• IL NON-DETTO

Sex Toys, quando il problema della salute non è tutto

La nuova inchiesta di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera denuncia il pericolo per la salute rappresentato dai sex toys prodotti in paesi asiatici, con materiali anche cancerogeni. Ma l'immensa diffusione dei sex toys, che la Gabanelli non contesta, è spia di un problema di sessualità molto più profondo.

Milena Gabanelli

Sul Corriere della Sera la sagace e puntigliosa Milena Gabanelli svela ai lettori un pericolo inatteso: i giocattoli del sesso — o, meglio, i sex toys, perché l’inglese sembra capace di nobilitarli — fanno male alla salute. Mah!... sarà un problema di pochi depravati, penserà la maggior parte di chi segue La Nuova Bussola Quotidiana. Invece la Gabanelli ha il merito di sbattere in faccia a chi ha responsabilità educative una situazione difficile da immaginare per la gente tranquilla e sensata: nel 2017 il giro d’affari mondiale di quegli articoli, con prezzi che vanno da un euro a quattrocento, secondo la complessità della tecnologia sfruttata, è stato 18,6 miliardi di euri. Naturalmente il commercio in rete favorisce gli acquisti, ma anche i negozi specializzati, detti al solito all’inglese sex shop, solo in Italia sono cinquecento.

Rispetto al 2016 il mercato europeo è cresciuto del venti per cento; in Italia meno, ma ha comunque fatto registrare un sei per cento in più. Sei acquirenti su dieci usano quegli aggeggi abitualmente, da soli o anche in coppia. Il record è delle donne giovani, fra i venti e i trent’anni: tra gl’italiani che li comprano, in un anno il loro numero è triplicato. E il mercato continua a crescere.

C’è di che allarmarsi, in effetti. Anche la Gabanelli lancia un allarme, ma solo quando comincia ad avvertire il pubblico che “è importante parlarne per non sottovalutare i possibili rischi da contatto”. Non si riferisce alle infezioni possibili tra coloro che si passano i sex toys da un utente all’altro, perché — immaginiamo — quelle vengono in mente subito a tutti. La Gabanelli, non nuova ad avvertire meritoriamente dei rischi legati a sostanze sintetiche, veri o presunti che siano, mette invece in guardia anche stavolta contro questo genere di problemi.

Senza far d’ogni erba un fascio, beninteso: meglio acquistare toys prodotti in Europa, dove i materiali plastici sono sicuri. “Il pericolo reale” scrive la giornalista “c’è quando si tratta di prodotti importati dai paesi asiatici, che tra l’altro occupano la fetta maggiore del mercato”. Ed eccola elencare il cloruro di vinile monomero, gli ftalati, lo stirene (una volta detto stirolo), con le loro caratteristiche cancerogene e alteratrici delle funzioni ormonali. Nessuno si sentirebbe di criticarla: lei ha puntato l’occhio su un pericolo e ne avvisa i suoi lettori. Bravissima! Tuttavia ci mette a disagio la freddezza con cui parla di conseguenze sgradite, senza accennare un commento, magari almeno velato, sulle radici marce da cui quei frutti deleteri hanno origine.

Del resto il suo articolo è l’ennesima spia d’una società che non accetta nessun limite all’arbitrio dell’uomo, e così finisce col considerare accettabili comportamenti palesemente distorti. Una società che si trova a dover consigliare espedienti per rimediare alle conseguenze, quando sarebbe molto più semplice e più logico eliminare le cause. Noi non vogliamo far nostro un pensiero tanto lontano dal buon senso. Secondo noi, dire che certe pratiche sono riprovevoli in sé, e non solo per i loro effetti sanitari, non è bigotteria.

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