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Omofobia, gender, cannabis: la battaglia che verrà

La diciassettesima legislatura si è chiusa con la bagarre interna alla sinistra sulla mancata approvazione dello Ius Soli. Qualunque sia il giudizio in merito al provvedimento, è un dato di fatto che in tema di welfare, sanità e istruzione i figli degli immigrati attualmente già godono di tutte le garanzie previste per gli italiani, va inoltre tenuto in considerazione che, anche con l’attuale legge sulla cittadinanza, l’Italia è il Paese d’Europa che negli ultimi anni ha rilasciato il maggior numero di “passaporti”. Le acquisizioni di cittadinanza hanno infatti conosciuto un vero e proprio boom, passando dalle 66mila nel 2010 alle 178mila nel 2015, fino al record dei 205mila “nuovi italiani” nel 2016.

Inoltre, vale la pena ricordare che a dirigere su un binario morto lo Ius Soli è stato il segretario del Partito democratico, Matteo Renzi, il quale ha giudicato più conveniente anteporre l’approvazione del biotestamento, allo scopo di poter poi sventolare uno storico cavallo di battaglia della sinistra in campagna elettorale. 

L’introduzione dell’eutanasia per fame e per sete, al pari del divorzio breve e delle unioni civili, in questi giorni è additata dai membri dell’esecutivo e della maggioranza che ha sostenuto i governi Renzi-Gentiloni come uno dei successi di questa legislatura. 

In effetti, mai come in questi cinque anni si è attentato ai princìpi fondamentali del buon senso comune manipolando la famiglia naturale descritta nell’articolo 29 della Costituzione e redendo disponibile la vita umana. 

Eppure il progetto di definitivo mutamento antropologico della società italiana è stato compiuto solo parzialmente, almeno rispetto agli intenti dichiarati dai fronti parlamentari più progressisti, che nelle due camere hanno sempre garantito maggioranze trasversali per l’approvazione dei suddetti provvedimenti. 

Restano così impantanate tra commissioni e passaggi in aula leggi liberticide e ideologiche come la Scalfarotto sull’omofobia, il testo unico sul gender nelle scuole, la liberalizzazione delle droghe leggere, la scelta del cognome, il divorzio lampo (versione ancora più accelerata di quello breve approvato nel 2015). Poi ci sono le misure che non hanno mai preso la forma di un disegno di legge, pur essendo state portante al centro del dibattito politico e indicate come imprescindibili punti del programma, da parte di alcuni noti esponenti del Pd. Parliamo della riforma delle adozioni su cui ha più volte discettato il sottosegretario Maria Elena Boschi, con delega in materia di pari opportunità e di adozioni internazionali; e del matrimonio egualitario e della regolamentazione della maternità surrogata, agognati da Monica Cirinna e Sergio Lo Giudice. 

Ma andiamo per ordine. Dopo l’approvazione alla Camera con una larga maggioranza, la Scalfarotto è stata bloccata in commissione giustizia al senato anche grazie all’ostruzionismo portato avanti da alcuni senatori, primo fra tutti l’esponente di Idea Carlo Giovanardi. Ma anche i cosiddetti centristi della maggioranza non hanno voluto premere l’acceleratore su una legge che punisce penalmente i reati di opinione e che avrebbe messo a repentaglio l’agibilità politica di molti gruppi pro family. Posto che ogni atto di discriminazione va punito severamente con le leggi vigenti, dobbiamo ricordare che bastava rivolgersi all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad) del gruppo interforze della Polizia di Stato e dei Carabinieri per scoprire che non solo i reati di matrice discriminatoria in ambito dell’orientamento sessuale sono appena poche decine di unità ogni anno ma che sono anche in netto calo rispetto agli anni precedenti.

Sul finire della legislatura, in Commissione cultura della Camera, era poi partito l’esame del testo unico sull’educazione di genere. Il ddl non è mai arrivato in aula, ma nel frattempo il Ministero ha approvato le linee guida del comma 16 della riforma della scuola, per la promozione dell'educazione alla parità tra i sessi e la prevenzione della violenza di genere. Nel nuovo testo presentato lo scorso ottobre dal ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, i riferimenti al genere vanno intesi nell’ambito della differenza sessuale tra maschile e femminile. Un buon compromesso ottenuto solo tramite le pressioni esercitate dal Family day.

Ferma in commissione anche la legge sul cognome che introduceva la possibilità di scegliere quello della madre del padre o di entrambi i genitori e, caso di disaccordo, stabiliva una procedura per ordine alfabetico. Una misura inutile e ideologica visto che anche ora è possibile acquisire il cognome materno. 

E ancora, la legge che disciplina l’uso terapeutico della cannabis è stata “depotenziata” con l’eliminazione di tutta la parte riguardante legalizzazione dell’uso a scopo ricreativo, che prevedeva anche punti vendita e possibilità di coltivazione. 

Nulla di fatto anche per il divorzio lampo, provvedimento che avrebbe portato alla completa eliminazione della fase della separazione, offrendo la paradossale possibilità di divorziare a pochi giorni dal matrimonio. 

Ora, fatte le debite valutazioni su una legge elettorale che probabilmente non darà una maggioranza schiacciante a nessuno degli schieramenti in campo, bisogna chiedersi quali forze politiche e quali parlamentari si batteranno affinché queste proposte di legge non saranno riproposte, con qualche piccolo ritocco, anche nella prossima legislatura. L’argine a queste misure, è inutile non riconoscerlo, è stato rappresentato solo dai parlamentari di un variopinto centro destra che, tuttavia, al suo interno presenta anche componenti sensibili alle istanze più liberal, soprattutto in Forza Italia. Insomma, non si può escludere del tutto che eventuali governi di scopo, sostenuti anche dalle sedicenti componenti moderate, tornino a legiferare anche sui temi antropologici. Per questo sarà più che mai necessaria una base sociale vigile e un elettorato selettivo, che facciano sentire la loro voce fin dai primi scampoli della campagna elettorale. 

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