• CHIESE SENZA CULTO

Se Cristo diventa pretesto per le profanazioni

La Nuova BQ sta dando notizia di continui utilizzi indebiti delle chiese, gli ultimi dei quali hanno visto “protagonista” Matteo Renzi, mentre faceva un po’ di campagna per il Pd, che evidentemente, non sapendo più a che santo votarsi, ha pensato bene di rivolgersi direttamente ai Vertici e il sindaco di Palermo Leoluca Orlando che ha pensato di partecipare persino alla Santa messa prima di prendere la parola con il candidato alla Regione Sicilia. 

Tornielli prima ed Enzo Bianchi poi, addirittura dal pulpito dell’Osservatore Romano, in riferimento alle reazioni avute in occasione del pranzo nella Basilica di san Petronio, ci hanno bacchettato: «non si parli di profanazione!». Avendo però ereditato una testardaggine genetica, mi trovo a dover insistere e rilanciare la parola e l’idea di profanazione. E non perché non abbia letto l’articolo relativo del Codice di Diritto Canonico, ma perché anche l’italiano ed il senso comune vogliono la loro parte. 

Allora, cos’ha fatto Matteo Renzi a Paestum? Ha bestemmiato in chiesa? Ha rubato il SS. Sacramento? Ha fatto pipì di fianco all’ambone? No. Quindi niente di blasfemo; niente di condannabile in punta di diritto canonico, secondo il § 1211: «I luoghi sacri sono profanati se in essi si compiono con scandalo azioni gravemente ingiuriose, che a giudizio dell'Ordinario del luogo sono tanto gravi e contrarie alla santità del luogo da non essere più lecito esercitare in essi il culto finché l'ingiuria non venga riparata con il rito penitenziale».  Ma allora, per il solo fatto che questa marachella del buon Renzi non è riconducibile ad una profanazione in senso strettamente giuridico, essa è lecita?

Cos’ha fatto dunque Matteo Renzi? Ha utilizzato un luogo destinato al culto di Dio per qualcosa che a tale culto non è ordinato. E questo è sufficiente per affermare che questo atto non è lecito, perché esistono altri luoghi adatti alla propaganda del Pd. E i Vescovi dovrebbero proibire queste cose, perché loro hanno in primis il dovere di tenere lontano dalle chiese «tutto ciò che è alieno alla santità del luogo» (CIC § 1220). Alieno, estraneo, fuori posto e non per forza blasfemo. Ora il pranzo dei poveri in Basilica era come minimo fuori posto, perché altri luoghi erano a disposizione dell’Arcivescovo di Bologna per manifestare l’amore concretamente provvidente verso i poveri, altri luoghi sono di fatto a loro disposizione. Già solo questo rende improponibile un parallelo con episodi dei primi secoli della storia della Chiesa.

Bene. Ad Enzo Bianchi & C. ribadiamo perciò che il pranzo nella Basilica di San Petronio a Bologna, voluto dall’Arcivescovo ed approvato dal Papa, è letteralmente una profanazione, perché si è usato un luogo sacro per scopi profani. Ed il suo articolo del 13-14 ottobre sull’Osservatore Romano (vedi qui) mostra con chiarezza che non si sa più a quale appiglio aggrapparsi per giustificare il pranzo in Basilica. L’ex-priore di Bose dopo aver esortato ad «essere cauti e leggere con intelligenza le fonti» (lo dica a Tornielli), riporta le solite tre «rare testimonianze» made in Sant’Egidio: il Crisostomo, San Paolino da Nola e il Triclinium Pauperum di san Gregorio Magno (per una analisi di queste fonti, si veda qui). Poi richiama tre concili provinciali che hanno preso posizione contro la possibilità di consumare pasti nelle chiese: il sinodo di Laodicea, intorno al 364, il concilio di Cartagine del 397, presente Sant’Agostino, e il concilio Quinisesto o in Trullo del 692.

Qualsiasi persona vedrebbe in queste risoluzioni locali una progressiva e sempre più unanime indicazione di non ammettere più pasti fraterni all’interno delle chiese; invece Enzo Bianchi, con una encomiabile elasticità ermeneutica, ne trae un’altra conclusione: «Ciò significa perlomeno che tra il IV e il VII secolo la prassi di questi pasti in chiesa è continuata…». I tre puntini sospensivi presenti nel testo lasciano intendere: se c’erano prima, allora… Quello che dovrebbe essere considerato come la testimonianza di un sempre più universale divieto (Africa del Nord, Asia minore, Costantinopoli) diventa un improbabile appiglio per giustificare il recupero di una prassi abolita da tempo. 

