• VERSO LE EUROPEE

Quel compromesso sulla Tav per salvare i Cinque Stelle

Il patto mediato dal premier Conte dà tregua per sei mesi a Salvini e Di Maio ed è sufficientemente ambiguo da permettere a entrambi di esultare con i rispettivi elettorati. La vera partita tra Lega e Cinque Stelle inizierà il 27 maggio, all’indomani delle europee, perché in base ai rapporti di forza che emergeranno si potrà capire quanto futuro abbia l’attuale alleanza di governo, che intanto sconta il peso dei veti incrociati.

Tutto quello che ruota attorno alla Tav ha implicazioni economiche, ambientali, sociali e internazionali, ma ha un movente che è soltanto politico. Al di là delle analisi costi-benefici e dell’opportunità o meno di fare quell’opera, Lega e Cinque Stelle ragionano più che altro sulle ricadute elettorali del dibattito di questi mesi.

Le elezioni europee incombono. Peraltro, il 26 maggio si voterà anche per le regionali del Piemonte e quindi il tema della Torino-Lione è alquanto decisivo. Ma la soluzione trovata è ancora una volta all’insegna di una categoria, quella del rinvio, che sembra permeare tutta l’azione del governo Conte.

Ormai la linea dell’esecutivo è chiara: varare quei due-tre provvedimenti simbolo per le due forze di governo, come il reddito di cittadinanza, quota 100, il decreto sicurezza, la legittima difesa, ma poi temporeggiare su tutto il resto. Troppo importante la posta in palio nelle urne per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. La vera partita tra Lega e Cinque Stelle inizia il 27 maggio, all’indomani di quell’appuntamento elettorale, perché in base ai rapporti di forza che emergeranno si potrà capire quanto futuro abbia l’attuale alleanza di governo.

Il compromesso trovato dal premier Conte dà tregua e ossigeno per sei mesi a Matteo Salvini e Luigi Di Maio ed è sufficientemente ambiguo da autorizzare entrambi a esultare di fronte ai rispettivi elettorati. Il primo ufficialmente esulta perché i bandi, sotto forma di avvisi di manifestazione di interesse, sono partiti e quindi tutto lascia supporre che l’opera si farà. Il secondo canta vittoria perché i bandi sono stati rinviati senza penale e lui potrà dire ancora per mesi che la Tav non si farà. Sembra il trionfo dell’ipocrisia, come quando le urne si chiudono e tutti i partiti dicono di aver vinto, anche quando hanno perso.

La verità è che per bloccare i capitolati ci vorrebbe un voto del Parlamento, che però sconfesserebbe l’operato dei Cinque Stelle, mettendoli in minoranza, in quanto sia alla Camera che al Senato c’è una netta maggioranza trasversale in favore della realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione. Dunque lo showdown sembra solo rinviato. Quella che oggi sembra una vittoria condivisa, quasi una sceneggiata per non far perdere nessuno, fra qualche mese potrebbe rivelarsi un gioco a somma negativa per tutti.

Nei Cinque Stelle c’è ormai una guerra senza esclusione di colpi tra l’ala di Di Maio e quella di Roberto Fico, che farebbe cadere il governo domani per tentare di dar vita a una nuova maggioranza con il Pd. Di Maio è stato “promosso” a fondatore del Movimento proprio perché la sua leadership è fortemente a rischio. Ma il silenzio e la progressiva autoemarginazione di Beppe Grillo e Alessandro Di Battista sono segnali di un crescente disagio dell’ala ortodossa verso la linea troppo governista e poltronara del vicepremier. Un’altra sconfitta alle regionali in Basilicata (fra due domeniche) e un crollo dei consensi alle europee e alle regionali piemontesi (26 maggio prossimo) potrebbe scatenare la resa dei conti negli ambienti pentastellati.

La Lega, che pure sembra messa meglio degli alleati, non può dormire sonni tranquilli. Da una parte c’è la tensione tra Matteo Salvini e i governatori del nord, che non ne possono più di rinvii, sia sulla Tav che sul progetto autonomista. Dall’altra c’è la delusione tra i ceti produttivi del nord e tra i leghisti duri e puri della prima ora per la scelta troppo “nazionalista” di Salvini, che per non scontentare i suoi elettori del sud, peraltro in aumento, asseconda i pentastellati sul reddito di cittadinanza e altri provvedimenti dal sapore assistenzialista. La coperta, insomma, comincia a essere troppo corta anche per il “capitano”, che ora sembra galoppare indisturbato verso nuovi trionfi elettorali, ma che presto dovrà fare i conti con queste contraddizioni difficili da gestire anche per un uomo scaltro e comunicativo come lui.

Ma la cosa che certamente più preoccupa è che questi veti incrociati e queste estenuanti mediazioni su tutto impediscono al governo di prendere decisioni e lo costringono a galleggiare in un mare in tempesta. Bizantinismi ed equilibrismi sulle spalle degli italiani.