• L'OPERAZIONE

Tutti i rischi dei nostri militari in Niger

La nuova operazione militare euro-africana nel Sahel vedrà la partecipazione di forze militari italiane schierate in Niger, lungo il confine libico attraversato da trafficanti e immigrati illegali diretti verso le coste del Mediterraneo e da lì in Italia. Non è chiaro se le forze europee condurranno una vera operazione anti-insurrezionale (la prima targata Ue) o se invece i compiti di combattimento resteranno assegnati solo ai francesi che da quattro anni conducono l’operazione Barkhane contro i jihadisti dl Sahel.

L’accordo raggiunto al vertice nel  castello di Celle Saint Claud parla di un'organizzazione "effettiva e reale" per sostenere le forze militari dei Paesi del G5 Sahel (Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad) con contingenti francesi, tedeschi, italiani e forse anche belgi e spagnoli. La cosiddetta Alleanza per il Sahel  nata per combattere le milizie di al-Qaeda nel Maghreb Islamico e organizzazioni criminali in una regione in cui jihadisti e malavitosi sono le due facce della stessa medaglia.

Difficile per ora comprendere cosa faranno i militari italiani oltre all’addestramento delle truppe nigerine. Pare certo che il comando dell’operazione resterà francese consentendo a Parigi di ridurre il suo impegno militare e finanziario nel del Sahel pur mantenendo la leadership strategica nella regione. Già nel maggio scorso era emersa l’ipotesi di schierare truppe italiane nel nord del Niger, nella base avanzata francese Madama a un centinaio di chilometri dal confine libico. Più che il contrasto ai terroristi questa missione dovrebbe quindi consentire agli italiani di fermare i flussi di migranti illegali africani. Il generale Antonio Maggi, che in questi giorni guida a Niamey il team di ricognizione che sta preparando la nuova missione, ha infatti precisato che “il nostro obiettivo è stabilizzare un'area che è fondamentale per il flusso sempre maggiore di esseri umani e nella lotta al terrorismo".

In Niger verranno schierati inizialmente poco meno di 500 militari con 150 veicoli (forse paracadutisti della “Folgore) che pattuglieranno il confine libico. Per garantire l’efficacia dell’operazione dovrebbero però disporre anche di elicotteri, droni e aerei da trasporto da schierare a Madama e nell’aeroporto di Agadez dive sono presenti truppe e droni statunitensi.

Uno sforzo in termini di truppe, mezzi e cisti reso sostenibile dal dimezzamento dei 1.400 militari schierarti in Iraq (dopo la sconfitta dello Stato Islamico) e dalla riduzione limitata dei 900 militari schierati in Afghanistan.

I rischi non mancano poichè schierare truppe nel deserto nigerino aumenterà i bersagli attaccabili dai jihadisti con attentati, imboscate e ordigni esplosivi disseminati lungo le piste desertiche. Ma soprattutto non è chiaro il senso di un’operazione che difficilmente riuscirà a bloccare i trafficanti di esseri umani che potrebbero battere piste alternative per aggirare il dispositivo militare italiano sconfinando in Algeria per poi entrare in Libia a sud di Ghat, dove è stata registrata la presenza di miliziani dello Stato Islamico.

Per bloccare i flussi migratori illegali l’arma più efficace e meno costosa resta quella navale, con respingimenti sulle coste libiche dei migranti soccorsi in mare in cooperazione con la Guardia costiera di Tripoli. Un’opzione che scoraggerebbe le partenze da tutta l’Africa garantendo che nessun immigrato illegale potrà mai raggiungere i porti italiani.  In quest’ottica è evidente che  non ha alcun senso inviare truppe e mezzi per bloccare il confine tra Libia e Niger se poi le navi militari italiane ed europee continueranno a sbarcare in Italia i clandestini riusciti a salpare dalle coste libiche.