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Renzi in crisi. Solo Berlusconi lo può salvare

Silvio Berlusconi

Il realismo di Paolo Gentiloni è proverbiale e ha prevalso anche questa volta. L’accantonamento del provvedimento sullo ius soli risponde a una logica di realpolitik che allunga la vita all’esecutivo e fa saltare ancora una volta i nervi a Matteo Renzi.

Tutti in Parlamento sanno che questo rinvio, annunciato solennemente due giorni fa dal premier, equivale tanto a un rinvio “sine die”, nel senso che se ne riparlerà nella prossima legislatura. In materia di cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia, dunque, si ripartirà da zero. Il clima non è favorevole, visti gli sbarchi continui sulle coste siciliane e calabresi. Inoltre, al Senato la maggioranza mostra più di qualche scricchiolio, per cui meglio non esacerbare gli animi e non arrivare a una conta che potrebbe rappresentare la pietra tombale per l’esecutivo e quindi per la legislatura.

Ma la mossa del serafico Gentiloni, certamente concordata con il Colle, non va giù a Matteo Renzi per almeno due ragioni. Sotto sotto l’ex premier sperava in un incidente parlamentare che potesse accelerare lo showdown e il percorso verso le urne anticipate. Lo ius soli, insieme alla manovra economico-finanziaria, appariva uno dei due ghiotti pretesti, anzi il più ghiotto, anche perché la discussione sulla manovra entrerà nel vivo solo dopo l’estate e quindi a quel punto la scadenza naturale di febbraio-marzo diventerebbe comunque la più probabile per il ritorno al voto. La seconda ragione è che al popolo della sinistra la legge sullo ius soli piace molto e il suo rinvio potrebbe tradursi in un’altra emorragia di voti per il Pd, già in crisi d’identità, visto che il suo segretario non perde occasione per rincorrere il centrodestra e perfino i populisti-sovranisti sul terreno dell’immigrazione e su quello di altri temi come il lavoro e le ricette per la crescita economica.

Renzi sa bene che ogni giorno che passa la sua leadership si appanna e quella di Gentiloni, percepito anche dalle cancellerie internazionali come uomo di mediazione e di equilibrio, si rafforza. Mastica amaro ma non ha sponde per poter far cadere il governo senza che venga data la colpa a lui. Alfano e i centristi sono più che mai determinati ad appoggiare l’esecutivo, alcuni verdiniani sono in trattative con Berlusconi per “tornare all’ovile” ma proprio per questo hanno ancora bisogno di qualche mese di sopravvivenza parlamentare, il resto della sinistra si sta compattando ma non è ancora pronto per la sfida elettorale e quindi tergiversa. Si smarca, cioè, dal premier, ma senza farlo cadere. In queste condizioni l’ex sindaco di Firenze appare sempre più isolato e la sua unica speranza rimane comunque Silvio Berlusconi.

Quest’ultimo, al di là delle solenni proclamazioni di unità del centrodestra e di irriducibile incompatibilità con Renzi, potrebbe trattare con il segretario dem su una legge elettorale che garantisca entrambi e che, soprattutto, sbarri la strada alla possibile avanzata grillina. Voci sempre più insistenti vorrebbero un’intesa Renzi-Berlusconi sul premio alla coalizione, anziché al primo partito, con una convenienza di entrambi. Il segretario dem non ha mai voluto il premio alla coalizione perché in quel caso sarebbe costretto ad allearsi prima del voto con i suoi detrattori, cioè con il resto della sinistra, che punta invece a disarcionarlo e a impedirgli il ritorno a Palazzo Chigi. Berlusconi ha paura dell’ostracismo europeo se si alleasse in prima battuta con il sovranista anti-europeista Salvini e quindi difende il proporzionale. Ma se nell’intesa sulla nuova legge elettorale con premio alla coalizione (e non alla lista) si inserisse una clausola che assegna automaticamente l’incarico di formare il nuovo governo al segretario della lista che prende il maggior numero di voti all’interno della coalizione, sia Renzi che Berlusconi dormirebbero sonni tranquilli. Il primo sarebbe sicuro di tornare a guidare il governo in caso di vittoria del centrosinistra, il secondo potrebbe aggregare cespugli centristi nella sua lista, avere la certezza di prendere più voti della Lega e individuare un candidato premier tra i suoi. E in caso di successo del centrodestra potrebbe, ancora una volta, dare le carte. O quanto meno essere decisivo in una legislatura di transizione o costituente.