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Primarie Usa, quando la matematica è un'opinione

Teoricamente, stando al numero di delegati vinti, la Clinton e Trump hanno già la loro nomination in tasca. Ma l'ex first lady deve affrontare la marea di voti che ha conquistato il rivale Bernie Sanders. E Donald Trump l'ostilità dei conservatori, su cui ha sparato a zero per mesi. Entrambi devono scendere a compromessi.

Donald Trump

La marcia di Donald J. Trump e di Hillary Clinton verso il quorum di delegati alle Convenzioni nazionali di partito che garantirà loro la nomination presidenziale prosegue indisturbata.

I Repubblicani voteranno ancora il 24 maggio nello Stato di Washington e poi chiuderanno le primarie il 7 giugno in South Dakota, New Mexico, New Jersey, Montana e California: i delegati in palio il 24 maggio sono 44, quelli che verranno assegnati il 7 giugno sono 303 e solo 77 quelli che servono a Trump per assicurarsi matematicamente la nomination. Ma soprattutto Trump non ha rivali, visto che tutti gli sfidanti si sono oramai ritirati. I Democratici debbono ancora votare nelle Isole Vergini il 4 giugno, a Puerto Rico il 5 giugno, in South Dakota, New Mexico, North Dakota, New Jersey, Montana, California il 7 giungo e nel Distretto di Columbia (il fazzoletto di terra dover sorge la capitale federale, Washington) il 14 giugno. In totale verranno assegnati 781 delegati, alla Clinton ne mancano solamente 91, ma soprattutto anche l’ex First Lady non ha rivali visto che allo sfidante Bernie Sanders ne mancano 894. 

Eppure è in casi come questi che la matematica è solo un’opinione. Sotto la calma apparente di questo conto alla rovescia che inesorabilmente porterà all’unica conclusione possibile si agitano infatti acque tempestose.

La Clinton è in seria difficoltà. Perde voti dopo voti e Stati dopo Stati (il 17 maggio in Kentucky ha superato Sanders di solo mezzo punto percentuale e in Oregon ha perso sonoramente con un distacco di 10 punti), e anche se questo non le potrà negare la nomination, certamente la condizionerà molto. Quando nel 2008 Hillary corse per la Casa Bianca, Barack Obama era un perfetto sconosciuto su cui nessuno avrebbe scommesso. Ma l’entourage di Obama seppe intelligentemente copiare la campagna elettorale messa a punto dallo stratega Karl Rove per George W. Bush nel 2004 e la Clinton finì alle strette. A quel punto l’establishment del Partito Democratico smise di stare alla finestra e puntò tutto su Obama. Non senza però condizioni. La nomina di Hillary alla Segreteria di Stato (una cosa inconsueta per chi perde clamorosamente le primarie) è forse stata la contropartita valsa l’appoggio del partito a un Obama inaspettatamente vittorioso. Ebbene, oggi la storia potrebbe ripetersi. La nomination dell’ex First Lady non è certo in discussione, ma il partito non può permettersi il lusso di sbattere la porta in faccia a Sanders. Il candidato socialista controlla, no forse meglio dire catalizza, un numero ingente di voti Democratici. Se il voto sandersiano, convinto, ideologico e deciso a tutto (“The Bern” continua a vincere anche se tecnicamente non serve a nulla) dovesse voltare le spalle al mainstream del partito quando il partito ne avrà bisogno, per i Democratici sarebbe un disastro.

Oltre al presidente e al vicepresidenti federali, infatti, l’8 novembre gli americani eleggeranno anche tutta la Camera federale e un terzo del Senato. Saranno cioè chiamati a rinnovare in maniera decisiva l’assemblea legislativa. Di lì a poco, nel 2018, arriveranno poi le elezioni “di medio termine”, quelle che a metà esatta del mandato del presidente in carica rinnoveranno ancora la Camera federale e un altro terzo del Senato. Il “sandersismo”, vinto ma non sconfitto alle presidenziali del 2016, sarà decisivo per impedire ai Repubblicani di fare cappotto al Congresso, magari addirittura per due volte di fila. Quale sarà allora il terreno della trattiva tra l’establishment del partito, la Clinton e Sanders? Verosimilmente soprattutto l’economia e il lavoro. Ma aprendo inevitabilmente a Sanders su questi fronti la Clinton non potrà che scontentare certi suoi sostenitori di Wall Street. Se insomma riuscisse ad arrivare alla Casa Bianca, Hillary dovrà certamente imparare a camminare sulle uova.

Né da meno è, sull’altro versante, Trump, alle prese anch’egli con un “day after” difficile. L’alzo zero con cui ha sparato sugli sfidanti, sul partito e sull’intero mondo socio-economico-culturale che ruota attorno ai Repubblicani adesso non serve più. Ora è il momento delle carinerie. Anche il milionario newyorkese non può infatti permettersi che i veleni disseminati durante la campagna elettorale gli sottraggano voti strategici l’8 novembre. Ma l’operazione non è semplicissima. Anzi, a leggere la stampa conservatrice parrebbe fallita in partenza. L’opposizione a Trump della Destra tradizionale permane e talora si rafforza. Qualcosa potrà però fare il fattore tempo, e soprattutto lo spettro di una nuova vittoria Democratica. Emblematica è la posizione assunta da Catholic Vote, l’influente advocacy group che si prefigge di orientare l’elettorato in base ai princìpi della dottrina sociale della Chiesa e che ha appoggiato apertamente Ted Cruz contro Trump. Sostenendo che astenersi è immorale, che l’ipotesi di un “terzo partito” è allettante ma perdente e che Hillary va sconfitta a ogni costo, ancora l’appoggio ufficiale a Trump non lo dà. È come nascondersi dietro a un dito, certo, ma, tenendo una mano sulla coscienza, molti conservatori e molti cattolici che voteranno – o voterebbero – Repubblicano stanno attendendo di vedere chi Trump sceglierà per la vicepresidenza e quali impegni formali assumerà alla Convenzione del partito in luglio.