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Scuole cattoliche, un'inferiorità sospetta

Un'indagine della Fondazione Agnelli "proverebbe" che la scuola superiore cattolica è di qualità inferiore alla scuola statale. Proverebbe.

Scuola superiore cattolica

La stampa nazionale italiana - in testa, al solito, Repubblica - ha annunciato con notevole rilievo che un'indagine della Fondazione Giovanni Agnelli fornirebbe - finalmente - la "prova" che la scuola superiore cattolica è di qualità notevolmente inferiore rispetto alla scuola statale. L'indagine, datata marzo 2012, ha per titolo "Valutare le scuole secondarie di II grado a partire dalle performance dei loro diplomati immatricolati negli atenei italiani". E' la terza del suo genere, si riferisce al Piemonte, alla Lombardia e all'Emilia Romagna, e conclude in effetti che "nonostante la presenza di alcune realtà di chiara eccellenza, l'analisi conferma la performance deludente della maggior parte delle scuole non statali rispetto a quelle statali". In Piemonte, per esempio, gloriose scuole cattoliche che a Torino sono da anni o anche da secoli considerate di alta qualità finiscono nella classifica della ricerca oltre il centesimo posto. Com'è possibile?

Osserviamo subito che la Fondazione Giovanni Agnelli è una realtà molto seria, e che i suoi ricercatori accompagnano la breve relazione sulla ricerca che è stata fornita alla stampa e agli operatori del settore - l'unica che ho potuto consultare, e che è ora disponibile anche su Internet - con una serie di messe in guardia che ne denunciano con chiarezza i limiti. Ma è abbastanza ovvio che queste cautele siano ignorate dai giornali, sempre lieti di riprodurre tabelle e classifiche, e non solo da quelli ideologicamente orientati. Da sociologo, e senza mettere in dubbio la professionalità degli autori della ricerca - che offre anzi molti spunti interessanti -, vorrei dunque proporne una lettura alternativa, e in parte critica.

L'indagine fornisce due classifiche diverse, una per "effetto scuola" e una "finale". È importante notare che le due classifiche sono molto diverse. Per esempio in Piemonte il Liceo Classico Statale Silvio Pellico di Cuneo è al posto numero 168 della classifica "effetto scuola" ma riesce ad arrivare settimo nella classifica finale. Benché nella tabella allegata alla relazione le scuole siano disposte secondo il ranking "finale" -  e dunque è questa la classifica che ha colpito l'attenzione dei giornalisti - nella relazione si dice che il ranking più significativo è quello "effetto scuola". Il "ranking finale" è un dato meno interessante, in quanto fotografa non le capacità della scuola ma l'ambiente complessivo in cui la scuola opera: per esempio, questo potrà essere favorevole a causa del posizionamento geografico della scuola, il che evidentemente non ha nulla a che fare con l'offerta formativa o la qualità degli insegnanti.

Tuttavia neppure l'"effetto scuola" è un dato obiettivo. Il dato obiettivo di partenza, seguendo la metodologia della ricerca, dovrebbe essere il risultato universitario, espresso in voti e in velocità di percorso accademico - elementi che i ricercatori hanno deciso di fare pesare ciascuno per il cinquanta per cento -, conseguito dagli studenti provenienti da un determinato istituto nel loro primo anno di università. Questo dovrebbe permettere una classifica obiettiva delle scuole superiori. E questa è la "materia prima" su cui l'indagine ha lavorato, ma che non è fornita al lettore almeno nel rapporto riassuntivo.

L'"effetto scuola" di cui si parla infatti non si ricava soltanto da questo dato obiettivo. È invece questo dato dopo essere stato - come si dice in linguaggio sociologico - ponderato, cioè "depurato dal contributo di altre possibili determinanti", che la ricerca riassume in tre "effetti": "effetto studenti", cioè risultati scolastici degli studenti nella scuola superiore e sesso (perché è un dato ormai noto che le ragazze rendono all'università più dei ragazzi, e dunque le scuole con maggiore presenza femminile sarebbero per definizione avvantaggiate), "effetto territorio" (si è ritenuto che chi si trova in provincia, specie in una zona rurale, da una parte abbia più difficoltà ad accedere all'università rispetto a chi si trova in città, ma dall'altra quando decide di sostenere gli sforzi e i costi necessari per accedere all'ateneo lì s'impegni di più) ed "effetto tipo di scuola" (al liceo si chiede di più che all'istituto tecnico). Al di là di queste tre ponderazioni - che portano ad attribuire punti che si traducono in posizioni guadagnate o perse, indicate nella tabella, ce n'è un altra importante - e ragionevole - ma non quantificata nella tabella, che tiene conto del fatto che ci sono sia università sia facoltà più facili e più difficili.

Con quali criteri siano stati attribuiti questi punteggi di ponderazione non è dichiarato. Si constata per esempio che la "depurazione" dell'"effetto territorio" non ha nuociuto ad alcune scuole di provincia: in Piemonte al primo posto c'è un ITC di Cuneo e al secondo un istituto superiore di Saluzzo. Una prima conclusione è che i dati ponderati implicano sempre un certo grado di arbitrarietà del ricercatore e che, non conoscendo appieno i criteri con cui è stata effettuata la ponderazione, è difficile valutare i risultati, ancorché la serietà della Fondazione che li propone induca a prenderli sul serio, nei limiti che la ricerca stessa indica.

