• PROMESSE ELETTORALI

Referendum, nel caos informativo prevale il No

A poco più di un mese dal referendum costituzionale, pochi italiani hanno realmente capito il quesito. Ma i sondaggi danno comunque in vantaggio il No. Renzi sta scegliendo la strategia dei confronti televisivi con chiunque, ma persino questa scelta berlusconiana si sta rivelando un boomerang.

Il quesito

Tutti i sondaggi di questi giorni mettono in evidenza, oltre che un vantaggio stabile del “no”, anche una fortissima ignoranza dell’elettorato rispetto ai contenuti del quesito referendario. Basterebbe accendere un microfono in una qualsiasi piazza italiana e interrogare i passanti per scoprire che moltissimi cittadini non hanno ancora ben capito che si vota il 4 dicembre.

Quelli che lo hanno capito sarebbero comunque capaci di dare risposte stravaganti a una domanda sul contenuto della consultazione. Colpa di un sistema costituzionale che prevede la possibilità, come in questo caso, di chiedere conferma al popolo circa la possibile modifica della Carta fondamentale, anche quando si tratti di questioni altamente tecniche sulle quali l’emotività rischia di far velo a un’effettiva conoscenza e obiettività di valutazione. Colpa di un quesito referendario che rischia di mettere insieme aspetti distinti della riforma Boschi e di fuorviare l’elettore. Colpa della personalizzazione dell’appuntamento del 4 dicembre e dell’innata vocazione italiana al collateralismo, che stanno inducendo associazioni e corpi intermedi a schierarsi per il “si” o per il “no” più per tatticismi, convenienze, sottili ricatti che non per profonda convinzione. Colpa di una disinformazione che si nutre di sciatterie, strumentalizzazioni, sterili rivendicazioni, polemiche pretestuose.

E così sta accadendo che associazioni come Confindustria o Coldiretti o sindacati come la Cisl o realtà del cattolicesimo sociale come le Acli, dopo aver difeso per decenni l’impianto costituzionale e la preziosa opera dei Costituenti, stiano decidendo di buttarsi pancia a terra nella propaganda per il “si”, dimenticando che questa riforma nasce in modo divisivo come riforma di qualcuno contro qualcun altro, mentre la forza della Costituzione italiana sta proprio nella sua genesi di Carta condivisa tra tutte le tradizioni culturali dell’epoca della Costituente, quella cattolica, quella socialcomunista, quella liberale. Un collateralismo davvero imbarazzante, che non risparmia il fronte del “no”, occupato saldamente da un altro sindacato, la Cgil, tanto per limitarci alle realtà più rappresentative. Ma quanti iscritti alle associazioni schierate per il “si” o per il “no” hanno letto il testo della riforma? Anche questo pare un interrogativo non ozioso.

Certa informazione, poi, contribuisce a generare confusione e a tramutarsi in disinformazione. Il premier, preoccupato dai sondaggi, sta scegliendo la strada dei confronti televisivi con chiunque, esattamente come fece Silvio Berlusconi nel 2006, quando si presentò alle elezioni dopo cinque anni di governo e perse poi contro lo sfidante Romano Prodi. All’ex Cavaliere quella strategia non bastò per vincere. Renzi, invece, spera di recuperare terreno anche grazie alla sovraesposizione mediatica. Intanto, a riprova del nervosismo che serpeggia tra i sostenitori del “si”, il Pd si è scagliato contro i giornalisti schierati per il “no”, minacciando un esposto all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni per violazione della par condicio. I dem chiedono che gli interventi televisivi di Marco Travaglio o altri giornalisti dichiaratamente contrari alla riforma Boschi vengano conteggiati tra gli spazi a disposizione del “no”. In linea teorica si tratta di un’argomentazione ragionevole, dal momento che i giornalisti sono per deontologia professionale obbligati a dare in primo luogo le notizie in modo obiettivo, dopo di che possono esercitare anche il diritto di critica, ma senza indulgere alla propaganda. Peccato, però, che in Italia gli esempi di giornalismo schierato siano assai diffusi, tanto sulla sinistra quanto sulla destra. Tra i più eclatanti quelli di ex direttori come Gad Lerner, che si vantava di avere una delle prime tessere del Pd. Senza contare che anche nella quotidianità della vita politica ci sono direttori radiotelevisivi e della carta stampata che ogni giorno si esprimono pro o contro il governo, lasciando intendere o esternando platealmente come voteranno il 4 dicembre.

E poi gli endorsement rispetto al referendum arrivano anche da altri personaggi pubblici, non solo dai giornalisti. Tanti cantanti, attori, calciatori nelle scorse settimane si sono resi protagonisti di esternazioni in favore del “si” o del “no”. Quella di Roberto Benigni, ad esempio, ha destato clamore. La “par condicio”, quindi, non può essere applicata in maniera parossistica, poiché diventerebbe impossibile in molte situazioni adoperare il bilancino del minutaggio. Tanto più che la cosiddetta informazione istituzionale, cioè quella riguardante le azioni e le iniziative del governo, ufficialmente scorporata dal calcolo degli spazi per il “si” o per il “no”, spesso contiene indiretti o addirittura palesi riferimenti al voto del 4 dicembre. Se un servizio radiotelevisivo è dedicato alle decisioni del consiglio dei ministri in materia economica, esso rientra nelle notizie di pubblica utilità. Ma se a commentare quelle decisioni prese dal governo nell’interesse della collettività è un ministro o addirittura il premier, che elogia quei provvedimenti arrivando a chiedere ai cittadini un voto per le riforme, allora anche quegli spazi dovrebbero essere attribuiti al fronte del “si”. Ecco perché a Palazzo Chigi in questa fase non conviene affatto sollevare il tema del pluralismo dell’informazione. Rivendicazioni del genere potrebbero rivelarsi un boomerang per il “si”.