• AUSTRALIA

Tra i profughi, precedenza ai cristiani (anche se non si può dire)

Tony Abbott

L’Australia accoglierà 12mila rifugiati dalla Siria, secondo quanto ha annunciato il premier Tony Abbott ieri. Si tratta della più grande quantità di rifugiati finora ospitata da un paese del mondo industrializzato. Questo giusto per smentire la fama di “duro” che il primo ministro conservatore si è fatto in questi mesi, secondo probabilmente solo all’ungherese Viktor Orban. La decisione di accogliere così tanti rifugiati, a quattro anni e mezzo dall’inizio della Guerra Civile Siriana, non è priva di ragioni opportunistiche. Il governo ha cambiato rotta dopo massicce manifestazioni a favore dell’accoglienza, dalla campagna via Twitter #LightTheDark, a loro volta ispirate dalla pubblicazione della foto del corpo di Aylan al Kurdi sulla spiaggia di Bodrum, Turchia. 

Nonostante la generosità, il governo conservatore è ugualmente finito nel mirino della polemica di sinistra. Nel suo primo annuncio sull’accoglienza dei rifugiati, membri dell’esecutivo Abbott hanno dichiarato di voler dare la priorità ai rifugiati perseguitati cristiani. E per questo motivo sono stati accusati di “discriminazione” dall’opposizione laburista. Più in dettaglio, è stato Eric Abetz, ministro del Lavoro, che ha dichiarato la sua preferenza per un’accoglienza prioritaria dei cristiani siriani, poiché i cristiani, in Medio Oriente, costituiscono “la minoranza più perseguitata al mondo”. Le parole di Abetz sono state seguite da quelle del ministro degli Esteri Julie Bishop: “Io credo che la minoranza cristiana sia perseguitata in Siria e lo sarà anche una volta finita la guerra. Vi sarà un’attenzione maggiore nell’assicurare l’accesso alle minoranze etniche e religiose perseguitate. Queste includono i cristiani maroniniti, gli yezidi, i drusi e altre minoranze etniche e religiose della popolazione siriana e irachena”. Invece di constatare la ragionevolezza dell’argomento (accettare coloro che non possono tornare a casa, altrimenti verrebbero privati della vita o della libertà), i laburisti si sono indignati. Il deputato Richard Marles, ad esempio, ha definito “molto pericoloso” il discorso del ministro Abetz, perché l’Australia dovrebbe preservare la sua “politica non discriminatoria dell’immigrazione”.

Ovviamente è intervenuta, contro il governo, anche la comunità islamica australiana. Maha Abdo, un’esponente in vista della minoranza musulmana, ha dichiarato all’agenzia Sbs quanto sia importante “lavorare assieme ad altra gente, indipendentemente dalla loro appartenenza razziale e religiosa”, perché questo è “lo stile di vita australiano”.  La Abdo si dice “oltraggiata” dalle parole dei ministri conservatori (colpevoli di voler aiutare cristiani perseguitati e altre minoranze che rischiano l’estinzione). E ritiene che il loro appello sia in contraddizione con “i valori dell’Australia che conosco e amo. È frustrante vedere che qualcuno assegni priorità sulla base della fede”. La Ong Save the Children si accoda al coro di denuncia e per bocca del suo amministratore delegato Paul Ronalds, dichiara che i perseguitati “appartengono a tutte le confessioni e culture”. Quindi “distinguere fra di loro, non è la risposta più appropriata”.

A parte il fatto che non si parla di “immigrazione” (come fa Maha Abdo), ma della necessità contingente di ospitare rifugiati di guerra, qual è il significato di queste contestazioni? L’istinto egualitario, assieme alla paura di subire l’accusa di islamofobia, sta raggiungendo il paradosso di mettere sullo stesso piano perseguitati e persecutori. Al punto che è ormai diventato impossibile constatare (e agire di conseguenza) che in Siria c’è una maggioranza musulmana e una minoranza cristiana e che la minoranza cristiana sta subendo una persecuzione sistematica ad opera dei più fanatici fra i musulmani. A quanto pare, lo si può constatare, ma non dire, come testimonia anche l’assenza di specifici capitoli dedicati alla persecuzione dei cristiani nel rapporto di Amnesty International, così come nelle iniziative umanitarie statunitensi.

Pressato da queste critiche, il premier Abbott ha dovuto annunciare la sua politica di accoglienza, annacquando non poco il discorso. Non ha mai parlato di “cristiani”, ma semplicemente: “donne, bambini e famiglie delle minoranze perseguitate, ospiti dei campi in Giordania, Libano e Turchia, avranno la priorità”. E ha voluto aggiungere, sottolineando e rimarcando bene le sue parole, durante la conferenza stampa: “Lo ripeto: donne, bambini e famiglie, i più vulnerabili di tutti”, poi ha negato di voler riservare qualsivoglia corsia preferenziale ai cristiani. “Noi ci concentreremo su coloro che non possono tornare a casa”. Cioè soprattutto i cristiani, ma non lo si può dire. Abbott è stato abbastanza convincente da attrarre il plauso del leader dell’opposizione laburista Bill Shorten, che ha dichiarato: “La nostra compassione non deve badare al colore della pelle o al nome del Dio che si sta pregando”.

Eppure, accogliere i cristiani non è razzismo. Come sottolineava, su La Nuova Bussola Quotidiana, anche Alfredo Mantovano (presidente della sezione italiana della fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre): “Di fronte alla enorme quantità di richiedenti asilo, svolgere dettagliate istruttorie uno per uno - pur aumentando il personale e i mezzi - impedisce di dare risposte in tempi adeguati. Se si constata senza incertezze che una persona proviene da Mosul e che è un cristiano, non dovrebbe avere una corsia preferenziale e tempi più rapidi per il riconoscimento del suo status? Si pensi - per fare un altro esempio - alle persone che provengono dall’area intorno a Qaryatayn, in Siria, vicino a Homs: lo Stato Islamico si è impossessato di quel territorio due mesi fa e ha sequestrato 230 persone, delle quali non si sa più nulla. Un’indicazione del genere, che richiami l’attenzione sulla zona di provenienza e sulla confessione religiosa di appartenenza, applicata in modo omogeneo da tutte le Commissioni incaricate di valutare le domande di asilo in territorio Ue, renderebbe meno duro l’inserimento nel nuovo ambiente, dopo tante sofferenze provate”.

In Europa, il paese che più ha dato scandalo per aver dato la priorità ai rifugiati cristiani è stata la Slovacchia. A difenderla si sono levate solo poche voci, fra cui anche quella di Silvano Tomasi, nunzio apostolico della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra. Secondo monsignor Tomasi, sentito da La Nuova Bussola Quotidiana accogliere i cristiani “Non è discriminazione è il tentativo di far valere il diritto alla propria identità pur ottemperando al dovere dell’accoglienza”.

In Europa, Juncker annuncia il piano profughi