• EFFETTO COLLATERALI

Siria, Israele coinvolto suo malgrado

Preparativi militari e molta cautela. Così Israele si è tenuto alla larga per due anni da una guerra civile siriana scoppiata alle sue porte di casa. Ma ora il possibile intervento statunitense rischia di trascinarlo dentro, a causa delle possibili rappresaglie di Assad e dell'Iran. Nonostante Assad sia antipatico a tutti, i ribelli sono visti ancora peggio.

Israele è preparato, qualunque cosa succeda. Una batteria di 'Iron Dome' - ha fatto sapere la radio militare - è stata dispiegata oggi nell'area metropolitana di Tel Aviv come parte dei preparativi contro possibili ritorsioni da parte siriana. Mentre il capo di stato maggiore israeliano, il generale Benny Gantz, ha compiuto un sopralluogo sulle alture occupate del Golan, a ridosso della Siria, per sincerarsi del livello d'allerta delle truppe e valutare la situazione sul terreno in vista di un possibile attacco Usa su Damasco. Gesti che sembrano fare ecco alle parole di qualche giorno del premier dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu: «Non siamo coinvolti nella guerra civile in Siria, ma voglio ripetere che se qualcuno tenterà di danneggiare i cittadini di Israele l'esercito risponderà molto duramente».

A Gerusalemme le maschere antigas sono già state distribuite. Code di interminabili di persone hanno passato i giorni scorsi alle poste per richiederle a titolo cautelare. Poi è arrivato il giorno del Sabato, e tutto il paese si è fermato. Per onorare i precetti della Torah, ma quasi involontariamente anche in attesa di sapere ciò che farà Obama. I cittadini israeliani sono abituati ad aver paura, sempre in mezzo a una regione turbolenta. E anche se un coinvolgimento attivo di Israele nel conflitto oggi sembra difficile, la classe politica preferisce stare attenta.

“Israele stia alla larga”, avverte Amos Harel dalle colonne di Haaretz. Anche se forse è troppo tardi. L’ipotesi che le intercettazioni sulle armi chimiche provenisse proprio da Israele è diventata molto debole in questi giorni, ma è noto a tutti l’atteggiamento piuttosto equivoco adottato da Israele nel corso di questi due anni. All’inizio della crisi sembrava che il tifo fosse per Assad (più per timore di Al Qaeda insidiata tra le file ribelli che per altro), mentre a gennaio il quotidiano arabo Al-Quds parlava addirittura di un incontro tra i vertici israeliani e i ribelli per progettare un attacco contro il dittatore. Oggi si mantiene la prudenza, anche se un intervento degli Stati Uniti renderebbe Israele certamente più forte in tutta la zona. Anzi, sul quotidiano filogovernativo “Ynet”, si aspetta con ansia “la venuta del poliziotto americano”, per assicurare gli interessi nazionali. Una tesi non del tutto campata per aria, che spiegherebbe soprattutto perché le intercettazioni siano state comunicate all’intelligence americana proprio da Israele.

Che Bashar Al-Assad sia riuscito a mettere contro le superpotenze mondiali è un dato di fatto che preoccupa. A nominarlo personaggio dell’anno (ma ricordando che spesso questo titolo è stato usato anche in termini negativi, come quando il Time lo diede a Hitler nel 1938) è il Jerusalem Post. L’editoriale di Amotz Asa-El si apre così: “Il presidente Siriano verrà ricordato come il peggiore nemico della ragione, della pietà e della speranza”. Le principali firme israeliane non hanno simpatia per il dittatore Siriano, e colonne dei giornali lanciano strali contro il principale destabilizzatore del Medio Oriente.

Atteggiamento cauto, “low profile” ha piuttosto indicato Netanyahu ai suoi. Con Assad? Forse, ma perché gli altri sono peggio, e comunque a denti stretti. Non dimentichiamoci che prima della guerra in Siria - a chi era stato già in Israele - l’ingresso era vietato. E la guerra civile non ha reso improvvisamente più amico l’uno o l’altro. Ma si fa di necessità virtù.

Forse Israele vuole starne davvero alla larga. Saranno i prossimi giorni a dirci se potrà permettersi questo lusso. O se invece sarà costretto a intervenire per difendersi dalle schegge impazzite dell’Iran & co. In quel caso, povero Iran. E poveri anche noi.