• IL CASO

Seminaristi omosex, Papa Francesco conferma le vecchie disposizioni

Il problema dei preti gay

«L’idea che i gay non possono essere buoni sacerdoti è stupida, umiliante, ingiusta, e in contrasto con i fatti», lo scrive il gesuita padre Thomas Reese sul National Catholic Reporter, dopo che nei giorni scorsi è stata pubblicata la nuova Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, promulgata nella Solennità dell’Immacolata Concezione.

Il nuovo documento mette a tema la formazione dei sacerdoti, rinnovando le vecchie regole che risalivano al 1970, anche se già emendate nel 1985. Con la firma dell’attuale prefetto del Clero, il cardinale Beniamino Stella, il testo, che non piace al gesuita d’oltreoceano, ribadisce quanto già indicato precedentemente, ossia che le persone omosessuali che si accostano ai seminari non possono essere ammesse al sacerdozio.

In particolare, il documento approvato da Papa Francesco riporta quanto indicato da una precedente istruzione che risale al 2005 e che specifica chiaramente come «la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay». 

E’ precisamente contro questo passaggio che si sviluppa l’analisi del padre Reese, il quale sostiene che una corretta formulazione di questo passo avrebbe dovuto riguardare anche gli eterosessuali che si accostano ai seminari. Scrive, infatti, che il problema è sulla capacità o meno di vivere il celibato, e ciò, dice Reese, vale anche per gli eterosessuali. Il punto è che la Ratio pubblicata nei giorni scorsi indica che le persone omosessuali «si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne». Inoltre, rileva che occorre tenere conto delle «conseguenze negative che possono derivare dall’Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate». Infine, last but not least, c’è il riferimento chiaro all’incompatibilità con il sacerdozio per coloro che “sostengono” la cosiddetta “cultura gay”, elemento che contrasta fortemente con una certa corrente di pensiero, forte anche in seno alla Chiesa, che, invece, sembra essere molto aperta a questo tipo di cultura. 

All’orizzonte c’è il Catechismo della Chiesa Cattolica che al paragrafo 2357 dice chiaramente che gli atti omosessuali contrastano con la legge naturale e sono «oggettivamente disordinati». Come spiegava Benedetto XVI nel libro intervista Luce del mondo, «sarebbe un grande pericolo se il celibato divenisse motivo per avviare al sacerdozio persone che in ogni caso non desiderano sposarsi, perché in fin dei conti anche il loro atteggiamento nei confronti dell’uomo e della donna è in qualche modo alterato, disorientato, ed in ogni caso non è in quell’ordine della creazione del quale abbiamo parlato».

Nonostante il padre Reese auspichi un colossale coming-out di preti omosessuali, che a suo dire sono stimabili dal 20 al 60%, la questione appare più complessa del semplice rispetto del celibato. L'ammissione al sacerdozio infatti richiede una grande solidità psicologica e affettiva, che è per sua natura incompatible con tendenze omosessuali «profondamente radicate», come del resto indica il Catechismo. D’altronde, come si legge nelle regole appena rinnovate, «compete alla Chiesa – nella sua responsabilità di definire i requisiti necessari per la ricezione dei Sacramenti istituiti da Cristo - discernere l'idoneità di colui che desidera entrare nel Seminario».

Alla luce di queste considerazioni, e di questi documenti, è interessante sottolineare che il divieto di diventare sacerdote si estende a quanti, non necessariamente con tendenze omosessuali, «sostengono la cosiddetta cultura gay». Cosa si intende per cultura gay? Il documento non lo specifica ma pare ovvio che - proprio per quanto osservato sopra - ci si riferisca a chi ad esempio sostiene la sostanziale equivalenza tra l’orientamento eterosessuale e quello omosessuale, una convinzione che poi risolve la questione del sacerdozio esclusivamente nella capacità di vivere il celibato: capacità pur necessaria, ma che evidentemente non è decisiva.