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Terrorismo, l'eccessiva leggerezza della politica

Ci si interroga sulle falle dell'intelligence dei paesi europei, quando non si riesce a prevenire un attentato come quello di Berlino. Ci si dovrebbe chiedere, piuttosto, con quanta leggerezza e approssimazione il terrorismo viene affrontato dai politici. Perché il problema è nella politica, più che nell'intelligence. E la vicenda Amri lo dimostra ancora una volta.

Dabiq

Si fa sempre più intenso il dibattito sulla necessità di una maggiore integrazione dei servizi d’intelligence europei e ci si scandalizza per le “falle” nelle forze di polizia tedesche, francesi e belghe nella lotta al terrorismo islamico. Il dubbio però è che se di falle si tratta queste siano tutte da attribuire alla politica.

E’ la politica europea vendutasi quasi in blocco ai petrodollari delle monarchie assolute del Golfo Persico a sostenere i gruppi armati jihadisti in Siria, gruppi che hanno la stessa ideologia dei terroristi che colpiscono in Europa. E’ la nostra classe politica a consentire di riempire l’Europa di clandestini islamici in parte criminali e jihadisti, in gran parte persone di cui non sappiamo nulla ma che in gran numero si dimostrano refrattarie ad accettare regole e leggi delle società non islamizzate. La scarsa capacità della politica di far fronte a sfide così gravi emerge anche e soprattutto in Italia dove, come spesso accade, anche gli aspetti più tragici non sono mai seri come dimostra l’uccisione di Anis Amri da parte di due agenti di Polizia alle 3 di mattino del 23 dicembre a Sesto San Giovanni.

Il terrorista salafita tunisino ricercato per la strage del mercatino di Natale nella capitale tedesca era sprovvisto di documenti, quindi non è stato immediatamente identificato e solo in seguito è stato accertato che si trattava dell’attentatore di Berlino. Amri è stato quindi fermato casualmente, nell’ambito di controlli di routine poiché se le autorità italiane avessero teso un agguato al terrorista avrebbero impiegato forze più consistenti e specializzate. La politica ha provveduto però a trasformare in farsa l’indiscutibile successo della Polizia grazie alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e del Ministro degli Interni Marco Minniti, che hanno comunicato l’identità dei due poliziotti con tanto di nomi, cognomi, età e luogo di nascita. 

Amri era un salafita legato ai gruppi jihadisti tedeschi e potrebbe aver raggiunto Milano per procurarsi nuovi documenti falsi (aveva già cambiato 12 volte identità) o per nascondersi presso la comunità salafita milanese, una delle più importanti d’Europa anche se “poco rumorosa” probabilmente proprio perché addetta al supporto logistico delle altre organizzazioni europee. Amri non era né un “cane sciolto” né un rubagalline: aveva giurato fedeltà all’Isis che aveva poi rivendicato la strage di Berlino. Per questo ha destato stupore che un “tecnico” come Marco Minniti (fino a ieri sottosegretario con delega ai servizi d’intelligence) abbia rivelato l’identità dei due agenti coinvolti nella sparatoria in conferenza stampa subito dopo aver ribadito che poteva enunciare solo pochi dettagli dell’operazione perché “ci sono indagini in corso”. A ruota anche il presidente del consiglio Paolo Gentiloni ha ringraziato con un tweet i due agenti citandoli per nome e cognome e in poche ore abbiamo saputo tutto sia del poliziotto rimasto ferito, per fortuna non gravemente, sia di quello che ha ucciso Amri, esponendoli così al rischio di rappresaglie da parte di terroristi islamici. Foto, selfie dei due poliziotti, interviste con genitori e parenti, immagini e nome dell’ospedale in cui è ricoverato l‘agente ferito, interviste al chirurgo che lo ha operato e reportage dai paeselli natii dove anche il più sprovveduto jihadista potrà agevolmente trovare bersagli tra parenti e amici dei due poliziotti.

Vengono taciuti nomi e oscurate facce dei nostri soldati impegnati in Iraq ad addestrare i curdi e si sbattono in prima pagina quelli di due giovani agenti di un commissariato dell’hinterland milanese che hanno ucciso un pericoloso terrorista islamico? Franco Maccari, segretario del sindacato di polizia Coisp, ha definito “una follia rendere noti i nomi dei poliziotti. Si sarebbe dovuta tutelare la loro identità, così come avviene per i militari impegnati all’estero nelle attività di contrasto al terrorismo. E’ incredibile la superficialità con cui è stata gestita la vicenda da parte dello stesso Governo che ha dimostrato di sottovalutare il rischio di rappresaglie mettendo a rischio le vite dei nostri colleghi ed anche dei loro familiari”.

Comprensibile la tentazione politica di togliersi qualche soddisfazione con la Germania ma non è ammissibile che i vertici del governo italiano si comportino da dilettanti quando si tratta di sicurezza nazionale, solo per potersi ritagliare spazi di visibilità e meriti che sperano forse di tradurre in consenso. Eppure già alle 7.30 del mattino (4 ore dopo la sparatoria e ben prima che i nomi dei due agenti fossero noti) il capo della Polizia, Franco Gabrielli, aveva inviato a tutti i prefetti e questori una circolare che invitava il personale impegnato sul territorio alla “massima attenzione” poiché “non si possono escludere azioni ritorsive” sia nei confronti dei poliziotti sia verso tutti coloro che indossano una divisa, dunque anche le altre forze di polizia, i militari e gli appartenenti alle polizie locali. Valutazioni appropriate poiché Amri è il primo membro dell’Isis a venire ucciso dagli italiani considerato che finora i nostri militari in Iraq non hanno sparato un solo colpo o lanciato una sola bomba d’aereo contro i jihadisti del Califfato.

Alle proteste per la leggerezza degli esponenti di governo non sono giunte repliche né da Palazzo Chigi né dal Viminale ma in loro soccorso è strato chiamato il Capo della Polizia. Il giorno successivo infatti ancora Gabrielli ha dichiarato all’Ansa che fare i nomi degli agenti non è né un errore né un'esposizione, perché questo tipo di terrorismo non ha interesse a colpire i singoli ma tutti coloro che rappresentano le forze di polizia e hanno una divisa. C’è da chiedersi allora perché venga tenuta segreta l’identità dei militari italiani e di tutta la Coalizione in Iraq mentre in Italia sono stati oscurati i profili sui social network di entrambi i poliziotti coinvolti nell’uccisione di Amri.