• MARTIRI

Per non dimenticare i giusti nel genocidio del Rwanda

Nel 25° anniversario del genocidio del Rwanda, più di 800.000 morti in appena tre mesi, non si devono dimenticare neppure i giusti. Coloro che, a rischio della loro vita o perdendola, salvarono i Tutsi dalla furia sterminatrice degli Hutu. E neppure coloro che andarono incontro alla morte con sovrumana serenità. 

Memoriale del genocidio all'Università Nazionale del Rwanda

Ricorre il 25° anniversario del genocidio dei Tutsi in Rwanda. I mass media rievocano quei 100 giorni, a partire dal 7 aprile 1994,  durante i quali furono uccisi da 800.000 (stima delle Nazioni Unite) a 937.00 (stima governativa) rwandesi quasi tutti di etnia Tutsi. Furono cento giorni di orrore, di furia cieca, disumana: un massacro feroce, metodico, con qualsiasi mezzo a portata di mano: mancando armi da fuoco, martelli, panga (versione africana del machete), lance, cacciaviti, fuoco, bastoni e mazze chiodate …

Il giornalista Domenico Quirico, in un magistrale articolo scritto nel ventennale del genocidio, scriveva: “sul Paese scese il tempo di Caino, come una febbre maligna che annullava e travolgeva le coscienze. Vicini di casa che fino alla sera prima incontravano le vittime per i piccoli riti della quotidianità, un saluto un dono un pettegolezzo, suonarono all’uscio e cominciarono a colpire con i machete. Miti insegnanti andarono alla ricerca dei colleghi colpevoli di essere Tutsi e li massacrarono con la furia di killer professionisti”.

In questi giorni c’è chi fa il macabro conto di quante persone morirono al giorno, all’ora, al minuto. C’è chi descrive come si svolse la caccia “agli scarafaggi”, così Radio Mille Colline chiamava i Tutsi, incitando giorno e notte gli Hutu a braccarli e ucciderli. C’è chi rispolvera accuse di responsabilità e omissioni di chi forse non fece abbastanza per impedire il genocidio, di finanziamenti e complotti internazionali che forse lo favorirono. Nessuno però ricorda che in quei tragici mesi anche il Rwanda ebbe i suoi giusti, i suoi eroi, i suoi martiri … decine di migliaia di persone, in gran parte cristiane, che non tradirono, che seppero conservare dignità, carità, rispetto di sè e degli altri benché consapevoli di rischiare la vita.

Come quelle, ad esempio, che estrassero tra un ammasso di cadaveri una bambina di otto anni ancora viva, non ebbero il coraggio di portarla a casa, ma almeno la nascosero in una buca e le diedero da mangiare e bere quando era possibile, salvandole la vita. O come quel giovane Hutu vicino di casa di due Tutsi che si erano nascosti in una buca in giardino: per settimane, di notte, ha portato loro cibo e acqua e quando arrivavano le milizie Hutu giurava che fossero scappati.

Spesso a tentare di frapporsi tra i Tutsi e i loro assassini – che agivano soli, in gruppo, in bande armate chiamate interahamwe – sono state intere comunità. Le suore di santa Madre Teresa non hanno chiuso il loro centro nella capitale Kigali neanche un giorno e hanno ospitato molti fuggitivi riuscendo a salvarne una parte. Un parroco tutsi, don Oreste Kibungo, è stato salvato dai suoi parrocchiani che prima hanno eretto delle barricate per fermare le milizie Hutu e poi, quando sono stati costretti a toglierle, hanno incominciato a nascondere i Tutsi della parrocchia spostandoli continuamente da un posto all’altro. I componenti di una cooperativa agricola non solo hanno protetto i loro soci Tutsi, ma sono andati a prendere quelli di una cooperativa vicina dove invece i Tutsi venivano uccisi e hanno nascosto in casa e nei campi i sopravvissuti.

Molte storie non sono a lieto fine. Un centro per ragazzi handicappati aveva accolto sette fratelli di età tra 5 e 17 anni, arrivati senza i genitori, forse già uccisi. Quando si è venuto a sapere, un ufficiale ha convocato il responsabile del centro, l’abate Pierre Simons, per dirgli che doveva consegnare i ragazzini o lui e i suoi assistiti sarebbero stati uccisi insieme a loro dagli interahamwe. Tornato al centro, l’abate aveva consigliato al fratello maggiore di provare a fuggire perché non c’era modo di resistere all’attacco dei miliziani. Ma il ragazzo ha deciso di non tentare una inutile fuga. “Quando verranno – ha detto – ci consegneremo. Non preoccupatevi, non metteremo in pericolo nessuno di voi”. Poi ha spiegato ai fratellini che cosa stava per succedere e, quando qualche giorno dopo gli Hutu sono arrivati in forze per fare attaccare il centro, ha preso per mano i fratelli e insieme sono andati incontro al massacro, senza piangere né cercare di fuggire.

A raccogliere questi e altri racconti strazianti, pochi mesi dopo la fine delle stragi, è stato l’inviato speciale della rivista Tempi, Rodolfo Casadei, in un libro intitolato Santi e demoni d’Africa, pubblicato da l’Harmattan Italia nel 2001. Il libro parla anche dei tanti “giusti” che hanno perso la vita: come il seminarista  Emmanuel Musoda, trucidato per aver favorito la fuga di alcune suore Tutsi, e i militari governativi del distretto di Cyangugu, fucilati per essersi rifiutati di partecipare ai massacri.

Contiene inoltre le sconvolgenti storie di vittime che hanno affrontato la morte con “serenità sovrumana”. Tutti i 1.170 Tutsi rifugiatisi presso la chiesa di una parrocchia nella arcidiocesi di Kigali sono stati uccisi dagli interahamwe. Avevano sperato per giorni di essere risparmiati. Quando hanno capito di non avere scampo, un gruppo di giovani donne ha indossato gli abiti della festa. Il parroco, Danko Litric, un croato sopravvissuto, racconta di aver domandato come mai avevano messo i vestiti della domenica: “non è domenica – una di loro ha risposto – ma è festa lo stesso: oggi andiamo a incontrare il nostro Signore”. Dei sopravvissuti descrivono scene di persone che si sono incamminate verso i carnefici che di lì a poco le avrebbero trucidate in fila indiana, le mani giunte, cantando lodi come in processione. Altri mostrano lettere di commiato di parenti prossimi alla morte: “non preoccupatevi – ha scritto alla sorella prima di essere catturata e uccisa insieme alla madre e a un fratello – il morale è alto. Ci stiamo preparando ad andare in un luogo dove tutto è pace. Pregate perché Dio ci accolga”.  

Giusto il commento di Rodolfo Casadei: “sembra il racconto delle persecuzioni dei primi cristiani”.