• DIRITTI INCIVILI

Spot per l'eutanasia, i radicali ci riprovano

Un malato terminale che chiede di morire è il protagonista di un video presentato ieri alla Camera, l'inizio di una nuova campagna per la legalizzazione dell'eutanasia. Ma la realtà smentisce esigenze del genere.

Lo spot dei radicali

L’obiettivo è uno ed uno soltanto: la legalizzazione dell’eutanasia. Questo i radicali vogliono e per questo, ormai da anni, si battono. L’ultima conferma di questa ostinazione ci viene dal video che ieri, presso la sala stampa della Camera dei deputati, l'Associazione Luca Coscioni e l'Associazione Exit Italia hanno scelto di trasmettere. Si tratta di un filmato che ha come protagonista un malato terminale, il quale aveva risposto all'appello "A.A.A. Malato terminale cercasi" lanciato dall'Associazione Luca Coscioni con un primo spot.

Non è la prima volta che quanti si battono per il cosiddetto diritto a morire optano per questa efficace quanto discutibile strategia pubblicitaria: poco più di due anni fa, era l’8 dicembre 2010, venne presentata e messa in rete la versione italiana – sempre ad opera dell'Associazione Luca Coscioni e dal Partito Radicale – dello spot pro-eutanasia ideato dall'associazione Exit international, bloccato dall'autorità australiana per le Comunicazioni. L’iniziativa fece discutere come discutere certamente farà, nei prossimi giorni, il video trasmesso ieri.

Ora, delle tante osservazioni critiche che possono essere mosse a questo genere di iniziative, crediamo sia interessante soffermarci su un aspetto sovente poco considerato eppure centrale per smascherare certa propaganda mortifera, e cioè il fatto che non è la sofferenza fisica – contrariamente a quello si è portati a pensare, e che gli anzidetti spot lasciano intendere – la ragione per cui, nella stragrande maggioranza dei casi, delle persone malate arrivano a chiedere di morire.

Una prima evidenza, a pensarci bene, viene proprio dal citato appello, "A.A.A. Malato terminale cercasi"; se davvero fosse comune, fra i malati terminali, la volontà di porre fine alle loro sofferenze, non ci sarebbe stato bisogno di alcun genere di appello, di filmato o di conferenza stampa, perché la cosa sarebbe risaputa e lo stesso Legislatore, in un modo o nell’altro, sarebbe da tempo stato pressato ad agire in questo senso tramite appositi provvedimenti. Che però, allo stato, non solo non sono stati approvati, ma risultano addirittura osteggiati dal nostro ordinamento che, ex art. 579 c.p., equipara l’eutanasia all’omicidio del consenziente, reato punito con reclusione da 6 a 15 anni.

Un secondo riscontro al fatto che non vi sia alcuna specifica “esigenza eutanasica” da parte dei malati, ci viene poi dall’esperienza e da ricerche scientifiche. Possiamo per esempio ricordare come con uno studio condotto sui soggetti affetti dalla sindrome locked-in si sia rilevato come appena il 7% di questi abbia manifestato intenzioni di morte (Cfr. British Medical Journal Open, 2011). Da non trascurare poi è il fatto che non di rado quanti versano in una condizione difficile o terminale risultano affetti da depressione; uno su cinque lo è, per esempio, tra i malati di cancro (Cfr. European Journal of Cancer Care, 1998).

Che vi sia più la paura della sofferenza che la sofferenza stessa alla base dell’eutanasia, è inoltre testimoniato da un celebre caso ricordato da Francesco d’Agostino. Il riferimento è al processo celebratosi «in Olanda nel 1973 contro il dott. Potsma, accusato di aver soppresso la propria madre, malata terminale di tumore. Alla richiesta se i dolori della donna avessero raggiunto il limite dell’intollerabilità, l’accusato rispose: “No, non erano intollerabili. Certamente le sue sofferenza fisiche erano aspre. Ma erano le sue sofferenze spirituali ad essere divenute insopportabili”» (L’eutanasia come problema giuridico, «Archivio Giuridico», Mucchi, 1987, p. 37).

Checché ne dicano i soci dell'Associazione Luca Coscioni e dell'Associazione Exit Italia, non esiste dunque alcuna emergenza che il Legislatore dovrebbe sanare  legalizzando l’eutanasia. Vi è invece – ed è comprovata – l’esigenza di rafforzare il più possibile le attuali misure ed i sostegni a favore delle famiglie che accudiscono una persona disabile o affetta da gravi malattie. Si tratta di famiglie meno rare di quanto si creda, molto spesso eroiche, che sperimentano quotidianamente la dimensione del sacrificio e alle quali ben pochi, fino ad oggi, hanno scelto di riservare visibilità. Loro sì che, per l’esempio che offrono, meriterebbero uno spot.

giulianoguzzo.wordpress.com