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Sanzioni all'Iran, un rischio molto alto

L'azzeramento del processo distensivo iniziato con l'accordo sul nucleare del 2015 intende favorire un cambiamento di regime a Teheran, ma c'è invece il fondato rischio che azioni di ritorsione da parte iraniana possano creare gravi ripercussioni non solo nella regione ma anche per l'Europa.

Le sanzioni contro l'Iran colpiscono anche il settore petrolifero

«Siamo in una situazione di guerra economica. Non penso che nella storia americana ci sia mai stato qualcuno alla Casa Bianca che abbia violato a tal punto il diritto e le convenzioni internazionali». Lo ha detto lunedì il presidente iraniano Hassan Rohani nel giorno della reintroduzione delle sanzioni contro l'Iran da parte degli Usa. «Aggireremo queste sanzioni illegali e ingiuste con fierezza», ha aggiunto commentando le misure varate da Washington ed entrate in vigore alla mezzanotte tra domenica e lunedì, alla vigilia delle elezioni di metà mandato in Usa.

Un’iniziativa che di fatto azzera il processo distensivo iniziato con l’accordo internazionale sul nucleare iraniano del luglio del 2015 e che Teheran non risulta aver mai violato. Donald Trump continua dunque per la sua strada utilizzando durissime sanzioni economiche con l’obiettivo evidente non solo di colpire la già fragile economia iraniana ma di favorire un “regime-change” a Teheran.

Washington lancia inoltre un ultimatum agli Stati più coinvolti negli scambi commerciali con l’Iran e nell’acquisto di greggio e gas iraniano dando loro sei mesi per chiudere ogni relazione economica con Teheran. Infatti l'amministrazione Trump ha esentato temporaneamente dalle sanzioni 8 Stati (Italia, Cina, India, Grecia, Turchia, Giappone, Corea del Sud e Taiwan) ma solo per sei mesi.

Per questo è difficile comprendere il senso dei commenti entusiastici di molti osservatori che vedono il “bicchiere mezzo pieno” con l’esenzione temporanea dalle sanzioni alle aziende italiane coinvolte in Iran ma sembrano non vedere il “bicchiere mezzo vuoto” rappresentato dal diktat di Washington che pretende di dettare al mondo la lista degli Stati con cui si può o meno commerciare.
Il segretario di Stato Mike Pompeo e il segretario al Tesoro Steve Mnuchin hanno confermato che chiunque commercerà petrolio con l'Iran o farà affari con le sue banche sarà a sua volta oggetto di sanzioni Usa: le società straniere coinvolte potranno essere multate ma anche escluse dal sistema finanziario Usa.
Un enorme deterrente quest'ultimo, visto che le società che operano su scala globale hanno la necessità di svolgere le proprie transazioni in dollari.  Pretese che violano in modo palese il diritto internazionale e la sovranità degli Stati.

Solidarietà a Teheran è giunta dalla Turchia mentre Israele festeggia l’iniziativa di Trump, Israele che invece poco peso sembra attribuire alla notizia che Teheran ha messo in allarme le forze armate e terrà una grande esercitazione militare interforze.

Mettere con le spalle al muro l’Iran e il suo regime non solo rischia di indurlo a continuare a perseguire il suo programma nucleare militare ma potrebbe spingerlo ad attuare altre rappresaglie.
Gli esperti di sicurezza americani temono che gli hacker al servizio dell'Iran si stiano preparando ad attaccare per rappresaglia le compagnie petrolifere occidentali e delle monarchie sunnite del Golfo. Attracchi cyber simili a quelli che colpirono la saudita Aramco nel 2012 e 2016. Ma non si possono escludere neppure azioni più eclatanti come la chiusura “manu militari” dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per l’export petrolifero del Golfo Persico.
Ipotesi finora improbabile ma resa oggi plausibile dalla consapevolezza sempre più diffusa a Teheran che il regime iraniano si gioca il tutto per tutto (anche il Giappone, strangolato dalle sanzioni, mosse guerra agli Usa nel 1941) e un conflitto aperto con i sauditi e gli altri alleati degli USA nella Penisola Arabica potrebbe avere conseguenze difficilmente valutabili considerando gli ampi arsenali disponibili su ambo i lati del Golfo Persico.

Di certo provocherebbe un brusco rialzo del prezzo del greggio e delle possibilità di approvvigionamento per molti Stati: uno scenario che non metterebbe certo in difficoltà gli Stati Uniti che ormai esportano petrolio a ritmi superiori a quelli del Kuwait.

Le sanzioni entrate in vigore colpiscono il settore energetico e bancario, porti, cantieristica, le principali istituzioni finanziarie dell’Iran per il quale la vendita di petrolio e gas rappresenta l'80% delle entrate statali e le esportazioni di greggio (3,3 milioni di barili al giorno in calo rispetto ai 3,8 dei mesi scorsi) il 12% del Pil dell'Iran.
Oltre cento aziende internazionali hanno già lasciato l'Iran dopo l'annuncio della reintroduzione delle sanzioni americane, ha rivelato l'inviato speciale Usa in Iran, Brian Hook. Inoltre, «Teheran ha perso oltre 2 miliardi di dollari dalla mancata esportazione di un milione di barili di greggio» da quando Trump ha deciso il ritiro dall'accordo sul nucleare.

Molte le reazioni critiche all’iniziativa di Washington. In un comunicato congiunto dell'Alto rappresentante per la politica estera e di difesa comune dell'Unione europea, Federica Mogherini, e dei ministri degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, del ministro tedesco Heiko Maas, del segretario agli Esteri britannico Jeremy Hunt e dei ministri delle Finanze Bruno Le Maire, Olaf Scholz e Philip Hammond, l'Europa ha deplorato «profondamente l'ulteriore reintroduzione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti».
La Cina, principale importatore di prodotti energetici iraniani, ha promesso di continuare i propri scambi bilaterali con la Repubblica islamica, mentre la Russia ha avvertito che la «linea di condotta degli Usa causerà gravi danni al regime di non proliferazione atomica».
Il rappresentante permanente della Russia presso l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), Mikhail Ulyanov, ha tenuto a sottolineare che Mosca, Pechino e Bruxelles faranno ogni sforzo per attuare in modo efficace l'accordo nucleare iraniano.
Il governo giapponese punta ad ottenere un'estensione superiore ai 180 giorni. Il ministero degli Esteri nipponico ha reso noto che le importazioni dall' Iran hanno coperto circa il 5,5% della domanda di greggio nel 2017 e che la percentuale è stimata in calo per quest' anno perché le principali raffinerie del Paese hanno già sospeso le operazioni di stoccaggio prima dello stop deciso dagli Usa. Tokyo, tuttavia, considera fondamentale l'approvvigionamento energetico da diverse nazioni e ha chiesto agli Usa di essere esentata dalle sanzioni all’Iran.