• 7 NOVEMBRE

Rivoluzione Russa, c'è chi celebra la "peste rossa"

Poster celebrativo del centenario

“Varese celebra la Rivoluzione d’ottobre. La poesia: primo strumento di lotta sociale”. “Rassegna Arci a Lecce con D’Alema, Caldarola e Miraglia. Appuntamento con la rassegna ‘L’onda lunga della Rivoluzione d’ottobre 1917-2017’, organizzata dal comitato territoriale di Arci Lecce per celebrare il centenario della Rivoluzione Russa”.

Sono alcune delle iniziative che celebreranno, con dibattiti, concerti, mostre d’arte, conferenze, i 100 anni dalla presa del potere da parte dei bolscevichi in Russia, il 7 novembre 1917.  Per quattro decenni il Partito Comunista Italiano si ispirò al più grande impero territoriale e ideologico della storia contemporanea. Nel corso di tutta la seconda metà del Novecento, il Pci celebrava il 7 novembre come l’anniversario dell’evento più importante della storia dell’uomo. Oggi i festeggiamenti e il ricordo sono più in sordina, l’impatto culturale dell’Ottobre Rosso è molto inferiore a quello che era prima del 1989. Ma il giudizio morale non è cambiato più di tanto. Non è difficile scommettere che la Rivoluzione sarà commemorata con i termini con cui è stato ricordato anche uno dei suoi esponenti più recenti, Fidel Castro, nonché l’anniversario del suo combattente più famoso, Che Guevara. Termini come: controverso, chiaro-scuro, ambivalente, speranze tradite, grandi ideali ma povere realizzazioni. Con la riserva mentale di poter fare meglio in futuro. Basta cambiare qualche elemento della ricetta.

Queste celebrazioni mostrano una triste verità: la rimozione storica della tragedia comunista. Nessuno può più negare le proporzioni del crimine, a parte qualche incallito marxista leninista. Ma lezione storica rimossa è che il comunismo, in sé, fu un gigantesco atto di violenza. Come documentato nel dossier de Il Timone (numero di settembre-ottobre 2017), la violenza è prescritta da Karl Marx stesso, dal fondatore della filosofia comunista. Era il filosofo tedesco che, già nel 1848, scriveva “C’è un solo mezzo per abbreviare, semplificare, concentrare l’agonia assassina della vecchia società e le doglie sanguinose della nuova società, un solo mezzo: il terrorismo rivoluzionario”. E l’anno successivo ribadiva: “Noi non abbiamo riguardi; noi non ne attendiamo da voi. Quando sarà il nostro tempo, non abbelliremo il terrore”. Fu Lenin il primo ad applicare queste istruzioni, alla lettera, sin da subito: il 7 novembre prese il potere con la forza, il mese successivo aveva già creato la Ceka, polizia politica, con l’unico scopo di scatenare il terrore rosso, in tutti i territori controllati dal nuovo regime. Nel gennaio del 1918, Lenin sciolse l’Assemblea Costituente dopo le prime libere elezioni e vietò tutti i partiti. Un anno dopo era già funzionante, nelle isole Solovki, il primo campo di concentramento (poi divenuto un sistema intero, sotto l’amministrazione del Gulag), per i prigionieri politici, i nemici della guerra civile, i dissidenti, i religiosi e gli appartenenti alle classi “nemiche”. Lenin impiegò molto poco tempo per istituire un sistema fondato sul terrore e l’eliminazione del nemico e lo passò già funzionante in eredità al suo successore, Josif Stalin.

Eppure la leggenda narra che fu solo Stalin a commettere “eccessi”, rovinando il buon proposito rivoluzionario di Lenin, che avrebbe garantito alla Russia e al mondo un futuro di giustizia sociale. La tesi della “rivoluzione tradita” da Stalin fu il modo in cui, dai primi anni ’60 fino al 1989, i partiti comunisti di tutto il mondo salvarono la faccia dall’accusa dei Gulag e delle deportazioni di massa, da quei 20 milioni di morti che gli vengono imputati (e potrebbero essere anche di più). Oggi è una tesi semplicemente insostenibile, prima di tutto perché si conoscono più in dettaglio anche i crimini di Lenin e si può ricostruire una linea di discendenza diretta fra il suo regime e quello di Stalin. Poi, perché è impossibile dimostrare che sia mai esistito un comunismo pacifico. Gli emuli furono addirittura più violenti dell’originale. In Cina, Mao Zedong, con le sue ondate di epurazioni fino all’orgia di sangue finale della Rivoluzione Culturale, fu il più grande criminale del secolo scorso quanto a numero di vittime: 35 milioni. In Cambogia, Pol Pot (imitatore di Stalin e Mao) si rese responsabile del crimine più intenso: 2 milioni di morti in tre anni, un terzo della popolazione cambogiana. In Vietnam, fuor dalle logiche di guerra, le purghe del regime hanno portato alla morte di 1 milione e mezzo di civili. In Jugoslavia, il regime di Tito ha assassinato 1 milione di persone, inclusi gli italiani fatti sparire nelle foibe. Cuba, nel suo piccolo, conta 11mila vittime della repressione e centinaia di migliaia di internati e prigionieri politici in mezzo secolo di violenze. Secondo gli storici francesi autori del Libro Nero del Comunismo, le vittime del terrore rosso sono 100 milioni. Il politologo Rudolph Rummel stima una cifra molto vicina e parla di “peste rossa” con cognizione di causa: in quasi un secolo il comunismo ha provocato un numero di morti pari a quelli della peste del Trecento.

Qualcuno celebra la peste del Trecento? No. Allora non si vede perché celebrare un secolo di terrore rosso, pur ammettendone “eccessi” e “chiaro-scuri”. Forse perché si crede che il comunismo possa portare ancora alla nascita di una nuova società più giusta? In questo caso non si è compreso che lo scopo del comunismo (e non la sua deviazione) è il vero problema. Perché per far nascere una società collettivista, in cui l’uomo rinuncia a proprietà e individualità, senza famiglia e senza Dio, il percorso obbligato passa per la distruzione della natura umana e la costruzione di un “uomo nuovo”. Un percorso che non può, in alcun modo, essere consensuale. E deve essere imposto con la violenza. Marx lo sapeva bene e lo scriveva. I dittatori comunisti lo dicevano, con metafore ("Per fare la frittata si devono rompere le uova", Lenin) o in modo diretto e brutale ("Per fare la rivoluzione mi basta 1 milione di cambogiani" Pol Pot). Solo chi non vuol vedere può ancora pensare di celebrare un ideale di pace e giustizia che non è mai esistito.