Prosegue Enzo Bianchi: «Solo il disordine e i possibili danni alla comprensione eucaristica del corpo di Cristo hanno indotto a tralasciare ciò che era diventato non più opportuno». In effetti “solo” questo ha spinto tutti questi vescovi e chierici un po’ fissati (30 a Laodicea, 44 a Cartagine, 215 a Costantinopoli) a mettere fine al pasto nelle chiese, laddove ancora si verificavano questi episodi, e “solo” questo dovrebbe spingere anche i Vescovi di oggi a non tornare su usi da tempo respinti, che possono generare - e di fatto generano – una progressiva mancanza di religioso rispetto per la casa di Dio e per il culto a Lui dovuto. 

Ma il fondatore del monastero di Bose sembra rendersi conto dell’inconsistenza delle prove fornite ed allora intavola un bel predicozzo; infatti cosa ci direbbero, secondo lui, queste testimonianze del passato? «I padri ci hanno lasciato l’eredità di una visione dei poveri che per tanto tempo la Chiesa non ha certo messo in risalto». Capito? Primi quattro secoli perfetti, fino al VII così così e poi 1400 anni di buio, fino alla salvezza portata da Papa Francesco. Sì, perché «oggi che è giunta l’ora dei poveri […] la Chiesa, e in particolare papa Francesco, grida profeticamente il vangelo come bella notizia che ha come primi destinatari i poveri».

Enzo Bianchi, dopo aver esortato a guardare l’iniziativa del pranzo in san Petronio «con occhio buono e non con occhio malvagio», spiega il senso dell’iniziativa del 1 ottobre con un “carme” sui nuovi tempi finalmente giunti, un inno all’hodie da fare invidia alle antifone delle grandi solennità liturgiche: «Si trattava infatti di manifestare che la Chiesa oggi rivive l’invito di Gesù a privilegiare i poveri; che la Chiesa oggi sa toccare il corpo di Cristo nella carne dei poveri e dei bisognosi; che la Chiesa oggi lascia che alla sua tavola si siedano peccatori, malati, deboli, piccoli...». Chissà cosa faceva la Chiesa heri

Il problema è che Enzo Bianchi si è talmente fatto prendere dalla foga da svelare la ragione ideologica – altro che amore ai poveri – di iniziative del genere: «Alla fine della vita, nel giorno del giudizio, saremo giudicati non su presunte profanazioni sacrali, inventate dagli uomini, ma su gesti e omissioni verso i fratelli e le sorelle nel bisogno, perché il corpo di ciascuno di loro è più santo del tempio di Gerusalemme e di ogni altro tempio o chiesa. Meglio che il popolo del Signore Gesù Cristo comprenda che la Chiesa è la casa dei poveri, che l’eucaristia è la cena dei poveri, che condividere il cibo è la beatitudine dei poveri, piuttosto che avere una Chiesa preoccupata ossessivamente del culto ma incapace di discernere la presenza dei poveri come sacramento di Cristo».

No, caro Enzo Bianchi, così non è affatto meglio. Questa è una falsa alternativa che un cristiano non dovrebbe mai proporre né accettare, perché una Chiesa che non si occupa del culto, una Chiesa che non si cura di non anteporre nulla all’opera di Dio è una Chiesa incapace di amare veramente i poveri, perché la vera povertà dell’uomo è la mancanza di Dio. Come diceva don Divo Barsotti: «Avremmo fatto ben poco quando avessimo assistito tutti i malati, soccorso tutti i poveri, educato tutti gli ignoranti. Che cos’è una carità che lenisca tutti i dolori degli uomini, se poi questi debbono morire? […] La morte non si può abolire. Carità più grande è invece quella che immediatamente opera la salvezza soprannaturale, unendo gli uomini a Dio» (La mistica della riparazione, pp. 37-38).

Non si tratta di contrapporre il primato di Dio, che si manifesta eminentemente nell’azione liturgica, operata secondo il diritto di Dio, e l’amore verso il prossimo. Si tratta invece di rispettare un ordo amoris, che garantisce precisamente che l’amore ai poveri sia veramente tale: «L'amore vicendevole non sarebbe autentico senza l'amore di Dio. Uno infatti ama il prossimo suo come se stesso, se ama Dio; perché se non ama Dio, non ama neppure se stesso». (Sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 87, 1). E questo ordo amoris è stato espresso, tra l’altro, dalla progressiva prassi della Chiesa di provvedere ad altri luoghi per il concreto servizio ai bisognosi, che è sempre stato presente alla sua carità, checché ne dica Enzo Bianchi. Custodire, promuovere, vivere il primato di Dio, attraverso segni concreti è quanto di più necessario, ed è anche la condizione perché la carità verso il prossimo sia autentica. Perché non accada che i poveri diventino un pretesto. Perché non accada che Gesù Cristo diventi un pretesto.