si impegna a riconoscere e a garantire. Al primo posto tra quei diritti c’è la dignità umana, che nella cronaca giornalistica deve rappresentare un muro invalicabile. E ci sono anche le leggi ordinarie sui media a tutelarla. La legge sulla stampa del 1948, all’art.15, ricorda che le disposizioni dell’art.528 del codice penale si applicano anche agli stampati che <descrivano o illustrino, con particolari impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente verificatisi o anche soltanto immaginari, in modo da poter turbare il comune sentimento della morale o l’ordine familiare o da poter provocare il diffondersi di suicidi o delitti>. L’applicazione di tale principio è stato esteso anche all’emittenza radiotelevisiva dalla legge Mammì del 1990. 

Con la digitalizzazione e la convergenza multimediale la leggerezza di qualche redazione nel mandare in onda immagini del genere rischia di produrre effetti ancora più devastanti. Il video di Igor è già stato condiviso sui social, tramite i siti internet delle tv, facendo a pezzi la dignità della famiglia coinvolta nell’omicidio e già infinitamente straziata dal dolore. L’ennesimo esempio di barbarie mediatica.