• ANNIVERSARIO

Quando Montanelli fondò Il Giornale

Era il 25 giugno 1974 quando la tipografia di piazza Cavour a Milano stampò la prima copia di un nuovo quotidiano che nasceva per offrire rappresentanza alle idee liberali, sempre più trascurate dal Corriere della Sera. Una stagione durata vent'anni.

Indro Montanelli

Era il 25 giugno 1974 quando la tipografia di piazza Cavour a Milano stampò la prima copia di un nuovo quotidiano di ispirazione liberale. "Il Giornale" di Indro Montanelli nacque esattamente quarant'anni fa per offrire rappresentanza alle idee liberali, sempre più trascurate dal Corriere della Sera di Piero Ottone. Da via Solferino un manipolo di giornalisti coraggiosi (oltre a Montanelli si ricordano Enzo Bettiza, Mario Cervi, Egisto Corradi, Cesare Zappulli, Egidio Sterpa) si staccò per sfuggire all'omologazione culturale e fondare un quotidiano basato su una visione moderata, liberale e anticomunista della società.

In quattro decenni ne è passata di acqua sotto i ponti. La società italiana si è fortemente deideologizzata, le idee liberali si sono progressivamente "volgarizzate" e, in politica e nel giornalismo, si sono moltiplicati i sedicenti liberali, mentre sono apparsi sempre più rari i liberali veri, che mettono al primo posto le libertà individuali e si battono coerentemente per il primato della persona sullo Stato.

Nel 1976 Indro Montanelli invitò gli italiani a votare per la Democrazia Cristiana "turandosi il naso", al fine di impedire il sorpasso comunista. Quell'appello sdoganò agli occhi dell'elettorato la preferenza per il cosiddetto "male minore" e rappresentò l'anticipazione di un bipolarismo che, nel nostro Paese, in verità non si è ancora realizzato.

Di fronte all'egemonia della sinistra ideologica nel mondo della cultura, delle arti, della scuola, dell'università, del giornalismo, Montanelli si battè pervicacemente per l'affermazione dei principi liberali e riconobbe lealmente al suo editore, Silvio Berlusconi, il merito di non averlo mai condizionato nelle sue scelte editoriali. Per almeno 15 anni il Cavaliere fu l'imprenditore edile di successo che ripianava annualmente i bilanci di via Gaetano Negri senza mettere becco nei contenuti giornalistici del quotidiano di famiglia.

Ma il clima cambiò profondamente agli inizi del 1994, quando, dopo le travolgenti inchieste di Tangentopoli, si creò un vuoto politico nell'area moderata, che era stata a lungo presidiata dal pentapartito, annientato dal pool di Mani Pulite. Silvio Berlusconi, dopo aver tergiversato per mesi, ruppe gli indugi e annunciò la sua discesa in campo. Montanelli rifiutò di rimanere alla guida di un organo di informazione inevitabilmente condizionato da un editore leader politico e candidato Presidente del Consiglio e se ne andò sbattendo la porta. Vittorio Feltri raccolse il testimone e fu nominato direttore.

Da allora Il Giornale è diventato un'altra creatura. Ha subito una metamorfosi irreversibile, ha scelto di far coincidere la difesa dei principi liberali con l'appoggio diretto ed esplicito allo schieramento politico di Silvio Berlusconi. Questa torsione politicista si è tradotta nella perdita di quell'autonomia che per anni Montanelli riuscì a salvaguardare e che lo stesso Berlusconi aveva lodevolmente garantito alla sua testata. Il resto è storia ben nota.

Montanelli, dopo una brevissima parentesi come editorialista del Corriere della Sera, lanciò la sfida al suo ex giornale fondando il quotidiano La Voce. Fu un grave errore, come gran parte dei giornalisti che lo seguirono in quell'avventura onestamente riconobbero. Non c'era spazio negli anni Novanta per un altro quotidiano liberale e moderato sicché La Voce diventò nei fatti la cassa di risonanza degli ingrati rancori antiberlusconiani e finì per spalleggiare più o meno palesemente la battaglia elettorale della "gioiosa macchina da guerra" di Achille Occhetto. Le elezioni le vinse Berlusconi e La Voce, dopo meno di un anno di vita, chiuse i battenti. Un'esperienza suicida e fallimentare che ha offuscato l'immagine di Montanelli e non è riuscita in alcun modo a scalfire il successo berlusconiano di quei mesi.

Il Giornale di Montanelli ha rappresentato per quasi vent'anni la voce del pensiero autenticamente liberale, caratterizzato dal rispetto degli avversari e anche dalla sensibilità ai valori del cattolicesimo, che pure non erano sempre coltivati e pubblicamente apprezzati dai giornalisti che lavoravano in via Gaetano Negri. L'insegnamento montanelliano dei fatti separati dalle opinioni appare utopia nel panorama giornalistico attuale, contrassegnato da un'informazione urlata, spettacolarizzata, che spaccia per verità oggettive quelle che in realtà sono solo opinioni soggettive di certi giornalisti.

Berlusconi ha rappresentato il modello di editore puro o quasi, fino a quando non è diventato il principale editore televisivo e ha deciso di candidarsi alle elezioni. Da quel momento il cortocircuito tra informazione e politica è diventato definitivamente la regola (anche nell'era pre-berlusconiana esempi di commistioni di interessi non erano di certo assenti) e il mondo giornalistico si è pressoché bipolarizzato tra berlusconiani e antiberlusconiani, perdendo di vista l'essenza della deontologia giornalistica: il rispetto della verità sostanziale dei fatti da parte di chi è chiamato a svolgere un ruolo di mediatore tra i fatti e l'opinione pubblica.