• NUOVO SCANDALO

Quando vince Trump il marketing è un crimine

Quando Obama vinse grazie a una campagna marketing online, condotta dopo una "pesca a strascico" dei dati degli utenti dei social network, i commentatori, entusiasti parlarono di "rivoluzione". Oggi la campagna di Trump vince con metodi analoghi e Facebook finisce alla sbarra. E i sospetti ricadono anche sulla Lega, in Italia.

Steve Bannon, lo stratega della campagna di Trump

Facebook è in crisi, in due giorni sta subendo un forte crollo in Borsa, per lo scoppio di Datagate. Cos’è Datagate? Dopo il Russiagate, è il nuovo scandalo che coinvolge l’amministrazione Trump. E’ reale? No, riguarda la realtà virtuale. E probabilmente non giungerà a nulla, ma la macchina politica contro le “fake news” è lanciata a tutta velocità, anche in Italia, con l’obiettivo di dimostrare che la Brexit, poi l’elezione di Donald Trump e infine le elezioni del 4 marzo per il nostro Parlamento sono fraudolente.

La Us Federal Trade Commission sta, a quanto risulta, indagando su Facebook, il social network di Mark Zuckerberg, accusato di aver ceduto in modo fraudolento i dati di 50 milioni di utenti privati a un’agenzia di marketing, la Cambridge Analytica (CA). Lo stesso Zuckerberg è stato chiamato a testimoniare anche di fronte al Parlamento britannico e a quello europeo. Perché il caso interessa molto da vicino sia la politica statunitense che quella europea (e britannica in particolare). La CA è stata ingaggiata da Donald Trump per le elezioni del 2016. Suo ex vicepresidente era Steve Bannon, lo stratega della campagna presidenziale e pare che sia stato determinante il suo consiglio per ingaggiare la CA e i suoi metodi molto innovativi per una campagna elettorale al passo coi tempi. Adesso però è nei guai Facebook, colpevole di essersi fatto rubare (ma a quanto pare, consapevolmente) i dati dei suoi utenti. Dati che, forse, sarebbero stati usati dalla CA per tracciare il profilo di milioni di utenti a cui indirizzare il materiale della campagna elettorale, prima quella per il referendum britannico per l’uscita dall’Unione Europea, poi quella americana, con spot negativi contro la Clinton e positivi per Trump. La CA respinge al mittente tutte le accuse.

Lo scandalo, in realtà, non c’è. Per lo meno: non ancora. Non si sa se i dati raccolti in modo fraudolento da CA dai profili Facebook sia stata poi usata effettivamente nelle campagne elettorali. Non si sa, come sostiene l’accusa, se questi dati siano stati passati alla Russia, la cui attività di propaganda si è estesa anche alle elezioni presidenziali americane. Non si sa nemmeno se sia stata la CA, eventualmente, a passare quei dati alla Russia. Non è ancora chiaro, poi, quale sia stato il ruolo dei dati "trafugati" dalla CA nella campagna per la Brexit, denunciato da un’inchiesta del Guardian. Ma soprattutto non è affatto chiaro l’oggetto del contendere. Perché una campagna di marketing online dovrebbe essere considerata illegale? La raccolta di dati degli utenti Facebook sarebbe stata effettuata dal ricercatore Aleksandr Kogan, di Cambridge ed era perfettamente lecita, sia nel metodo che nel merito. Di illecito ci sarebbe la condivisione di dati fra Kogan e la CA, pratica che avrebbe violato la politica di Facebook a protezione della privacy degli utenti.

Abbiamo dunque due casi. Uno che riguarda la privacy violata degli utenti dei social network. Ed è un fatto purtroppo comune, a giudicare dalla pubblicità tanto personalizzata quanto non richiesta che ci appare ad ogni pagina Web che apriamo. Il secondo riguarda la “manipolazione” delle campagne elettorali. Sul secondo caso si brancola ancora nel buio, in assenza di prove. Però è quello che fa notizia. Il fatto che si batta così tanto la grancassa pur in assenza di prove e sospetti solidi, fa sospettare che tutta questa campagna sia strumentale. Come per il Russiagate, che finora non ha portato a nulla, è comunque un tentativo di delegittimare l’elezione di Donald Trump. E nel Regno Unito: di delegittimare la scelta degli elettori britannici di uscire dall’Ue.

E’ anche una guerra fra media e new media. Perché i media erano, per usare i termini della corrispondente Rai Giovanna Botteri, tutti dalla parte della Clinton: “Non si è mai vista come in queste elezioni una stampa così compatta e unita contro un candidato”. Eppure proprio quel candidato, Donald Trump, ha vinto le elezioni. Perché? Prima è nata l’ipotesi Russiagate (interferenza russa nella campagna elettorale). Ma l’indagine ha già escluso l’unica ipotesi che avrebbe invalidato il voto: i russi, infatti, non hanno bucato il sistema di voto, dunque non hanno commesso frodi. Sono intervenuti nella campagna elettorale, con una vasta operazione di propaganda. Tra l’altro, non solo a favore di Donald Trump, ma anche di Bernie Sanders, il candidato socialdemocratico che contendeva alla Clinton la candidatura alla Casa Bianca. Poi si punta il dito sui social network. Perché se i media sono “compatti”, comunque gli elettori restano liberi di scambiarsi pareri fra loro sui social network. Ed è su questi che vengono raggiunti dalle campagne elettorali personalizzate (cioè basate sui loro gusti personali), come quella gestita dalla CA. Ed è proprio su quei social che viene puntato il riflettore. E solo adesso, perché quando fu lo stesso Facebook a giocare un ruolo determinante per la vittoria di Obama, nessuno ebbe nulla da ridire. La campagna democratica del 2008 e del 2012, usò esattamente gli stessi metodi: pesca a strascico dei dati degli amici Facebook dei simpatizzanti di Obama, senza neppure informarli. Ma allora si parlò di “rivoluzione dei big data”. Oggi si parla di Datagate. Due pesi due misure, insomma.

Fatti degli americani, si potrebbe dire, se la cosa non riguardasse da vicino, da subito, anche il dibattito post-elettorale italiano. Tra i partiti che hanno usufruito dei servizi della CA, infatti, ce ne sarebbe anche uno italiano. Non si conosce l’identità della formazione politica. Si sa che la CA prestò la sua consulenza nel 2012, quando quel partito era “in fase di rinascita” dopo che aveva avuto “i suoi ultimi successi negli anni 80”. Un bel rebus. Verrebbe da pensare al Pd, considerando che il suo antenato maggiore, il Pci, nel 1984 ottenne il suo miglior risultato di sempre e nel 2012 si apprestava a vincere le elezioni dell’anno successivo. Ma invece il deputato del Pd Michele Anzaldi punta il dito sulla Lega. Che negli anni 80 era appena nata. E venne conosciuta dal grande pubblico solo dopo le elezioni del 1992…