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Padre Samir: "Per l'Isis la Libia è la porta d'Europa"

Padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, islamologo, spiega alla Nuova Bussola Quotidiana quale sia la dimensione reale del pericolo in Libia. All'Isis quel paese interessa solo come trampolino di lancio per azioni contro l'Europa. I loro progetti superano le loro possibilità, ma una reazione è necessaria.

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Jihadisti dello Stato Islamico in Libia

«Il rischio è reale. Gli attentati a Parigi e Copenaghen, la minaccia all’Italia mostrano che lo Stato islamico ha l’Europa come obiettivo». Così dichiara alla Nuova Bussola Quotidiana padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, islamologo, fondatore del Cedrac, il centro di documentazione e di ricerca arabo-cristiana di Beirut, e professore di teologia orientale e d’islamistica presso il Pontificio istituto Orientale di Roma e al Centre Sèvres di Parigi.

Il gesuita analizza l’attuale situazione in Libia dove l'Isis ha «approfittato del caos creatosi dopo la morte di Gheddafi». Oltre alla favorevole anarchia e alla ricchezza di pozzi petroliferi, la Libia ha un terzo aspetto strategico: è il paese più vicino all’Europa». Se il primo obiettivo del gruppo jihadista è la creazione di un califfato nel mondo arabo – come dimostra la sanguinaria ascesa avvenuta in Siria e in Iraq – il secondo è estendere lo Stato Islamico all’Europa. «Non credo saranno in grado di farlo, ma per loro la Libia è certamente interessante giacché, attraverso l’Italia, può aprire loro le porte del Vecchio continente». 

Per padre Samir i progetti dei jihadisti superano le loro possibilità, specie perché le barbarie commesse stanno procurando allo Stato Islamico nuovi nemici. La brutale uccisione dei ventuno copti egiziani in Libia ha convinto Al Sisi a bombardare le postazioni dell'Isis nel paese nordafricano. E prima ancora l’orrendo assassinio del pilota giordano aveva provocato la reazione di Amman. «I governi arabi hanno ormai compreso che l'Isis è un pericolo per tutti e spero che inizino a reagire contro questi terroristi islamici». 

Una reazione è necessaria anche da parte dell’Europa, specie all’indomani dei «“test” di Parigi e Copenaghen e della minaccia all’Italia che hanno mostrato le mire di Isis sul Vecchio continente. Il gesuita caldeggia una risposta unitaria da parte degli Stati europei - «l’Italia non può essere lasciata sola» - e la realizzazione di un disegno multilaterale sostenuto dall’Onu. «A differenza degli islamisti, l’Europa non è pronta a combattere fino alla morte. L’unica soluzione è rappresentata da un progetto internazionale teso a sradicare questo movimento. Anche se per farlo occorreranno decenni».

Un altro fenomeno preoccupante è la diffusione del fondamentalismo islamico in Europa, soprattutto tra i giovani immigrati di seconda generazione che non sono riusciti ad integrarsi all’interno delle società europee. Giovani scoraggiati che trovano nell’estremismo un’alternativa vincente, oltre ad un incentivo economico, e che subiscono il lavaggio del cervello attraverso il web, le televisioni satellitari e in alcune moschee.

Tra le varie soluzioni proposte per arginare la diffusione dell’estremismo vi è quella di esigere che gli imam tengano le prediche nella lingua del paese in cui si trovano. «I fondamentalisti predicano in arabo poiché spesso conoscono soltanto quell’idioma». L’imposizione della lingua locale potrebbe favorire una maggiore integrazione, ma è necessario contare anche sul sostegno delle singole comunità musulmane. Gli imam possono ricoprire un ruolo chiave. «Il desiderio delle seconde generazioni è quello di integrarsi e gli imam dovrebbero spingere i giovani in questa direzione. Altrimenti il rischio è che continuino a considerarsi vittime dell’Occidente. L’importanza delle guide religiose è enorme: dobbiamo formare degli imam, che pur conservando le proprie tradizioni religiose, siano integrati nelle culture occidentali e dunque propensi ad aiutare i giovani ad assimilarsi».

Infine padre Samir cita le parole pronunciate recentemente al Cairo dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, davanti a centinaia di imam dell’università di Al-Azhar: «L’islam ha bisogno di una rivoluzione interna. Il problema non è esterno a noi e dentro di noi». Il gesuita ha più volte ricordato come l’islam abbia bisogno di una nuova ermeneutica, di un nuovo approccio al Corano e alla tradizione che consenta di coniugare fede e modernità. «Siamo nel XXI secolo non nel VII, non è pensabile risolvere i problemi di oggi con le soluzioni di allora».

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