• COREA DEL NORD

Trump il wrestler che minaccia ma poi tratta

Trump, sul ring, rapa a zero Vince MacMahon

Oggi che minaccia avrà lanciato Donald Trump contro la Corea del Nord? Ogni giorno ce n’è una nuova, con gran preoccupazione per diplomatici e governi stranieri. C’è chi, ovviamente, lo considera come un provocatore irresponsabile che potrebbe inavvertitamente far scoppiare una guerra nucleare. Ma la retorica di Trump non può essere presa completamente sul serio. E’ come un lottatore di wrestling, sport altamente spettacolare di cui è appassionato da sempre. Sale sul ring carico di muscoli, costume di scena da supereroe (negativo, in questo caso), urla, minaccia, fa spettacolo. Poi però nell’incontro non si fa male nessuno, perché è una messinscena.

Il Trump più carico che mai, in versione Hulk Hogan (icona del wrestling degli anni 80) aveva dichiarato dalla sua tenuta di golf nel New Jersey: “Corea del Nord, è meglio che non minacci ancora gli Stati Uniti” perché se no: “Riceveranno una risposta di fuoco e furia, come il mondo non ha mai visto”. E “fuoco e furia” è diventato un tormentone. Mercoledì: l’arsenale degli Stati Uniti è “più potente che mai”. Giovedì, quando gli è stato chiesto di essere convinto di quel che aveva detto (inavvertitamente, si pensava) alla stampa sul “fuoco e furia”, ha rilanciato: “probabilmente non è (una minaccia) dura abbastanza”. E quindi? “Lo vedrete”. Venerdì: l’esercito Usa è “pronto e carico”. E qui è una citazione di John Wayne, quella del presidente, dal film di guerra Iwo Jima, deserto di fuoco. Come tutti i lottatori di wrestling, le sue minacce devono soprattutto galvanizzare un pubblico che lo capisce. E il pubblico di Trump è fatto ancora di americani che amano John Wayne.

Ma cosa ne pensa il potenziale nemico? In una incredibile inversione di ruoli, è la Corea del Nord che impartisce lezioni di etichetta diplomatica, come si vede dall’ultimo comunicato della Kcna che invita l’amministrazione americana “a parlare e ad agire in modo appropriato”. Altrimenti “l’impero americano subirà il suo tragico destino”. Etichetta sì, ma sempre nella consueta brutalità del regime stalinista: “finire in un mare di fuoco” come aveva dichiarato Kim Jong-un domenica. Più pacata, come sempre, è la Cina. Il presidente Xi Jinping ha telefonato “a tutte le parti coinvolte” invitando a fermare “parole e comportamenti” che possano dare adito a un’escalation anche militare.

Ma è molto probabile, appunto, che non ci sarà alcuna escalation. E che Trump, come in campagna elettorale, stia semplicemente rubando la scena all’avversario. Al dittatore nordcoreano, in questo caso, invece che ai democratici. Il primo e fondamentale motivo per pensarlo è che nella Corea del Sud sono, è vero, in corso esercitazioni militari statunitensi. Ma non si assiste a quel livello di mobilitazione che ha preceduto, per esempio, entrambe le guerre del Golfo, quella del 1991 e quella del 2003. E per battere un nemico come la Corea del Nord, mettendo il più possibile in sicurezza la Corea del Sud, occorrerebbe una concentrazione di forze pari o superiore a quello della Guerra del Golfo del 1991. Ebbene, non si vede nulla di simile in movimento.

Un secondo indizio è nel carattere stesso di Donald Trump. In campagna elettorale, plaudì alla Brexit, si dissociò apertamente con il suo principale sostenitore Nigel Farage, che i leader europei detestavano. Espresse la sua mancanza di rispetto per il cancelliere tedesco Angela Merkel, accusandola di voler distruggere la Germania aprendo le sue porte ai rifugiati. In senso lato, accusò la Germania di manipolare l’euro per trarre vantaggio sugli Usa nel commercio e di non pagare la sua quota di appartenenza alla Nato, alleanza che, come noto, etichettò come “obsoleta”. Eppure, il 12 aprile, meno di tre mesi dopo il suo insediamento, ha ribaltato il suo parere sulla NATO, definendola “non più obsoleta”, durante una conferenza stampa. Ancora prima, la visita di Angela Merkel alla Casa Bianca il 17 marzo pareva rompere il ghiaccio fra i due leader. E per non parlare della Cina, che Trump ha nominato più di ogni altro paese al mondo. E sempre in chiave negativa, come avversario numero 1, sia militare che economico, degli Stati Uniti. Poi, però, con Xi Jinping tratta confidenzialmente, nella sua residenza in Florida. E ora è attraverso la Cina che l’amministrazione americana cerca di riportare la Corea del Nord alla ragione. In politica interna, solo nel giugno del 2016, diffondeva il numero di telefono cellulare del senatore Lindsey Graham, chiamandolo un “peso piuma” e un “idiota”. Dopo l’insediamento, invece, i due stanno lavorando assieme per stilare l’agenda legislativa del presidente. 

Ma perché Trump si atteggia a lottatore di wrestling e poi si siede al tavolo negoziale con il suo avversario di ring? Trump vanta regolarmente la sua Arte di fare affari; è, a dire il vero, un mercante sin nel midollo. La sua retorica da Hulk Hogan dovrebbe sempre essere letta come un’offerta iniziale in una trattativa complessa, che probabilmente finirà con un compromesso.

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