Ma c'è un secondo profilo critico che mi sembra ancora più importante, e che consente di sollevare perplessità sul dato che riguarda in particolare - ma non solo - le scuole cattoliche. Sembrerebbe - il condizionale è d'obbligo, in attesa di potere esaminare una relazione più completa - che si sia considerato soltanto il risultato universitario degli ex allievi delle varie scuole, non tenendo conto del numero di questi ex allievi che si iscrive all'università. Mi spiego con un esempio. Ammettiamo che la scuola A, su cento allievi, veda solo i dieci migliori iscriversi all'università, mentre su cento allievi della scuola B s'iscrivono all'università in novanta. Questo, si potrebbe e forse si dovrebbe affermare, è un grande merito della scuola B. Ma la media dei risultati universitari di novanta ex allievi su cento della scuola B - non tutti primi della classe - sarà naturalmente meno brillante della media dei dieci bravi allievi della scuola A. La ricerca ha cercato di ovviare a questo problema escludendo le scuole da cui meno di dieci allievi sono passati all'università. Ma non basta.

Utilizzando la metodologia descritta, si penalizzeranno sempre le scuole da cui un numero superiore di allievi passa all'università. Ed è più che possibile che fra queste ci siano le scuole cattoliche, perché se i genitori sono motivati a investire nei figli sostenendoli nella scelta della scuola superiore cattolica - che, non per colpa loro né della scuola cattolica, ma di un sistema politico iniquo nei confronti della libertà di educazione, comporta notevoli oneri - saranno più propensi a sostenerli anche nell'ingresso all'università.

La ricerca stessa ci fornisce un importante indizio del fatto che le cose stanno proprio così. L'ultima colonna della tabella, che può facilmente sfuggire all'attenzione, valuta il "tasso di copertura", attribuendo da una a cinque stellette alle scuole a seconda del numero minore o maggiore di ex allievi che si sono iscritti all'università. Se si esaminano i licei cattolici ci si accorge che hanno quasi tutti cinque stellette, dunque hanno mandato all'università il massimo degli ex allievi. E non è un caso - prendendo ancora come esempio la graduatoria del Piemonte - che al primo posto ci sia un istituto tecnico che ha una sola stelletta - dunque gli ex allievi che si sono iscritti all'università sono pochi, verosimilmente i più bravi - e al secondo posto un istituto superiore di provincia che ha due stellette, poco più del minimo.

Da questo punto di vista, anche se il dato "bruto" - non pubblicato - della mera media dei risultati universitari degli ex allievi delle varie scuole dovesse avere qualche rapporto con la graduatoria della Fondazione Agnelli, questo non basterebbe a convalidare le critiche alle scuole cattoliche. La media dei risultati non basta, e occorre considerare quanti ex allievi di ogni scuola si iscrivono all'università.
Si tratta di un limite che i ricercatori stessi evidenziano osservando che per le scuole con pochi ex allievi che s'iscrivono all'università "il risultato può risentire positivamente o negativamente della presenza di alcuni studenti particolarmente brillanti o carenti". Mi permetto di osservare che è più facile che proseguano in direzione dell'università gli studenti "brillanti" rispetto a quelli "carenti", ancorché certamente si debbano considerare anche fattori economici e familiari. E che questa osservazione induce anche a sollevare un dubbio sulla portata di un altro risultato molto pubblicizzato della ricerca: l'eccellenza degli istituti tecnici, che spesso hanno risultati migliori dei licei, tanto  che sia in Piemonte sia in Lombardia al primo posto assoluto della graduatoria c'è un istituto tecnico commerciale (ITC). Ma, come si è accennato, almeno in Piemonte l'ITC che si è classificato al primo posto riceve nell'ultima colonna della tabella una sola stelletta. Dunque ha mandato all'università pochi ex alunni: bravi, ma pochi. È sufficiente per dire che questo ITC è una scuola migliore - per rimanere nell'ambito del Piemonte, e delle sole scuole pubbliche - per esempio di un liceo classico prestigioso come il D'Azeglio di Torino, che non entra nei primi venti posti della graduatoria ma che con le sue cinque stellette ha visto un numero molto maggiore di ex allievi - magari non tutto bravissimi - proseguire verso l'università?

Come si vede, una lettura accurata e critica della ricerca non può prescindere da questo dato: lo studio ci fornisce interessanti informazioni sul primo anno di università degli ex allievi delle varie scuole - con un certo grado di arbitrarietà nella scelta dei fattori di ponderazione, che però c'è in ogni ricerca - ma, pur rilevandolo con il sistema delle stellette, considera meno rilevante per la sua classifica il dato di quanti ex allievi per ogni scuola vanno all'università, e magari proseguono oltre il primo anno. La ricerca della Fondazione Agnelli fornisce senz'altro alcuni dati interessanti. Ma considerarla una "prova" della complessiva qualità peggiore della scuola cattolica rispetto a quella statale - o dei licei rispetto agli istituti tecnici -  è insieme prematuro e infondato.