• GENOCIDIO

Sarà beato Melki, il vescovo martire ucciso dai turchi

Nel centenario del genocidio armeno papa Francesco ha autorizzato, qualche giorno fa, la beatificazione di Yakub Melki, diventato vescovo di Djézireh dei Siri col nome religioso di Flavyanus Mikhayil e ucciso dai turchi il 29 agosto 1915. Gli fu proposto di farsi musulmano, prima di decapitarlo.

Il vescovo Melki, ucciso dai turchi

Nel centenario del genocidio armeno papa Francesco ha autorizzato, qualche giorno fa, la beatificazione di Yakub Melki, diventato vescovo di Djézireh dei Siri col nome religioso di Flavyanus Mikhayil e ucciso dai turchi il 29 agosto 1915. Gli fu proposto di farsi musulmano, prima di caricarlo di mazzate e di decollarlo. Ma non si trattava di pulizia religiosa, bensì, più banalmente, di pulizia etnica. Il movimento dei Giovani Turchi (il cui nome si ispirava alle creazioni mazziniane) tutto era fuorché fondamentalista e della religione nulla gli importava. 

Lo storico tedesco Michael Hesemann, in un’intervista al giornale online aleteia.org, ha confermato che gli ideologi del movimento avevano studiato a Parigi (come il cambogiano Pol Pot, per esempio), dove avevano assorbito le idee politiche (europee) del tempo: nazionalismo e massonismo: «Molti di loro vennero accettati dalle logge massoniche, e la loggia di Tessalonica divenne una sorta di quartier generale nazionale per loro. Talaat Bey –l'uomo responsabile del genocidio degli armeni– era perfino Gran Maestro del Grande Oriente della Massoneria turca». Il loro era un sorta di proto-nazismo, con la difficoltà che una “razza pura” turca non esisteva: l’impero ottomano da troppi secoli era multietnico e, perciò, di sangue meticcio. Così, l’elemento unificatore dell’identità nazionale venne trovato nell’islam sunnita.Infatti, chi accettò di convertirsi fu, in genere, risparmiato. 

Ma torniamo al nostro martire. Nato nel 1858 a Kalat’ul Mara in Turchia, era di famiglia siro-ortodossa e nel 1868 si fece monaco cambiando, come d’uso, nome. A furia di studio si interessò al cattolicesimo e finì col passare alla Chiesa siro-cattolica, della quale nel 1883 fu ordinato sacerdote ad Aleppo. La sua chiesa a Tur Abdin e la sua abitazione vennero incendiate nel 1895, nel corso dei cosiddetti massacri di Diyarbakir (1894-1896), nei quali perirono sui venticinquemila cristiani armeni e siriaci, tra cui sua madre. Nel 1897 il Melki fu nominato vicario episcopale di Mardin e nel 1913, a Beirut, vescovo di Djézireh. Nel 1915 era assente; ma, appena sentito di quanto stava accadendo, tornò indietro per essere accanto al suo gregge. Perfino alcuni notabili musulmani locali gli consigliarono di scappare e mettersi in salvo, ma lui non ne volle sapere e il 28 agosto fu arrestato dai soldati ottomani insieme al vescovo di rito caldeo, Philippe-Jacques Abraham. 

L’indomani, i due vennero invitati a passare all’islam: la conversione di due vescovi avrebbe costituito un bel colpo propagandistico e contribuito alla ulteriore demoralizzazione dei cristiani. Proprio per questo quelli si rifiutarono. Abraham venne ucciso subito, Melki fu pestato fino a fargli perdere i sensi e infine decapitato. La storia ufficiale turca, ancora oggi, cerca di far passare come “guerra civile” il genocidio iniziato nel 1915. In effetti, qualche tentativo di resistenza ci fu, come a Urfa, a Shabin-Karahisar e sul monte Mussa Dagh, ma si trattò di episodi sporadici, finiti, tranne nell’ultimo caso (i cristiani furono salvati da una nave francese), com’è facile immaginare. La “pulizia” non risparmiò nemmeno l’esercito malgrado la Grande Guerra in corso: furono circa duecentomila i soldati cristiani eliminati. Si arrivò a rivestire i cadaveri degli armeni con uniformi dell’esercito turco e a fotografarli per mostrare al mondo che nella “guerra civile” anche i turchi avevano subìto parecchie vittime. Questi corpi erano evirati, cosa che evidenziava la ferocia del “nemico” e in qualche modo giustificava gli “eccessi” della reazione. In realtà evitava, nel caso di una ricognizione, la scoperta che i morti, in quanto cristiani, non erano circoncisi. 

Per quanto riguarda i numeri del genocidio di cristiani nell’allora impero ottomano (che non fu solo degli armeni, anche se questi ebbero il maggior numero di vittime) su queste colonne abbiamo pubblicato molti articoli, ai quali rimandiamo. Concludiamo ricordando solo che, a tutt’oggi, il codice penale turco punisce per «vilipendio all’identità nazionale» chiunque osi parlare di genocidio. Con la galera da sei mesi a due anni. Prepariamoci alle proteste di Erdogan all’ora della beatificazione ufficiale di monsignor Melki.