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Sequestro Maccalli e non solo: il jihad in Africa

A quasi un mese dal rapimento di padre Pierluigi Maccalli, missionario in Niger, è bene fare il punto della situazione sui gruppi jihadisti che operano in Africa, ben radicati e in piena espansione. Oltre all'ara del Sahel, i gruppi direttamente legati ad Al Qaeda (come al Shabaab), dalla Somalia, si espandono in Kenya e Mozambico

Attentato a Mogadiscio rivendicato da al Shabaab

A quasi un mese dal suo rapimento ancora non si hanno notizie di padre Pierluigi Maccalli, il missionario della Sma, Società delle Missioni Africane, sequestrato nella notte tra il 17 e il 18 settembre in Niger, alla frontiera con il Burkina Faso, nella missione di Bomoanga, un’area del paese, a maggioranza islamica, in cui il cristianesimo è molto diffuso. Nel darne notizia, il giorno dopo, padre Mauro Armanino aveva spiegato all’agenzia Fides che da mesi la zona è in stato d’allerta a causa della presenza segnalata di terroristi provenienti dal Mali e dal Burkina Faso. Il fatto che finora non sia stato chiesto un riscatto avvalora l’ipotesi fin da subito avanzata che a rapirlo sia stato appunto uno dei gruppi jihadisti attivi nella regione, legati ad al Qaeda o all’Isis. “Il Sahara e alcune zone del Sahel – spiegava nei giorni successivi in una intervista padre Antonio Porcellato, vicario generale della Sma – sono ormai diventati una base alternativa all’Afghanistan e al Medio Oriente. È qui che ha messo radici lo Stato Islamico nel Grande Sahara, branca del Daesh (Isis) che opera nella regione africana. In una zona che i governi non riescono a controllare, si intreccia di tutto: uranio, gruppi armati, eserciti internazionali, traffico di armi e droga, flusso di migranti…”.

I jihadisti sono penetrati in Africa, e vi si sono radicati, ben al di là del Sahel. In Somalia il gruppo armato al Shabaab, legato ad al Qaeda, dal 2006 sfida il governo e i caschi verdi della missione di peacekeeping Amisom dell’Unione Africana. Anche dopo essere stato costretto a ritirarsi dalla capitale Mogadiscio e da altre città conquistate, controlla vasti territori del paese ed è in grado di compiere frequenti attentati nel cuore stesso della capitale. Il 1° ottobre ha fatto esplodere una autobomba al passaggio di un convoglio militare italiano a Mogadiscio. Nessun soldato italiano è morto, ma quattro civili hanno perso la vita. Dal 2008 in Kenya al Shabaab conta su una consistente cellula chiamata al-Hira, che gli Stati Uniti hanno da poco aggiunto all’elenco dei gruppi terroristici. Al-Hira recluta giovani kenyani per al Shabaab e facilita gli spostamenti dei suoi miliziani nel paese. Si ritiene che abbia partecipato nel 2013 alla organizzazione dell’assedio al centro commerciale Westgate di Nairobi, conclusosi con la morte di 62 civili e cinque militari e il ferimento di circa 200 persone. Il leader ideologico della cellula, Aboud Rogo Mohammed, è stato ucciso nel 2012, ma continua a ispirare gli islamisti di lingua swahili dell’Africa orientale. Per sottrarsi alla cattura, una parte dei suoi militanti si sono infatti diretti a sud, lungo la costa, trasferendosi in Tanzania dove hanno costituito una base nella città di Kibiti. Poi nel 2015 si sono spinti ancora più a sud e sono penetrati nel nord del Mozambico, nella provincia di Cabo Delgado, a maggioranza musulmana, unendosi ai jihadisti locali che si chiamano anch’essi al Shabaab.

Si stima che gli al Shabaab mozambicani siano ormai centinaia, forse migliaia, divisi in cellule di 10-30 combattenti. Arruolano soprattutto giovani disoccupati, scontenti e risentiti nei confronti sia del governo che delle autorità religiose islamiche, che rimproverano di praticare un islam non rigoroso. Ma alla causa jihadista i mozambicani aderiscono per interesse oltre che per fede. Al Shabaab, come altri gruppi armati islamisti, partecipa infatti al contrabbando di avorio, legname, eroina e pietre preziose che nel nord del Mozambico rende milioni di dollari, complici agenti di polizia e funzionari governativi.

Sulla popolazione si impone con il terrore. Attacca villaggi e piccoli insediamenti rurali uccidendo gli abitanti e incendiando abitazioni e negozi,  lasciando solo macerie. Le autorità mozambicane ritengono che le vittime civili siano quasi 100 da quando lo scorso anno sono iniziate le azioni violente. Uno degli ultimi attacchi è stato messo a segno nel villaggio di Paqueue il 21 settembre: 14 i feriti, 12 le vittime, dieci uccise a colpi di arma da fuoco e due bruciate vive. Inoltre i miliziani prima di ritirarsi hanno incendiato 55 abitazioni.

Una volta consolidato il controllo sul territorio con il terrore, gli al Shabaab molto probabilmente passeranno anche loro, come gli altri jihadisti africani, ad attentati e attacchi mirati: a caserme, convogli militari, posti di polizia (si pensa che già siano loro gli autori dei tre attacchi a stazioni di polizia compiuti ad aprile nel distretto costiero di Mocimba da Praia), hotel e ristoranti frequentati da uomini politici, turisti e dipendenti di imprese internazionali. Capo Delgado è una delle province più ricche di minerali e una delle mete turistiche più importanti del Mozambico.   

La risposta delle autorità, anche in Mozambico come altrove in Africa, è stata lenta, svogliata e maldestra. Solo di recente le forze di sicurezza hanno avviato indagini e organizzato spedizioni militari per individuare le basi dei jihadisti. Il 5 ottobre il capo della polizia, Bernadino Rafael, ha annunciato che l’esercito ha individuato e chiuso delle basi e ha arrestato 280 persone sospettate di appartenere ad al-Shabaab. 189 fermati, 40 dei quali donne, sono stati rinviati a giudizio. Quasi tutti sono di nazionalità mozambicana, ma molti, a conferma dell’estensione delle reti jihadiste in Africa sub sahariana, sono originari di Tanzania, Repubblica democratica del Congo, Somalia e Burundi.