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Pressing mondiale per introdurre l'aborto in Irlanda

Dopo le nozze gay anche in Irlanda, l'organizzazione governativa Citizens’ Assembly sta studiando la proposta di un referendum sull'aborto. E come le altre volte, la campagna abortista ha alle spalle possenti appoggi, anche all'Onu e potenti sponsor, fra cui l'onnipresente Soros. Eppure l'Irlanda continua a salvare vite.

Irlanda, manifestazione pro life

Gli occhi del mondo torneranno presto a essere puntati sull’Irlanda. Dopo il referendum del 2015 che ha introdotto il “matrimonio gay” nella Costituzione, il piccolo Paese nordeuropeo si trova a fronteggiare le pressioni crescenti di gruppi radicali internazionali, che vogliono abrogare l’Ottavo Emendamento e dare piena legittimità all’aborto, ripetendo ossessivamente lo slogan Repeal the Eight (“abroga l’ottavo”).

Secondo tale norma costituzionale, approvata via referendum nel 1983, “lo Stato riconosce il diritto alla vita dei nascituri e, con dovuto riguardo all’uguale diritto alla vita della madre, garantisce nelle sue leggi di rispettare e, per quanto praticabile, difendere e rivendicare quel diritto attraverso le sue leggi”. Questo principio di pari tutela subì uno sbilanciamento nel 1992, in seguito a una sentenza della Corte Suprema, che nel cosiddetto X Case stabilì la non punibilità dell’aborto nel caso di rischio suicidio per la donna, aprendo le porte ad abusi di vario tipo. La decisione giudiziaria è stata poi recepita nel Pregnancy Act del 2013, che ha inoltre abbassato a un massimo di 14 anni la pena per l’aborto illegale.

Di lì in poi si sono moltiplicati i tentativi di indebolire la protezione per il nascituro, con progetti di legge presentati da singoli parlamentari. L’ultima iniziativa, che chiedeva di depenalizzare l’aborto prevedendo una pena simbolica di un euro, è stata bocciata il 9 marzo a larga maggioranza (81-26). Si tratta di tentativi da un lato velleitari, perché privi di una sufficiente base di voti, ma dall’altro funzionali ad alimentare la propaganda e convincere l’opinione pubblica dell’urgenza di legalizzare l’aborto. Un’“urgenza” che si fa via via più incalzante, tanto che dopo le elezioni del 2016 è stato costituito un organo ad hoc, la Citizens’ Assembly, che ha come missione prioritaria l’elaborazione di una proposta sull’Ottavo Emendamento. L’Assembly è formata da un presidente nominato dal governo (il giudice della Corte Suprema, Mary Laffoy) e da 99 cittadini scelti secondo criteri di rappresentatività da una società di sondaggi, i quali entro la prima metà di quest’anno dovranno presentare le loro raccomandazioni che saranno poi esaminate da una speciale commissione parlamentare. Facendo una stima dei tempi, il ministro della Giustizia, Frances Fitzgerald, ha annunciato che un eventuale referendum sull’Ottavo Emendamento non si terrà prima del 2018. Tutto lascia comunque pensare che la consultazione referendaria ci sarà, anche perché l’Assembly è la prosecuzione ideale della Constitutional Convention, che aveva elaborato la proposta di modifica sul “matrimonio gay”. E certamente, al di là dell’esito finale, non è un bel segno che si arrivi a mettere ai voti la vita.

Queste manovre sul fronte interno avvengono mentre l’Irlanda si trova sotto il fuoco incrociato di multinazionali dell’aborto come Planned Parenthood e Marie Stopes International, miliardari come George Soros, entità globali come l’Onu e organizzazioni come Amnesty International, ormai convertita al credo mondialista secondo cui l’eliminazione dei bambini in grembo sarebbe un diritto umano. La campagna di condizionamento guidata dall’estero agisce in stretta connessione con il movimento irlandese Abortion Rights Campaign, che comprende varie realtà pro-aborto, inclusa la National Union of Journalists, l’influente sindacato dei giornalisti d’Oltremanica che nella sola Irlanda conta oltre 3.500 membri. In un simile contesto, dove i media sono perlopiù controllati da personaggi che spingono per la legalizzazione, è chiaro che diventa sempre più complicato sentire voci in difesa dei bambini non nati. Anche sotto questo profilo emerge il parallelismo con quanto l’Irlanda ha sperimentato nella fase pre-referendum del 2015, quando si è fatto di tutto per mettere a tacere le poche voci pubbliche contrarie alle “nozze gay” (nell’occasione si registrarono i silenzi colpevoli di buona parte della Chiesa), come dimostra la testimonianza del giornalista John Waters, licenziato per le sue idee a sostegno della famiglia naturale.

