• LO SCRITTORE

Tom Wolfe, il profeta del gaio nichilismo dei radical chic

Ma, diciamola tutta sul serio, Tom Wolfe chi? Quanti lo hanno letto, tanto se non tutto? Chi lo ha conosciuto oltre il fatidico, proverbiale Il falò delle vanità? Il padre della definizione canzonatoria "radical chic", è stato il profeta del "nichilismo gaio". Il disfacimento umano, prim’ancora che ideologico, di un mondo borghese meschino.

Tom Wolfe

Giocoforza, il pezzo di Tom Wolfe (1930-2018) che davvero avremmo voluto leggere non lo leggeremo mai. Sarebbe stato il pezzo che lo scrittore statunitense, morto lunedì a 88 anni, avrebbe certamente scritto con ironia impagabile - se solo un deal con il Padreterno glielo avesse concesso (e c’è da scommetterci che lui a chiederGlielo ci abbia provato) - per descrivere l’ammucchiata di coccodrilli che da tre giorni si susseguono sulla stampa cartacea e virtuale, scritta e parlata, per versare la lacrimuccia d’ordinanza alla sua dipartita. Lo avrebbe scritto come un topo nel formaggio impallinando l’orgia di cliché, il gozzoviglio di frasi fatte e il baccanale di luoghi comuni con cui gli intellò così come i pennivendoli stanno cercando di dimenticarlo rapidamente sotto un palmo di terra. Puzza di guano, infatti, lo spellarsi le mani adesso, lo sperticarsi in plausi ora, la sovrabbondanza di lodi postume che in maniera perfettamente bipartisan sta ubiquamente ripetendo le solite quattro cose clonate per lo più da Wikipedia su un grande che se n’è andato ma che sino a ieri dava prurito.

Sì, certo, Tom Wolfe è Tom Wolfe, Ma, diciamola tutta sul serio, Tom Wolfe chi? Quanti lo hanno letto, tanto se non tutto? Chi lo ha conosciuto oltre il fatidico, proverbiale The Bonfire of the Vanities del 1987 (trad. it., Il falò delle vanità, Milano, Mondadori), non-l’ho-letto-ma-ho-visto-il-film? Alcune delle stoccate che lo hanno reso celebre (in realtà sono più celebri le stoccate che non Wolfe) non appartengono nemmeno a Il falò delle vanità, mastodontico apologo su quel che accade quando il capitalismo perde l’anima e nega se stesso. Menomale che c’è Google, la madre di tutti i necrologi letterari preconfezionati in carta bollata da cavare alla bisogna dal freezer per abbatterne rapidamente il contenuto prima che il vibrione dell’incidenza sulla realtà abbia tempo di fare danni.

Wolfe ha dovuto morire perché la gauche caviar (di cui fa parte anche una bella fetta di soi-disant “destra”) si ricordasse che è stato lui l’autore dell’espressione radical-chic (di cui personalmente adoro la versione italiana trattane da Mario Bernardi Guardi: “radical-cicche”). Coniò quell’ossimoro memorabile canzonando - nell’articolo These Radical Chic Evenings, pubblicato l’8 giugno 1970 sul quindicinale New York e poi raccolto nel libro Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers del 1970 (trad. it. Lo chic radicale e Mau-mauizzando i Parapalle, Rusconi, Milano 1973, e Radical chic: il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto, Castelvecchi, Roma 2005) - canzonando, dicevo, il jet-set dei milionari liberal con la puzza sotto il naso e il pugno chiuso che erano convenuti nel salotto buono newyorkese dell’engagé di turno, il pianista Leonard Bernstein (1918-1990), per staccare pingui assegni, “Gradisce un’olivina, madam?”, a favore dei rivoluzionari in armi del Black Panther Party, ma nemmeno Radio Popolare batte ciglio. Tanto adesso Tom Wolfe è morto. Noi, che siamo provincia dell’impero, noi non abbiamo avuto i Bernstein e ci siamo accontentati dei Dario Fò (1926-2016). Abbiamo in compenso avuto i Pier Paolo Pasolini (1922-1975), che forse forse detiene il copyright dell’espressione radical chic con la poesia Il PCI ai giovani, pubblicata su L’Espresso del 16 giugno 1968, allorché denunciò gli sbarbatelli che facevano la rivoluzione con il portafogli di papà. Allora la Sinistra odiò il sinistro Pasolini, oggi sorride paralizzata al destro Wolfe con bonomia al ragù. Sembra l’orchestra che suona sorda mentre il Titanic si fracassa contro l’iceberg.

Wolfe aveva però previsto tutto. Aveva già visto quello che il filosofo Augusto Del Noce (1910-1989), in una lettera al critico letterario Rodolfo Quadrelli (1939-1984) dell’8 gennaio 1984, ha poi chiamato «nichilismo gaio». Il disfacimento umano, prim’ancora che ideologico, di un mondo borghese, ma di una borghesia piccola piccola, anzi meschina, che giocava e gioca con la dinamite. Borghesi sono infatti i marxisti, borghesi sono i liberali, borghesi sono i fascisti, borghesi sono (diremmo da noi) i democristiani, borghesi sono persino certi preti. Borghesi. Cioè piatti, a una dimensione, prigionieri delle proprie proiezioni, immaturi. Convinti ancora di essere il metro del giudizio, la chiave di accesso, il centro. Infantili nel volere cambiare il mondo, quel mondo che non si cambia, ma si accetta, anzi si contempla. Viene prima di noi, ci sarà dopo di noi, è così è perché non lo abbiamo fatto noi. Quando l’uomo se ne accorge, comincia a viverlo e smette di essere borghese. Smette di pensare la rivoluzione e diventa contro-rivoluzionario. Rende grazie.

