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Tra Clinton e Trump c’è chi spera nel terzo incomodo

Il “tripolarismo imperfetto” sembra emergere anche nella tormentata corsa delle presidenziali americane. Soprattutto nella fila dei Repubblicani dove sono in tanti a opporsi all’irresistibile cavalcata di Donald Trump. Così cresce la speranza per la candidatura di un “terzo incomodo”, contro Trump e la Clinton.

Donald Trump

Anche gli Stati Uniti stanno conoscendo il “tripolarismo imperfetto”. Due partiti maggiori tradizionali (quello Repubblicano e quello Democratico) sfidati all’interno e all’esterno da un terzo incomodo che da un lato ha il volto del canesciolto Donald J. Trump e dall’altro quello dell’anticonformista Bernie Sanders. Hillary Clinton, infatti, è molto forte, ma alla fin fine è piena di debolezze (clicca qui)

Donald J. Trump è pieno di debolezze, ma alla fin della fiera è forte. Quali siano le debolezze e le forze dell’una e dell’altro lo si capisce dal fatto che nel caso della Clinton il suo Partito Democratico sta facendo di tutto per sostenerla, mentre per quando riguarda Trump il “suo” Partito Repubblicano avrebbe fatto persino carte false pur di liberarsene. Se quindi la Clinton deve guardarsi (un po’) le spalle da Sanders, Trump può contare sul fatto che i Repubblicani finiranno per votarlo come “il meno peggio”. Dopo mesi di stracci che volavano lo “stato maggiore” dei conservatori sembra infatti intenzionato a stringersi, pur obtorto collo, attorno al tycoon prestato alla politica con l’unico scopo di sconfiggere la Clinton, ovvero la riedizione in peggio degli otto anni di Barack Obama. 

Significativo e rappresentativo è l’endorsment per Trump pronunciato dal presidente della Camera Paul Ryan. Già candidato alla vicepresidenza con Mitt Romney nel 2012, cattolico solerte alla Dottrina sociale della Chiesa, giovane di belle speranze politiche (e non è un modo di dire), Ryan è forse l’uomo più lontano da Trump sia per idee sia per temperamento e durante le primarie lo ha mostrato e ripetuto spesso. Eppure, di fronte allo spettro Hillary ha rotto gli ormeggi e ha preso il largo dando a Trump una spinta importante. Con un certo stile. Ha detto e ribadito che di Trump non condivide alcunché, idee, proposte, eccessi, ma proprio nulla di nulla, e che però non ci penserà due volte a votarlo per sconfiggere l’ex First Lady. 

Da ultimo lo ha fatto di fronte all’ennesima sparata di sapore razzista di Trump (clicca qui) che il 7 giugno ha definito il giudice Gonzalo P. Curiel, nato nel 1953 in Indiana da genitori immigrati dal Messico, inidoneo per conflitto d’interessi (sic) a pronunciarsi sulla megatruffa della cosiddetta “Trump University”. Il messaggio, insomma,  è chiaro, anzitutto per l’autorevolezza politica e morale di Ryan (l’uomo che lucidamente ha fatto le pulci alla politica inutilmente spendacciona di Obama e che si è guadagnato la fiducia dei “Tea Party”): quello che fino a poco tempo fa era il fronte “No Trump” alla ricerca di un vero conservatore da proporre alla Casa Bianca si è ora trasformato nel fronte “No Clinton” all’inseguimento dell’unico nome in grado di batterla.

Molti leader conservatori avevano già maturato tale decisione, per amore o per forza, nella seconda fase delle primarie, ma la discesa in campo di Ryan ha un sapore diverso, una marcia in più e forse farà la differenza. A Trump non resta altro. Le sue fragilità permangono, infatti, tutte, e sono più numerose di quelle della Clinton o se non altro più visibili, soprattutto perché lui non fa nulla per camuffarle. Con una sicumera che potrebbe permettersi solo chi potesse contare su un consenso popolare ben maggiore, Trump perde, infatti, tutte le occasioni buone per stare zitto. Benché il momento della dialettica interna sia finito, il milionario newyorkese continua imperterrito sulla sua linea di provocazioni e boutade quando invece avrebbe ora bisogno del contrario. 

Se, infatti, ci sarà sempre da tenere presente il fatto non banale che il suo messaggio urlato e iperuranico ha affascinato un numero grande di americani e di Repubblicani, la sua necessità attuale è quella di conquistare proprio quella parte altrettanto importante di americani e di Repubblicani che non solo nelle sue intemperanze e nelle sue vaghezze non si riconoscono ma che positivamente ne sono disgustati tanto da spingere un’alta carica come Ryan a dirlo apertamente in pubblico. 

Non si tratta di fare campagna elettorale “al centro”, ma di conquistare quei conservatori che ancora non sono convinti che votare “il meno peggio” sia giusto e utile, e soprattutto stufi marci di vedersi rappresentati da Trump in quella caricatura del conservatore troglodita e dozzinale che manda invece in visibilio e al potere i liberal. E non sono affatto pochi. Mai come oggi, infatti, l’altra parte dello “stato maggiore” dei conservatori, quella che non ha (ancora?) scelto la linea Ryan (e non si tratta necessariamente di scelte “nemiche” o “migliori”, solo diverse), parla con insistenza crescente, e senza il riserbo mostrato in altre occasioni analoghe, di un “terzo partito”. 

Nemmeno negli anni (ormai lontani nella storia del partito) in cui i pochi Repubblicani conservatori si vedevano costantemente frustrati da colleghi liberal di partito, nemmeno ai tempi in cui il vero conservatore Patrick J. Buchanan assaltava l’establishment del partito con il coltello tra i denti si è predicato così ad alta voce il “Piano B” e da pulpiti tanto blasonati. National Review, per esempio. Dopo avere di fatto coniato l’espressione e il fronte “No Trump” e quindi fatto apertamente campagna elettorale per Ted Cruz, la “casa comune” storica del giornalismo conservatore statunitense non fa mistero di sognare la “terza forza”, ora invocando un candidato indipendente che raccolga i favori conservatori (come fa il giornalista David French per un po’ indicato come quel possibile candidato indipendente) (clicca qui), ora non sapendo che pesci pigliare ma comunque registrando il grande malcontento anti-Trump che ancora si respira tra i quadri Repubblicani (clicca qui), ora proponendo quel che solo pochi mesi fa nessuno a quella latitudini si sarebbe sognato di proporre ovvero abbandonare per sempre il Partito Repubblicano (clicca qui).

E non è finita. L’altra testata massimamente autorevole tra i conservatori (di per sé tra i neocon, ma oggi i fronti della Destra americana sono molto mescolati), The Weekly Standard, va persino più in là affidando a Jay Cost il compito d’indirizzare una lettera aperta a Mitt Romney (clicca qui) con la preghiera di candidarsi alla presidenza contro Trump e Hillary. Con il che il “tripartitismo imperfetto” diventerebbe una quadriglia, i due partiti maggiori azzoppati, il fronte degli azzoppatori che rischia di rimanere con un pugno di mosche in mano e il “terzo partito” che spera addirittura in un ex perdente pur di non consegnare il Paese a quelle che considera due facce dello stesso male.