Oggi come allora, l’Irlanda, da Paese di grande tradizione cattolica, è considerata l’obiettivo simbolo per i gruppi laicisti di cui sopra: se viene vinta la resistenza del popolo irlandese – è il ragionamento – saranno vinte tutte le residue opposizioni alla diffusione del pensiero unico e al collegato ribaltamento morale. Del resto, è quanto si legge in un documento svelato dal sito Dc Leaks riguardo alla strategia dell’Open Society Foundation di Soros, che investe cifre enormi per condizionare le politiche degli Stati: “Con una delle leggi più restrittive al mondo, una vittoria là (in Irlanda, ndr) potrebbe avere un impatto su altre nazioni fortemente cattoliche in Europa, come la Polonia, e fornire la prova necessaria che un cambiamento è possibile”. Il mondo pro-life è ormai ben consapevole dell’attività dei gruppi d’interesse stranieri. “Una cosa è certa: quelli che spingono per l’aborto in Irlanda hanno immense risorse finanziarie, che fino a pochi anni fa non avevano”, spiega la vicepresidente di Pro-Life Campaign, Cora Sherlock, che dà conto di un’altra ragione per la quale l’Irlanda è diventata un bersaglio del laicismo. “Non è una sorpresa che gruppi abortisti internazionali stiano cercando di imporre la loro agenda in Irlanda. L’eccellente primato irlandese nella sicurezza per le donne in gravidanza è un grande motivo di imbarazzo per i promotori dell’aborto, perché distrugge completamente la loro argomentazione secondo cui l’aborto aiuterebbe le donne”. Quanto dice la Sherlock corrisponde al vero, visto che l’Irlanda ha una bassissima mortalità materna e, dal 1985, si colloca stabilmente tra il 5° e il 7° posto in fatto di sicurezza materna su un totale di 183 nazioni misurate dall’Organizzazione mondiale della sanità nell’ultimo trentennio.

Di fronte a questa realtà che mette ancora una volta a nudo le menzogne dell’aborto, si capisce perché il martellamento diretto da burattinai stranieri e sostenuto da stampa e attivisti irlandesi è destinato a crescere. Finora il culmine è stato raggiunto lo scorso 24 settembre, quando in diciannove città estere, da New York a Phnom Penh in Cambogia (avete letto bene), si sono svolte delle marce per chiedere a Dublino di introdurre l’aborto. Qualche mese prima, a maggio, l’Irlanda era stata destinataria - attraverso la procedura Onu dell’Universal Periodic Review - di raccomandazioni provenienti da 18 Stati, che chiedevano al Paese evangelizzato da san Patrizio di uniformarsi agli “standard” sull’aborto presenti nel resto dell’Occidente.

C’è da credere che nei prossimi mesi, dopo che la Citizens’ Assembly avrà presentato il suo progetto sull’Ottavo Emendamento, le pressioni interne ed esterne aumenteranno. Perciò, le persone di buona volontà dovranno fare di tutto per far capire – pur con mezzi mediatici ed economici irrisori rispetto a quanto hanno a disposizione i promotori dell’aborto – che cosa significherebbe eliminare le tutele per la vita più indifesa. Come ha detto la pro-life Sinead Slattery, testimoniando il clima di censura già in atto, “sarebbe inammissibile se l’Assembly concludesse il suo lavoro senza dedicare diversi giorni ad ascoltare le storie delle vite salvate dall’Ottavo Emendamento: genitori che avevano pensato all’aborto, che hanno cambiato idea e riconoscono che grazie a quell’emendamento i loro bambini sono oggi vivi! Queste storie meritano un notevole ascolto da parte dell’Assembly, ma gli è stato rifiutato”.