• CANDIDATI RITIRATI

Prima delle elezioni, la grande fuga dalla politica

Alfano e Pisapia

La prossima legislatura sembra morta prima di nascere. Non si sa ancora quando si voterà, probabilmente a marzo, ma già si susseguono annunci roboanti da parte di esponenti di primo piano della politica italiana che rinunciano a candidarsi in Parlamento.

Aveva cominciato il mese scorso il grillino Alessandro Di Battista, sconvolgendo il mondo pentastellato, mentre negli ultimi giorni sono stati due politici di centro e di sinistra a fare analoga comunicazione. Giuliano Pisapia, dopo aver tentato per mesi di favorire la ricomposizione della sinistra, ha deciso di gettare la spugna, di non scendere in campo in prima persona e di non prendere posizione tra il Pd renziano e il nuovo soggetto politico unitario capeggiato da Pietro Grasso. Così facendo Laura Boldrini e gli altri che avevano creduto nell’iniziativa di Pisapia ora quasi sicuramente convergeranno su Grasso, rafforzando ulteriormente la nuova creatura antirenziana. Nella squadra di bersaniani, dalemiani, civatiani e altri rappresentanti della sinistra antirenziana sono destinati a confluire moltissimi che avevano appoggiato Campo Progressista di Giuliano Pisapia nella speranza che potesse portare una ventata d’aria nuova a sinistra.

Ancor più eclatante è apparso l’annuncio di Angelino Alfano, che dopo aver ricoperto tutti i più importanti incarichi di governo con diversi presidenti del consiglio, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi, fino ad arrivare a Gentiloni, ha pensato bene di saltare un giro e di tentare di ricostruirsi un’immagine diversa da quella avuta finora, cioè di trasformista attaccato alla poltrona. "Rinunciando a correre per un seggio in Parlamento – ha spiegato il Ministro degli esteri - voglio compiere un gesto simbolico e dimostrare che quello che ho fatto finora l’ho fatto per il bene del Paese e non per rimanere incollato alla poltrona".

Le rinunce di Alfano e Pisapia, unite a quella di Di Battista, si sommano alla paura di altri esponenti del governo di candidarsi nelle loro terre d’origine per timore dell’insuccesso. Il caso più eclatante è quello del sottosegretario Maria Elena Boschi che, temendo il flop nella sua Toscana, si candiderà nell’uninominale in Campania e nel proporzionale in Trentino, stando almeno alle ultime indiscrezioni. Nelle regioni “rosse”, infatti, il rischio che il Pd perda molti collegi uninominali a causa delle divisioni a sinistra, è molto concreto e una eventuale bocciatura nella propria terra d’origine sarebbe la fine per l’ambiziosa Maria Elena Boschi.

Ma tutte queste manovre orchestrate ancora prima della formalizzazione delle alleanze e della fissazione della data del voto hanno diverse spiegazioni, sia strettamente tattiche che di scenario politico complessivo. Dal punto di vista tattico, Pisapia ha preferito sfilarsi perché non voleva legare la sua sorte né a Renzi né a Grasso. In questo modo spera di poter rientrare in gioco dopo il voto, in caso di stallo, magari come figura di cerniera tra le diverse anime di centrosinistra. In un governo istituzionale o “del Presidente” uno che non ha corso in prima persona e non si è esposto in campagna elettorale potrebbe essere spendibile per ruoli di primo piano, e si sa che l’ex sindaco di Milano ha il chiodo fisso di voler fare il Ministro della giustizia. Restando per ora in disparte, potrebbe forse avere più chance.

Diverso il discorso di Angelino Alfano, che ha già ricoperto tutti i più prestigiosi incarichi, tranne quello di premier. E’ stato Ministro degli Interni, degli Esteri e della Giustizia, vicepresidente del Consiglio, segretario di partito, quindi aveva bisogno di una sorta di “lavacro purificatore” per potersi riproporre agli elettori, magari fra qualche anno. Lui ha già dichiarato che continuerà a fare politica da non parlamentare. In questo momento avrebbe potuto candidarsi ma senza la certezza di essere eletto. Inviso ai berlusconiani e tollerato con fastidio dai renziani, avrebbe dovuto puntare tutto sul proporzionale, sperando di raggiungere la soglia del 3% con il suo partito. Impresa quasi disperata, considerato che metà dei suoi preme per tornare nel centrodestra e solo alcuni come il ministro della salute, Beatrice Lorenzin, e Fabrizio Cicchitto vorrebbero proseguire l’esperienza di collaborazione con il centrosinistra. Una spaccatura del genere avrebbe certamente impedito ad Alternativa Popolare di superare lo sbarramento. Con l’uscita di scena di Alfano, ci sarà il “rompete le righe” e ognuno dei suoi andrà con chi vuole. Lui con questo gesto di rinuncia al seggio si riabilita ad Arcore e negli ambienti azzurri, e magari fra un po’, rivendicando di essere alternativo alla sinistra, potrà riavvicinarsi a quel centrodestra da cui proviene, confidando nella breve durata della prossima legislatura.

Quanto allo scenario politico complessivo, il disimpegno simultaneo di Pisapia e Alfano indebolisce ulteriormente Matteo Renzi, che proprio un anno fa perdeva cocentemente il referendum costituzionale. Il segretario dem, che in questi giorni è in Sicilia, terra dalla quale si era tenuto accuratamente lontano in campagna elettorale, presagendo un’altra pesante sconfitta, fa sempre più fatica a costruire una coalizione vincente per le prossime elezioni politiche. Senza Alfano e Pisapia alcuni voti della sinistra anti-Pd andranno a Grasso o altrove, mentre il fronte centrista potrà fare riferimento solo a Pierferdinando Casini. Il centrosinistra, quindi, diventerà sempre più una sinistra-sinistra, con una piccola spruzzatina di centro. E si sa che i voti dei cosiddetti moderati sono sempre determinanti. Tanto più lo saranno nei collegi uninominali con il Rosatellum. Renzi lo sa e mastica amaro. Chi invece a sinistra si vuole sbarazzare definitivamente di lui non vede l’ora che arrivino le elezioni.