• ATTENTATO

Terrore a New York, all'ombra del World Trade Center

Il furgone distrutto

Poco dopo le 15 di ieri, in un assolato pomeriggio a New York (erano le 20 in Italia), un furgone, appena noleggiato, si è lanciato contromano su una pista ciclabile del lungofiume di New York, sulla punta meridionale di Manhattan.

Si tratta di una delle aree più chic e vivibili della metropoli nordamericana, una zona recentemente restaurata piena di verde, zone pedonali e ciclabili, l’ideale per una passeggiata lungo il fiume Hudson, con la Statua della Libertà in vista. E’ un pezzo di città all’ombra della Freedom Tower, il nuovo grattacielo del World Trade Center che ha sostituite le due Torri Gemelle abbattute dagli aerei dirottati da Al Qaeda l’11 settembre 2001. Proprio qui, in questo angolo di città memore dell’attentato epocale che diede inizio alla nuova guerra contro il terrorismo, è tornato il terrore. Un attacco in stile moderno, con pochi, pochissimi mezzi e uomini e coinvolti, un bersaglio facilissimo e indifeso, per generare insicurezza e panico. Il furgone si è lanciato su ciclisti e pedoni, mirando a ucciderne il più possibile. Nella sua breve corsa ne ha uccisi otto e feriti quindici. Poi è andato a sbattere contro uno scuolabus, ferendo due adulti e due bambini che erano a bordo. L’attentatore, a questo punto, si è lanciato fuori dal suo veicolo, brandendo due pistole. Successivamente sarebbero risultate pistole giocattolo. Ferito all’addome dalla polizia, intervenuta immediatamente sulla scena, l’attentatore è stato ricoverato ed è in stato di fermo. Successivamente è stato identificato come Sayfullo Saipov, un uomo di 29 anni, immigrato dall’Uzbekistan nel 2010 e residente in Florida. Quando e se parlerà, una volta interrogato, potremo capire il movente, se ha agito da solo, o nell’ambito di una cellula. Stando ai primissimi resoconti, durante l’attentato ha urlato Allahu Akbar, identificandosi come terrorista islamico.

New York non può lamentare una cattiva preparazione: la polizia e squadre di artificieri sono intervenuti pressoché immediatamente. Al primo allarme la zona era piena di uomini in uniforme e auto di servizio. Dopo l’11 settembre, la città ha subito numerosi altri tentativi di attacco, tutti di matrice islamica. L’ultimo attacco, pianificato in Pakistan dallo Stato Islamico, avrebbe dovuto colpire la metropolitana con un attentatore suicida, Times Square con un’autobomba e vari locali pubblici e teatri con gruppi di fuoco. Sarebbe stato il bis di quel che avvenne a Parigi nel novembre 2015, con la strage del Bataclan. Ma non è riuscito: nel maggio del 2016 il capo della cospirazione pakistana è stato arrestato e dopo di lui anche tutti i complici. Nel frattempo, però, gli Usa venivano bersagliati da altri 12 tentativi di attentati, quasi tutti sventati o falliti. L’evento di ieri è “terrorismo”: di questo sono sicure tutte le autorità sin dai primi secondi. Ha subito preso la parola il sindaco di New York, Bill De Blasio, che lo ha definito “un atto di terrore mirato a civili innocenti”. “Sappiamo che questa azione voleva spezzare il nostro spirito. Ma noi sappiamo che i new yorkesi sono forti, sono resistenti e il nostro spirito non può essere turbato da un atto di violenza che vorrebbe intimidirci”. In effetti, nonostante lo spavento iniziale, la sera stessa i new yorkesi hanno affollato le vie di Manhattan con la tradizionale parata di Halloween, con uomini, donne e bambini in maschera e carri allegorici. Non sono rimasti tappati in casa dalla paura, non si sono lasciati intimidire.

Dopo aver espresso il cordoglio per le vittime e per le loro famiglie, il presidente Trump ha condannato l’attacco di una “persona malata e squilibrata”, senza specificare matrice e movente dell’attentato. Ma appena un’ora dopo ha twittato: “Non dobbiamo permettere all’Isis di ritornare, di entrare nel nostro paese dopo averlo sconfitto nel Medio Oriente e altrove”. In questo modo, ha rilanciato il suo decreto sul “travel ban”, continuamente bloccato dalla magistratura, che è inteso proprio come strumento difensivo delle frontiere dai foreign fighters di ritorno dai paesi più a rischio terrorismo.

Se dovesse essere confermato tutto, comunque, l’unico sospetto di questo attentato non proviene dai paesi inclusi nella lista nera del “travel ban”, neppure della sua nuova versione. Viveva negli Usa dal 2010, appunto. E proviene dalla repubblica ex sovietica dell’Uzbekistan, paese laico a maggioranza musulmana, una dittatura che usa il pugno duro contro gli jihadisti dell’opposizione, ma da cui sono partiti alla volta del Califfato ben 500 foreign fighters, più di tutte le altre repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale. In Uzbekistan è presente un forte movimento jihadista dal 1991, sin dal giorno dell’indipendenza dall’Urss, praticamente. Inizialmente chiamato Adolat (“giustizia”) poi ribattezzato Movimento Islamico Uzbeko, questo movimento armato si è fatto le ossa prima nella guerra civile in Tagikistan, nei primi anni ’90, poi nell’Afghanistan dei Talebani, nei tardi anni ’90. Alla vigilia dell’11 settembre, nelle sue basi afgane contava ben 2000 combattenti. La guerra contro gli Usa ha decimato il movimento. Nel 2014 il suo nucleo principale ha giurato fedeltà all’Isis. Nel 2016, una sua ala scismatica è tornata nell’alveo dei Talebani afgani e di Al Qaeda. Secondo il deputato McCaul, presidente della Commissione Sicurezza Interna della Camera del Congresso, questo atto di terrorismo porta “tutti i segni distintivi dell’Isis”. “Per due anni – dice il deputato – hanno fatto appelli sui loro giornali online per compiere attacchi con veicoli, coltelli o esplosivi, in azioni di piccole dimensioni”.

L’attacco di ieri non è ancora stato rivendicato. E’ il 100mo (secondo il conteggio dell'autorevole think tank Heritage Foundation) subito dagli Usa sin dall’11 settembre 2001. Cento attacchi (quasi 6 all'anno, di media), in gran parte sventati e falliti, oppure di piccole dimensioni. Non fanno quasi mai notizia, ma sono lì a testimoniare quanto non vi sia mai stata alcuna tregua nella lunga guerra al terrorismo.