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Trump non scherza su Taiwan

Una conversazione telefonica di 10 minuti ha interrotto una consuetudine che durava da quasi 40 anni, dal 1979 per la precisione: Donald Trump, la settimana scorsa ha ricevuto questa breve telefonata dalla presidente di Taiwan, Tsai Ling-wen. Non è stata una mossa improvvisata, ma preparata da mesi. E sotto c'è una strategia di ampio respiro.

Tsai Ling-wen

Una conversazione telefonica di 10 minuti ha interrotto una consuetudine che durava da quasi 40 anni, dal 1979 per la precisione: Donald Trump, la settimana scorsa ha ricevuto questa breve telefonata dalla presidente di Taiwan, Tsai Ling-wen. Taiwan, ufficialmente, "non esiste", ha piene relazioni diplomatiche solo con il Vaticano e altri 21 stati dell'Oceania, dell'Africa e del Sud America (il Paraguay). 

E’ un atto simbolico difficile da sottovalutare, considerando che gli Usa hanno riconosciuto la politica di “Una sola Cina” dal 1972 dai tempi della visita di Nixon nel paese comunista ed hanno interrotto le relazioni diplomatiche con Taiwan sette anni dopo. Gli Usa hanno garantito tutta l’assistenza militare necessaria alla sopravvivenza dell’isola, di fatto indipendente dal resto della Cina sin dal 1949, quando Chang Kai-shek, sconfitto da Mao Zedong, vi si rifugiò con ciò che restava delle sue forze nazionaliste. Ma, al di là della protezione armata, hanno sempre gratificato Pechino nella sua aspirazione a considerarsi guida di tutta la Cina, Taiwan inclusa, riconoscendo solo al regime comunista una voce all’Onu e in tutti i forum intenzionali. La rottura di questa consuetudine, da parte di Trump, non è solo una questione di stile. Vista a posteriori, a distanza di una settimana, è una svolta diplomatica.

Sarebbe un errore considerare la risposta del presidente eletto americano alla presidente taiwanese come una semplice improvvisazione, o peggio come l’errore di un inesperto. La chiamata di Tsai Ling-wen, come è stato meticolosamente ricostruito dal quotidiano Washington Post è stata preparata con mesi di anticipo da entrambi gli staff, sia quello di Taipei che quello di Washington. I collaboratori più stretti di Trump, sin dal giorno della vittoria alle elezioni, hanno poi passato in rassegna tutti i possibili contatti stranieri e il nome della Tsai era nella lista. Ci sono state consultazioni in merito fra il neo-eletto presidente e i suoi collaboratori e le possibili reazioni internazionali sono state vagliate. Ovviamente non si è fatta attendere la risposta cinese all’insolito scambio di convenevoli fra la sua “provincia” e il prossimo presidente americano. I giornali di regime lo hanno definito un errore commesso da una personalità “di un’ignoranza infantile”. Il presidente Xi Jinping, venerdì scorso, non ha comunicato nulla ufficialmente, ma ha fatto dire a Trump, tramite Henry Kissinger (proprio lo stesso che, quando era consigliere della Sicurezza Nazionale, organizzò l’incontro fra Nixon e Mao), di sperare nella stabilità dei rapporti fra Usa e Repubblica Popolare Cinese.

La risposta di Trump alle proteste cinesi, affidata a Twitter, è sconcertante nella sua franchezza e rudezza: “La Cina ci ha mai chiesto il permesso prima di svalutare la sua moneta (rendendo ardua la competizione per le nostre imprese), tassare pesantemente i prodotti che esportiamo da loro (mentre gli Usa non tassano i loro) o costruire un massiccio sistema militare nel bel mezzo del Mar Cinese Meridionale? Non penso proprio”. Anche questa è una deliberata rottura del linguaggio diplomatico. E spiega lo scopo immediato della mossa del neo-eletto presidente. “Il presidente degli Stati Uniti parla con chiunque voglia, se pensa che sia nell’interesse degli Stati Uniti e nessuno a Pechino può dettare l’agenda delle sue conversazioni”, ha dichiarato John Bolton (ex ambasciatore degli Usa all’Onu) a commento dello scambio di accuse.

Ma si tratta solo di una schermaglia temporanea o c’è sotto una strategia? A giudicare al programma repubblicano, la politica nei confronti della Cina sarà molto più dura che in passato. Nel paragrafo sui rapporti nel Pacifico, leggiamo che "l'ottimismo che caratterizzava i precedenti programmi è stato tradito" dal comportamento del regime cinese. Di cui si condanna tutto: la repressione del dissenso, la politica degli aborti forzati, il genocidio culturale in Tibet, il "nuovo Maoismo dell'attuale classe dirigente", così come viene denunciata la minaccia costituita dai nuovi missili balistici cinesi. Sarà più forte, al contrario, il legame con Taiwan, definita come un baluardo della democrazia, del libero mercato e dello Stato di diritto, oltre che “il più vulnerabile fra gli alleati” degli americani. Viene incoraggiato il dialogo per la soluzione della sua questione, ma viene altresì ribadito il fermo impegno statunitense alla sua difesa, in caso di aggressione cinese. Alla guerra commerciale, insomma, corrisponderà anche una pressione politica e militare, proprio per indurre Pechino a più miti consigli. Almeno stando a queste prime schermaglie.