I radical chic di Wolfe erano già morti dentro allora, e non se ne accorgevano. Non se ne accorgono nemmeno oggi che incensano il genio defunto che li ha polverizzati con estro e talento. Soffrono d’impotenza, e questa è stata la grande profezia di Wolfe, Oggi è tutto più chiaro. Lo è anche quel porsi di Wolfe nel mondo con stile ricercato, vestire impeccabile, mai un capello fuori posto, tutto così ostentato e al contempo così naturale. Vestiva solo di bianco, colore del candore, non perché fosse senza peccato, ma perché chiamava il peccato con il suo nome. Il vero chic era insomma lui, lui che è stato il contrario di un radicale. Il mondo però non ha capito la battuta e non ha riso. Il padre della rinascita conservatrice statunitense nella seconda metà del Novecento, Russell Kirk (1918-1994), il “nordista” con sensibilità “sudista”, negli anni 1960 coniò per sé una definizione - intraducibile - che calza a Tom Wolfe come una delle sue giacché irreprensibili: bohemian tory. Anche Wolfe è stato un conservatore, anzi un conservatore “sudista” di Richmond, Virginia, ovvero di quel pezzo di mondo dove ancora concepiscono l’idea di un’aristocrazia, di un mondo gerarchico, di un ordine sociale come riflesso dell’ordine dell’anima, di un gusto per la vita. Per questo ha vissuto da gentleman in bianco.

In ghingheri è anche la sua scrittura, la sua devozione alla parola, la sua riverenza profonda per grammatica e sintassi così da saperne superare stilemi e stereotipi. A questo punto dovrei scrivere che ha inventato il “new journalism” e bla bla bla, ma tutti quelli che hanno provato a scimmiottarlo sono patetici. Ricordo allora invece la sua poiesi linguistica, e quanto in questo egli assomigli al grande Gilbert K. Chesterton (1874-1936), cattolico. La causticità, e quanto assomigli al grande Henry Louis Mencken (18801-956), ateo. La riverente nell’irriverenza, e quanto assomiglia al grande Mark Twain (1835-1910), ateo anche lui ma chi disprezza compra. Il suo titolo più celebre è un omaggio al William Makepeace Thackeray (1811-1863) de La fiera delle vanità (1848) e la sua vena ricorda (un po’ per somiglianza, un po’ per contrasto) Florence King (1936-2016), lesbica reazionaria “sudista”. Ma in realtà Tom Wolfe è stato solo Tom Wolfe. Creatività, sì, ma prima di tutto tanto lavoro sodo, come sottolinea lo storico Richard Brookisher.

Nel 1968, primo fra tutti, rivelò che il sogno della controcultura hippy era poi solo quello di sballare il banco alla roulette del narcisismo edonistico tossicodipendente con il libro The Electric Kool-Aid Acid Test (L’Acid Test al Rinfresko Elettriko. Trad. it., Feltrinelli, Milano 1970). Con The Right Stuff (La stoffa giusta, trad. it., Mondadori, Milano 1979) ha celebrato il mito nella sua forma più pura, l’eroismo, la bellezza della grandezza di essere piccoli uomini. Con I Am Charlotte Simmons del 2004 (trad. it. Io sono Charlotte Simmons, Mondadori) ha mostrato impietosamente il fato di una società sessuomaniacalizzata come la nostra dove un’adolescente rompe ogni freno inibitorio sentendosi Prometeo per poi finire solo carne da stupro. Nel mezzo, ha sbertucciato da maestro il materialismo scientista con il saggio Sorry, but Your Soul Just Died pubblicato nel 1996 su Forbes ASAP. Da meditare il suo articolo pubblicato il 9 dicembre 2016 su The Wall Street Journal  in morte dell’astronauta John Glenn (1921-2016), il primo uomo a orbitare attorno alla Terra e a portare la fede cristiana nello spazio. Wolfe era affascinato, letteralmente rapito dal cosmo, dall’ordine dell’universo, dal quel suo silenzio originario, dalla magnitudo della vastità stellare, dal mistero che tutto questo racchiude.

In morte sua non si riesce a non rispolverare che ha pure accanitamente sempre sostenuto George W. Bush jr. e che ha pure previsto l’elezione di Donald J. Trump, affatto rammaricandosene. Ha frequentato gli ambienti di National Review, ma ha pure votato per presidenti progressisti. Era se stesso e non se n’è mai vergognato. Quanto è grande l’imbarazzo del bel mondo dei mezzetacche di fronte a uno che è stato enorme senza chiedere la patente di partito a lorsignori.